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17 marzo, 2026Influencer e star internazionali trasformano il cibo in spettacolo: dal piatto intonso davanti alla fotocamera alla pizza rigenerata in mano, ogni gesto racconta status, immagine e ruolo sociale
La differenza tra una ragazza che vende i fiori per strada e una donna non risiede dentro lei stessa, ma sta all’esterno, nel modo in cui viene trattata. Una rilettura parafrasata dell’affermazione di Eliza Doolittle in My Fair Lady, adattamento del musical di Alan Jay Lerner e Frederick Loewe, a sua volta riscrittura del Pigmalione di George Bernard Shaw, ispirato al mito tramandato da Ovidio.
Giro di parole per dire che la nostra storia, eternamente uguale a se stessa, racconta di un uomo che modella una donna sulla propria idea di perfezione, finendo per innamorarsene. Nella modernità la metafora si svolge nella società a classi del Regno Unito: un’umile venditrice viene accolta da uno studioso di fonetica che, per vincere una scommessa, dichiara di poterla trasformare in una perfetta nobildonna nel giro di sei mesi.
Quanto ce ne sarebbe da dire sulle idee che gli uomini si fanno delle donne. Ma qui restringiamo il campo. Nella versione cinematografica è Eliza stessa a implorare di essere “rifatta”. E nella sua educazione da nobildonna anche il cibo riveste una funzione curiosa: è ovunque, nei ritrovi del bel mondo britannico, ma quasi mai viene toccato dalle signore. Agli uomini è permesso mangiare; alle donne no. Per tornare all’inizio: l’essere riconosciute dipende dal trattamento ricevuto. Ricoperte di cibo che, per buona creanza, non potranno mangiare.
Questo o quel rapporto con il cibo segnala una classe sociale più alta o più bassa. Sembra roba d’altri tempi. E invece. Quante volte, al tavolo di un bar, il Crodino arriva alla donna e la birra all’uomo? Quante volte l’insalata è assegnata “alla signora”? Quante volte ci si aspetta che il dessert sia ordinato dal gentile sesso? E quante volte una commensale non finisce il piatto, senza che sia possibile capire se per mancanza di appetito o costrutto sociale?
Non si tratta di rifiuto del cibo, ma di un’ordinazione performativa. Anche al cinema il tema ritorna: in The Ugly Stepsister la protagonista si sottopone a una restrizione alimentare per diventare una “vera lady”, ingerendo un uovo di tenia per poter mangiare senza metabolizzare. Roba da film? Ma se ne siamo circondati. Da quando la società dell’immagine si è trasferita nel digitale, di cibo siamo inondati. Ma chi lo metabolizza davvero?
Chiara Ferragni ha intercettato il tema, forse involontariamente. Non ama farsi vedere mentre mangia, ma in compagnia del cibo sì. Soprattutto della pizza: ne impugna una fetta, mentre quella nel piatto resta intonsa. La tecnica è diventata un meme. Se il cibo non è il centro della vita di qualcuno, nulla di male. Eppure farsi “paparazzare” in compagnia del cibo è quasi una necessità, nell’Italia della cucina patrimonio Unesco. Non ci fidiamo di chi non mangia. La conseguenza? Essere considerate donne per come veniamo trattate. Ordinare per l’apparenza e non per la sostanza. Il cibo è diventato uno status symbol. Lasciarlo nel piatto è il vero lusso.
Su Cosmopolitan leggo che i consumatori sono stimolati dall’allure dell’indulgenza: un’influencer davanti a un croissant e un espresso potrebbe dirigersi a un evento di moda. Il confine tra quotidiano e lusso si sfuma. Fa venire voglia di fare lo stesso. Una scena alla Colazione da Tiffany, ancora Audrey Hepburn. Essere considerate donne per come veniamo trattate, o per i nostri atti performativi.
Le popstar contemporanee uniscono glamour e cibo con naturalezza studiata: campagne per drink, gelati, delivery. Florence Pugh ha condiviso il suo amore per la cucina durante il lockdown. Rosalía posa al ristorante con piatti abbondanti. Dua Lipa è diventata icona bon vivant, tra spaghetti a vongole e consigli gastronomici. È impossibile sapere chi mangerà davvero cosa. E non è nemmeno il punto.
Quello che possiamo chiederci, ogni volta che incrociamo un piatto sbandierato, è questo: quel tajarin al tartufo parla solo di burro, o sta segnalando altro? La risposta, spesso, vira verso la seconda possibilità. Siamo quello che mangiamo, ma soprattutto come lo mangiamo. Se lo mangiamo. A voi.
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