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Mondo
febbraio, 2008

Così salverò il Pakistan

Parla il vedovo di Benazir Bhutto. E annuncia, in quest'intervista rilasciata prima delle elezioni, un governo di unità nazionale, anche coi partiti filotalebani. Colloquio con Asif Ali Zardari

Nei prossimi due mesi si aspetta fuoco e fiamme, Asif Ali Zardari: "Ci saranno altre bombe, altri morti. Vivremo un periodo durissimo, dopo le elezioni del 18 febbraio. Quanti puntano alla dissoluzione del Pakistan, gli stessi che il 27 dicembre hanno ucciso mia moglie Benazir Bhutto, giocheranno tutte le loro carte per impedire la formazione di un governo e il ripristino della democrazia. Ma qualcuno dovrà pur cominciare a mettere mano alla ricostruzione del Paese".

La voce è modulata sui toni composti dello statista, il linguaggio del corpo è studiato, la postura è strictly british. Come lo studio di casa dove lo incontriamo, pareti in legno rosso scuro, vasi pregiati, pistole d'antan e un paio di antichissime statue: "È il mio, ma era solita usarlo mia moglie. Lo preferiva per il suo miglior orientamento secondo i canoni del feng-shui".

È lo stesso uomo che giovedì 7, al Chehlum (i 40 giorni) per Benazir nel villaggio del Sindh dov'è sepolta, arringava i fedeli della dinastia Bhutto con le parole: "Benazir mi ha legato non alla poltrona del potere, ma al suo sepolcro, se anch'io diventerò martire voi soli condurrete il mio feretro nella tomba"? Lo spregiudicato gestore di tangenti tuttora inquisito in Svizzera dove il tribunale mantiene sotto sequestro 11 milioni 734 mila dollari, come 'L'espresso' ha documentato la scorsa settimana? Comunque sia, Zardari ha oggi in mano il People's party, ed è l'uomo-chiave per i destini del Pakistan, area cruciale nella guerra al terrorismo, nonché l'unico Paese islamico in possesso di atomiche. I sondaggi danno il Ppp primo partito intorno al 35 per cento. Non abbastanza per fare da soli. Ma sufficiente per pretendere la guida del governo.

Sarà lei il primo ministro? C'è una sua dichiarazione in tal senso.
"È stata fraintesa. Parlavo nella mia veste di presidente del Ppp, che come tale è sempre stato il candidato alla carica di primo ministro. Ma nel mio caso ciò non è tecnicamente possibile, perché non sono candidato per un seggio al parlamento".

Lei ha proposto un 'governo di consenso nazionale'. Oltre al Pml-n dell'ex primo ministro Nawaz Sharif, a voi più vicino, con chi altro?
"Con tutte le forze politiche. Che siedano o no in Parlamento. Incluse quelle che hanno boicottato le elezioni. I pericoli interni ed esterni che il Pakistan si trova a fronteggiare e la situazione geopolitica impongono che siamo uniti".

Come pensa di metterli insieme? Il Pml-n di Sharif non vuole accordi con il Pml-q, che considera un partito finto, conglomerato degli interessi legati al presidente Pervez Musharraf e destinato a dissolversi con la sua sconfitta.
"Rispetto la loro posizione, ma cercheremo di far comprendere ai nostri alleati la gravità della situazione. E spero che dopo le elezioni un accordo sarà possibile".

Significa anche i fondamentalisti del Mma, divisi nelle due fazioni di Qazi Hussein, che boicotta le elezioni, e di Fazlul Rehman, che invece si presenta. Sono noti i loro rapporti con i talebani. Non è un azzardo?
"Perché? Musharraf tratta e lavora con loro e nessuno che gli muove obiezioni".

In Occidente più d'uno. E comunque lei non è Musharraf.
"E neppure voglio diventarlo".

Che ruolo potrà giocare Musharraf?
"Non stiamo parlando di un individuo. Rappresenta un certo establishment: che dovrà decidere se lavorare con il popolo".

Lei ha detto: "Non siamo qui per cambiare il governo, vogliamo cambiare il sistema".
"È esatto. C'è un profondo distacco tra potere e popolo. Per quarant'anni l'establishment ha cercato di attribuire un significato negativo al termine 'politico': ma l'assassinio di mia moglie ha dimostrato come ci siano politici disposti a sacrificare se stessi per l'interesse del Paese. Dalla sua tomba, Benazir ci chiama all'unità per affrontare le scelte e le opportunità future. Ma per questo dobbiamo ridefinire le competenze del potere, l'idea di Stato. E i diritti del popolo. Ci serve un nuovo contratto sociale".

