Innovazione
19 gennaio, 2026In Italia sarà presto obbligatoria la verifica dell’età per i siti porno. Spinte da nuove evidenze scientifiche, crescono ovunque le tutele per i minori online. Ma si rischia il paternalismo
Da febbraio se un italiano vorrà vedere il porno su internet dovrà dimostrare di essere maggiorenne. Farsi un selfie e in certi casi anche caricare un documento su un’app. La regola vale in realtà per ora solo per i principali siti porno (da Youporn a Onlyfans), «in una lista che aggiorneremo regolarmente», fanno sapere dall’Agcom (Autorità garante comunicazioni), l’authority preposta a questi controlli. Il sito che sgarra sarà sanzionato e può essere poi bloccato in Italia. Non è una delle tante regole “all’italiana” che restano sulla carta. Alcuni siti (come Onlyfans) si sono già adeguati. Altri hanno chiuso l’accesso agli italiani. Il punto è che la questione non riguarda solo l’Italia. Già avviene così in Francia, Regno Unito, Germania. E nemmeno solo per il porno: l’Australia da dicembre sta vietando l’uso dei social ai minori di 16 anni. Alcuni Stati Usa stanno seguendo la scia. Il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione a novembre (non vincolante) per fare lo stesso anche da noi.
In più, da settembre 2025 l’Italia ha esteso alle scuole superiori il divieto all’uso dei cellulari (come già in quelle inferiori e materne). La Francia e molti stati americani hanno leggi analoghe. In poco tempo sta succedendo qualcosa di impensabile fino a poco tempo fa. La fine della libertà totale per i minori su internet. Non è più un tabù applicare sbarre all’ingresso di certe piattaforme, insomma, e imporre limiti all’onnipresenza degli smartphone nelle mani dei più piccoli. Il mondo sta prendendo atto delle evidenze scientifiche: anche senza arrivare al porno, social e smartphone pongono seri rischi alla salute psico-fisica dei minori. Pure l’intelligenza artificiale ora preoccupa, dopo i recenti casi di ragazzi che si sono suicidati forse in seguito a conversazioni con chatbot, diventati per loro come amici intimi. Negli Usa ci sono molte cause in corso contro OpenAI (Chatgpt), Google e CharacterAI. La scorsa settimana queste due ultime aziende hanno accettato di pagare i parenti delle vittime, per chiudere l’azione giudiziaria. La risoluzione del Parlamento Ue chiede paletti per i minori di 16 anni anche sui chatbot.
A questo punto si potrebbe pensare: bene così, perché non l’abbiamo fatto prima? Ora corriamo spediti per estendere i paletti a tutta internet. Un momento. Ok, su tutelare i minori siamo tutti d’accordo. Ma siamo sicuri che la soluzione sia identificare l’intera popolazione? Già: per escludere i minori bisogna individuare gli adulti. Non solo: ci si dimentica che ci sono alcuni usi positivi dei social anche per i minori di 16 anni. Stiamo buttando il proverbiale bambino con l’acqua sporca? Così la pensano 64 tra organizzazioni per i diritti civili, esperti e accademici che già nel 2024 hanno firmato una lettera chiedendo alla Commissione europea di fermarsi con la verifica dell’età. “Mette tutti a rischio”, ha scritto di nuovo a novembre 2025 Edri (European digital rights, collettivo di Ong ed esperti del tema). Il rischio principale: sorveglianza di massa. C’è un Paese che è riuscito a trasformare internet nel più grande strumento di tracciamento della popolazione: la Cina.
