La prego, ci possiamo sentire domani? Perché ieri ho fatto la chemio e oggi sono molto stanca». Maria Cristina Gallo ha 56 anni. Docente di storia e italiano in un istituto di Mazara del Vallo, provincia di Trapani, ai suoi alunni ripete sempre di «lottare per le cose giuste, anche se sono difficili». Lei ha dovuto attendere otto mesi l’esito di un esame istologico, solo che intanto il tumore è avanzato e ora, giunta alla diciassettesima chemio, si trova a dover combattere contro il tempo. «Se il referto me lo avessero mandato prima – racconta al telefono con la voce strozzata – ora non sarei al quarto stadio di malattia». Operata il 14 dicembre 2023, dopo continuava a chiedere il referto, ma puntualmente non trovava risposte. «Ad agosto 2024, alla quarta mail mandata dal mio legale – racconta – sono riuscita a farmi mandare l’esito dall’Asp ed è stato terribile».
L’Asp è l’azienda sanitaria provinciale di Trapani, guidata dal meloniano Ferdinando Croce, già candidato, nel 2022, alle elezioni regionali. Il 15 marzo scorso qui sono arrivati gli ispettori della Regione e il 18, quelli del ministero. Nel documento inviato dall’assessorato alla Salute, al presidente della Regione Sicilia, Renato Schifani, si parla di «sussistenza dei disservizi registrati sia nella Uoc (unità operativa complessa) di anatomia patologica dell’ospedale di Trapani, che nella Uos (unità operativa semplice) del presidio ospedaliero di Castelvetrano». Si parla di referti istologici giunti in ritardo, ben otto mesi dopo, rispetto ai tempi medi di attesa, tra i 15 e i 20 giorni. Dietro a questo ci sarebbe una catena di «grave gestione» da parte della dirigenza generale dell’Asp con ritardi, omissioni, informazioni parziali, comunicazioni non tempestive.
Come emerge dagli atti, erano 1.405 i campioni non ancora repertati del 2024 e 1.908 nel 2025. «Sono emersi referti con diagnosi per diverse patologie neoplastiche», si legge. Su oltre 3.000 campioni istologici, quelli risultati positivi a patologie tumorali sono 206. Ma nel mese di ottobre 2023 – ben due anni fa – come risulta dalla relazione degli ispettori della Regione, era stato l’allora direttore sanitario aziendale a chiedere un «audit per verificare e superare le difficoltà relative ai ritardi, già allora esistenti nella refertazione di esami anatomo-patologici», del pronto soccorso di Castelvetrano. «L’organizzazione interna non è ottimizzata per una gestione fluida e tempestiva delle pratiche istologiche: le problematiche nel coordinamento delle attività tra il personale e la carenza di un sistema di monitoraggio in tempo reale delle attività diagnostiche hanno aumentato i tempi di attesa». Lo snodo cruciale, quindi, sarebbe la carenza di medici in grado di “leggere” i vetrini processati e di stendere i referti. «Tutto ciò ha conseguenze devastanti e delittuose – dice Maria Cristina – ora mi curano semplicemente, e sperano solo di potermi salvare».

Dalla Sicilia saliamo al Nord. In Lombardia il problema più sentito, stando a un sondaggio condotto i primi di marzo scorso, da Youtrend, è la difficoltà a ottenere visite ed esami. Il 56 per cento dei cittadini lombardi esprime un giudizio negativo sulla sanità regionale e per le liste d’attesa troppo lunghe, il 57 per cento attribuisce la responsabilità alla Regione. Per la carenza dei medici e del personale sanitario invece, il 58 per cento ritiene che sia colpa del Governo italiano.
