Innovazione
26 marzo, 2026La società di Zuckerberg, nel giro di 24 ore, ha subito due storiche sentenze. La prima potrebbe ridisegnare i confini della sicurezza online per i minori, mentre la seconda ha portato l'assuefazione da social a essere paragonata alla dipendenza da fumo
Due ceffoni a migliaia di chilometri di distanza. Le 24 ore nei tribunali costano caro a Meta: da una parte, a Santa Fè, è stata condannata a pagare 375 milioni di dollari in una sentenza che potrebbe ridisegnare i margini della sicurezza online dei minori. Dall'altra, dovrà risarcire con 3 milioni di dollari una giovane ventenne che aveva citato in giudizio l'azienda di Mark Zuckerberg, insieme a Google - per via di YouTube -, TikTok e Snap (proprietaria di Snapchat). L'accusa piombata a Los Angeles: essere causa di ansia e depressione per via di una "dipendenza da social paragonabile al fumo e al gioco digitale".
Così, nel primo caso, il tribunale del New Mexico ha ritenuto il colosso tecnologico responsabile di non aver adeguatamente protetto gli utenti più giovani, esponendoli a contenuti e contatti potenzialmente pericolosi. Dall'altra parte, la sentenza delle aule californiane rimodella i tratti di quella che condannò l'Eti (Ente tabacchi italiani) a risarcire gli eredi di un uomo morto per cancro ai polmoni, causato dalla dipendenza da fumo. Le multe hanno toccato però solo Meta e YouTube, mentre Tiktok e Snap hanno raggiunto un accordo di indennizzo extragiudiziario.
la storica sentenza contro meta in new mexico
Secondo i giudici del New Mexico, Meta non avrebbe adottato misure efficaci per impedire che i minorenni venissero raggiunti da adulti con intenti predatori, né avrebbe garantito un ambiente digitale sicuro nonostante fosse consapevole dei rischi. Nella sentenza è stato marcato come le piattaforme social, dopo anni in cui si sono limitate a un ruolo passivo, debbano assumersi una responsabilità diretta nella protezione degli utenti, in particolare dei più vulnerabili.
Il caso è partito da un’operazione sotto copertura: “MetaPhile”, condotta nel 2023 dalle autorità del New Mexico, in particolare dall'attorney general (una sorta di ministro della Giustizia) del New Mexico Raúl Torrez. Gli investigatori hanno creato account falsi di minorenni: così, dai loro profili, venivano contattati da utenti adulti con intenti sessuali, senz’alcun aiuto fornito dalle piattaforme per la prevenzione e il controllo dei contenuti.
Meta ha respinto le accuse, che includevano documenti interni in cui si attesterebbe la contezza dei suoi dirigenti riguardo alcune brecce nei sistemi di protezione. Addirittura, alcuni messaggi tra dipendenti emersi dai file prendevano di mira la decisione di Mark Zuckerberg di introdurre la crittografia end-to-end, perché avrebbe reso più ostico segnalare circa 7,5 milioni di casi di pedopornografia alle autorità.
La difesa della società californiana: ci sarebbero già strumenti per la tutela dei minori, così come precedenti di collaborazione con le autorità per contrastare abusi e sfruttamento. L’azienda ha ribadito di investire in tecnologie di sicurezza e moderazione, contestando l’idea di una responsabilità diretta per i comportamenti degli utenti e difendendo le proprie politiche come “in linea con gli standard del settore”.
La sentenza rappresenta però solo una prima fase del procedimento. Nei prossimi passaggi giudiziari, a partire dalla seconda fase di maggio 2026 - senza giuria - si entrerà nel merito di eventuali ulteriori responsabilità e misure correttive, con la possibilità di nuovi sviluppi: il tribunale del New Mexico vuole dimostrare come sia stato creato un pericolo pubblico. Da lì, modifiche normative o eventuali stravolgimenti potrebbero riguardare qualsiasi social. E costare più caro dei 375 milioni di dollari.
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