Eppure, il timore per la salute dei minori al momento sta avendo la meglio sul resto. Le evidenze scientifiche, si diceva. Fino a poco tempo fa erano incerte, sui danni da smartphone e social. Adesso, dopo anni di esposizione dei bambini a queste tecnologie, sembrano sempre più a senso unico, come notava a gennaio il Washington Post in un’ampia rassegna degli studi usciti tra il 2024 e il 2025. Uno pubblicato a fine 2025 su Jama (Journal of the American Medical Association), dell’università di San Francisco, Toronto, Hong Kong e Sri International, ha esaminato i dati di oltre 4mila bambini. Seguendoli dall’età di 9 anni, ha visto che a 14 anni circa un terzo di loro era diventato dipendente dai social media, circa un quarto dal cellulare e oltre il 40 per cento mostrava segni di dipendenza dai videogiochi. Uno studio finlandese durato otto anni e uno del Weill Corner Medical College (New York) hanno trovato un forte rapporto tra uso degli smartphone durante l’infanzia e sviluppo di sintomi depressivi o disturbi dell’attenzione. In Italia, la ricerca pioneristica Eyes Up dell’università Milano Bicocca ha analizzato 6.609 studenti di classi seconde e terze di scuole secondarie di secondo grado in Lombardia. Secondo lo studio, chi apre un profilo social in prima media ottiene punteggi più bassi nelle prove standardizzate di italiano e matematica rispetto a chi lo fa dai 14 anni in poi. Save the Children rileva per l'Italia la precocità dell’accesso e la presenza già forte dei preadolescenti sulle piattaforme, in uno studio di aprile 2025: il 62,3% degli 11–13enni ha almeno un account social.
«Credo che Internet vada immaginato come un enorme parco dei divertimenti nel quale ci sono attrazioni per tutti e altre per chi ha solo una certa età o una certa altezza», dice Guido Scorza, giurista e membro del Garante privacy italiano. «Dal giorno zero di internet avremmo dovuto immaginare un sistema capace di garantire a ciascuno l’accesso a servizi e piattaforme adatti alla sua età come accade da sempre nel mondo degli atomi». «Se non è accaduto è perché il mercato ha imposto una regola diversa e lo hanno fatto essenzialmente per ragioni economiche», continua. Le aziende tech sono riuscite a convincere i legislatori negli Usa e in Europa che internet andava lasciata crescere liberamente, per tutelarne la portata innovativa, i suoi benefici economici e culturali. Questo laissez faire sui minori sarebbe insomma figlio della stessa politica liberista che, per l’assenza di controlli antitrust, ha reso le Big Tech le attuali superpotenze economiche. Una scelta storica che ora sempre più esperti e autorità nel mondo stanno deplorando.
Poi però si ascolta una ragazzina come Vespa Eding e viene qualche dubbio su quale siano le soluzioni giuste. La quattrodicenne intervistata dall’australiana Abc Radio ha detto che lei usa i social anche per promuovere la sua attività con lo skate e fare coaching ai più piccoli. Un’altra ragazza ha detto ad Abc che a scuola subiva bullismo omofobo ma grazie ai social ha potuto lanciare un progetto di visibilità queer nella propria città e questo «ha salvato la mia vita». «Edri, in linea con l'Ocse e il Comitato dei diritti dell'infanzia delle Nazioni Unite, evidenzia che i bambini hanno bisogno e meritano spazi online dove poter incontrare altri bambini, trovare conforto e sicurezza, confrontarsi e scambiarsi idee, costruire relazioni, imparare e giocare», dice Simeon de Brouwer, di Edri. L’idea di organizzazioni come questa è che servono leggi per rendere i social più sicuri per i bambini, non impedire loro l’accesso. E bisogna responsabilizzare di più parenti e insegnanti. Per altro, i minori australiani stanno già aggirando i divieti andando su social di nicchia (che sfuggono alle leggi). Dove i rischi sono anche maggiori. Le associazioni come Edri notano anche che i sistemi di verifica età sono minaccia per la privacy. «La raccolta dei selfie cozza con i principi europei alla base del Gdpr (regolamento privacy)», concorda l’avvocato Marco Martorana. «Ci avviciniamo così ai Paesi dittatoriali che fanno passare su internet solo contenuti a loro graditi, tracciando gli utenti in modo sistematico», aggiunge l’avvocato Fulvio Sarzana. Sorveglianza di massa, appunto. Un effetto collaterale di buone intenzioni, magari. O persino un obiettivo desiderato, in quel crescente numero di Paesi dove la democrazia scricchiola.
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