In Italia mancano oltre 5.500 medici di base e tra le situazioni più critiche c’è, checché se ne dica, il Veneto retto da Luca Zaia. Al pronto soccorso di Portogruaro (Venezia), una donna di 83 anni ha atteso tredici ore prima di essere ricoverata. Per non parlare delle liste d’attesa. Raffaella Buziol di Treviso, per la madre ultrasettantenne malata oncologica, ha aspettato due anni una colonscopia. Alla fine stremata, è stata costretta a rivolgersi a un privato che le è costato 252 euro. «Due anni in attesa per un malato oncologico – sbotta – è una cosa vergognosa. Ma questi si rendono conto? C’è da piangere. Devono vergognarsi, moltissimo credo. Se uno ha la pensione minima come può permettersi 300 euro di colonscopia? Il ministro della Sanità si rende conto? Questa gente deve capire come noi viviamo ogni giorno. È una routine di disperazione».
Un sistema, quello sanitario nazionale, ormai logoro che non risparmia nessuna regione. E dal Nord torniamo al Sud perché in Calabria ci sono persone che rinunciano addirittura a curarsi. «Per il pubblico ci vuole tempo – dice Fiore Isabella, presidente del Tribunale per i diritti del Malato di Lamezia Terme – e per il privato ci vogliono i soldi. Chi non li ha, non si cura. Come dobbiamo fare, mi chiedono, se per una visita dobbiamo aspettare sette mesi? In Calabria si vive così. Una crisi totale. Io dovevo fare una Tac l’altro giorno al policlinico universitario di Catanzaro. L’appuntamento era alle 14.45. Mi hanno chiamato alle 17.45 perché di due Tac al policlinico, una è rotta. Al policlinico, ci rendiamo conto?». Lui ha scritto una lunga lettera al procuratore di Catanzaro, Salvatore Curcio, per denunciare lo stato catastrofico del sistema delle prenotazioni. «Un’enorme platea di cittadini e cittadine calabresi – scrive – particolarmente fragili, hanno scelto di rassegnarsi piuttosto che resistere».
Anche nelle Marche, stando ai dati emersi dal rapporto dell’Osservatorio Gimbe, nel 2023, il 9,7 per cento dei cittadini marchigiani ha rinunciato a curarsi a causa delle lunghe liste d’attesa. Un dato ben oltre la media nazionale che è del 7,6 per cento. Ma Carlo Perticarini, tecnico universitario, 43 anni di Porto San Giorgio (Fermo), non può rinunciare e ha assolutamente bisogno di farsi operare. Rimasto vittima, nel dicembre 2023, di un incidente, da allora vive senza un pezzo di testa. Le immagini sono impressionanti. Una profonda fossa che gli segna una incavatura, perché gli manca una parte importante di opercolo, ossia una porzione di lembo osseo. Eppure è vivo, ci sente, mangia, ride, parla, dorme. Il suo pezzo di testa mancante «è in un congelatore dell’ospedale di Fabriano», racconta. Per l’operazione è in lista da aprile 2024 e ora, stremato, si è rivolto a un privato. «Sono stato costretto a fare una visita a pagamento per farmi operare in una clinica di Pesaro che andrà a riattaccarmi l’opercolo». La visita gli è costata 202 euro. Più 20 euro di auto medica perché lui non può guidare.
Dalle Marche ci spostiamo un attimo nel Lazio. E qui Rita Basso racconta la sua storia. La figlia di 42 anni, Amina, è costretta a letto a causa di una diagnosi errata. Da piccola le avevano diagnosticato un tumore maligno. La radioterapia fu devastante. Ma anni dopo, durante un intervento chirurgico, venne scoperto che quel tumore era benigno. I giorni di Rita, da quarant’anni a questa parte, sono tutti uguali. E nonostante una sentenza del tribunale di Roma che stabilisce il diritto a un’assistenza infermieristica domiciliare 24 ore su 24, la realtà è ben diversa. Le società private non dispongono di personale stabile, e dall’azienda sanitaria di competenza, racconta Rita, «finora ho trovato solo porte chiuse e risposte burocratiche. L’abbandono totale».