Il sistema, qui, è l'esercito.
"Non sono esattamente la stessa cosa. C'è la burocrazia, ci sono i gruppi economici con grandi interessi nel Paese.".

L'esercito detiene la proprietà di un terzo del territorio, controlla le grandi industrie di Stato e larga parte del mercato immobiliare, gode di privilegi in istruzione, casa, salute e altro. Come pensa di cambiare la situazione?
"Privilegi e interessi economici sono una piccola parte del quadro complessivo: spiegheremo loro che devono guardare le cose con uno sguardo diverso dal passato. Gli accomodamenti si troveranno".

Che rapporti ha con il generale Ashfaq Pervez Kiyani, nuovo capo delle Forze Armate?
"Il Ppp ha sempre avuto ottimi rapporti con l'esercito. Non vedo problemi, se i militari non manifestano ambizioni politiche improprie. Il generale Kiyani lo ho incontrato, ma non ho rapporti con lui".

L'Isi e le altre 16 agenzie statali di Intelligence, in parte inflitrate, in parte colluse con i talebani e con le forze che lungo il confine afgano combattono contro l'esercito. Auspica una epurazione nelle loro file?
"Credo che ragionino in modo errato, magari nella convinzione di agire da patrioti. Vanno cambiati i procedimenti di pensiero che ne determinano le azioni".

2.116 morti in attentati nel 2007, il doppio del 2006. Altri 20 sabato 9 febbraio a Charsada. Tre o quattro attentati politici al giorno...
"La strategia adottata nella guerra al terrorismo si è rivelata fallimentare. Serve un approccio completamente nuovo".

Quale? L'esercito deve tornare nelle caserme?
"In tutto il mondo sono unità speciali della polizia a fronteggiare il terrorismo: l'esercito sta in seconda fila, in appoggio quando serve. Era così anche in Pakistan con il Ppp al governo, e in quel modo riuscimmo a contenere il fenomeno. È necessario trovare una soluzione politica".

Accordi con i capi tribali delle aree di confine?
"Non è stato mai consentito ai partiti di operare in tali aree, di giocare la carta della democrazia: se non crei le condizioni per una vita migliore, per ogni terrorista ucciso ne escono fuori cinque".

Accordi anche con i talebani? Con i gruppi legati ad Al Qaeda come quello di Bait Ullah Masood che Musharraf accusa quale mandante dell'assassinio di sua moglie?
"Il popolo non crede sia stato lui: l'avrebbe rivendicato con orgoglio. Per questo abbiamo chiesto un'indagine sotto la supervisione Onu: per chiarire ciò che è avvenuto e per evitare che riaccada".

Benazir Bhutto dichiarò che avrebbe consentito alle truppe americane di entrare in territorio pachistano per combattere i talebani e Al Qaeda. Lei è dello stesso parere?
"Credo sarebbe un errore. In ogni paese in cui hanno messo piede, non mi sembra che i soldati americani abbiano fatto una bella esperienza: invitarli a entrare non sarebbe fargli un favore, anzi. Contribuirebbe a dare eccessiva importanza a ciò che io considero nulla più di un fenomeno criminale: costruito in nome della religione, ma retto sul traffico di droga, in uno scontro tra 'war lords' per i quali la guerra è prima di tutto un business".

E allora come si dovrebbe operare?
"Con tutti i paesi interessati, sotto l'egida delle Nazioni Unite".

La storia della famiglia Bhutto è legata all'atomica pachistana: fu suo suocero Zulfiqar a dare il via alla costruzione. Se la situazione degenerasse, chi può garantire che le bombe rimangano in mani sicure?
"La questione del nucleare viene usata come pretesto, dai buoni come dai cattivi. Non è che una bomba la metti nella borsa e la fai scoppiare dove ti pare. Piuttosto è opportuno aprire una trattativa fra i paesi dell'area, che impegni ognuno a non utilizzare in nessun caso il nucleare come strumento di pressione o ricatto".

C'è chi agita lo spettro di un tentativo americano di impadronirsi delle vostre bombe, in caso di balcanizzazione del paese.
"Non le sembra ne abbiano già abbastanza per conto loro?".

L'8 gennaio un tribunale svizzero ha rigettato la richiesta di cancellare le accuse contro di lei, e di restituire gli 11 milioni di dollari sotto sequestro. Quali saranno le sue prossime mosse?
"Continuiamo la nostra battaglia in tribunale, perché quelle accuse si basano su documenti inviati dal Pakistan, e il conto bancario è stato messo sotto sequestro su richiesta del governo pachistano. Come può uno Stato estero procedere contro di me quando il governo pachistano ha ammesso che quelle accuse erano motivate politicamente?".

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