La Libia è a ferro e fuoco, i rivoltosi si avvicinano a Tripoli e stanno per scontrarsi con gli uomini fedeli a Gheddafi. Mentre nel Paese migliaia di migranti da altri paesi africani sono allo sbando, terrorizzati da quello che sta avvenendo e alla disperata ricerca di una barca che li porti in Europa. Di tutto questo parliamo con Dagmawi Yimer, etiope, regista (insieme ad Andrea Segre e Riccardo Biadene) del film-documentario "Come un uomo sulla terra" (2008) e ora all'opera su il nuovo video-racconto "Benvenuti in Italia", cinque storie d'integrazione conquistata o negata. Dag è nato ad Addis Abeba 34 anni fa. Proprio passando attraverso la Libia, nel 2005, è sbarcato a Lampedusa. Ora parla un italiano perfetto.
Dag, secono te che cosa sta succedendo in Libia?
«Uomini e donne rivendicano i diritti dei cittadini di uno Stato democratico, e quindi rifiutano il modello del rais onnipotente. Gheddafi cadrà perché la rivolta di questi giorni non è guidata da "movimenti separatisti che minacciano l'unità nazionale" come ha detto Seif al-Islam, figlio del dittatore. Quelli in piazza sono persone comuni. Il governo cadrà».
La maggior parte dei libici però non ha mai conosciuto altro sistema politico che quello instaurato da Gheddafi...
«Gheddafi potrebbe riuscire a mantenere il potere solo ad ovest. In quel caso si arriverebbe alla spartizione del Paese in due. Ma alla fine tutto dipenderà dalle reazioni dei capi tribali che detengono il controllo del petrolio».
E poi?
«Se dovesse compiersi anche la liberazione dell'ovest, allora arriveremmo alla transizione verso la democrazia. Ci vorrà tempo per abituarsi al cambiamento e alle regole democratiche. Di certo c'è che molti clandestini che ora sono in Italia tornerebbero nelle loro case con tutto ciò che hanno imparato e acquisito da voi. Con la Tunisia sta già succedendo. Avverrebbe anche per Libia».
Bengasi festeggia la liberazione ma ci sono centinaia di morti in seguito alla repressione. Cosa deve fare l'Europa?
«Gheddafi non è un interlocutore. L'Europa non avrebbe dovuto comunicare o fare affari. Mi sorprendo che non abbiano previsto, prima o poi, una rivolta del genere. Sono o non sono loro i big della diplomazia internazionale? Dovevano pensarci prima e da paesi democratici trovare una vera soluzione. In Libia c'è sempre stata la dittatura. Come pretendere che i clandestini vengano riportati indietro senza che vengano violati i loro diritti? Quello che l'Europa avrebbe dovuto fare era di creare le condizioni affinché gli africani arrivassero in Libia e fossero in grado di rimanere liberi. Avrebbero dovuto tutelare i diritti individuali dell'uomo, non lasciare che prevalesse il principio di sovranità nazionale i stati che non sono affidabili. Io, se ci fosse stata una situazione decente in Libia non avrei preso una barca verso Lampedusa. Non avrei affrontato il mare. Ma sarei rimasto lì dov'ero. Si tratta di affermare la libertà di fermarsi. Prendere un provvedimento del genere avrebbe reso inutile un accordo sull'immigrazione. I flussi si sarebbero ridotti, e soprattutto si potrebbe ora parlare di responsabilità reciproca».
Pur con qualche contorsione diplomatica, Obama ha mantenuto la promessa ed ha appoggiato i movimenti democratici. L'Europa ha condannato la repressione pronunciandosi in favore degli oppositori in rivolta. Soltanto l'Italia di Berlusconi ha tardato all'appuntamento.
«Se l'insurrezione libica affogherà nel sangue anche il governo italiano avrà la sua parte di responsabilità. Quello che sta succedendo è stato causato e incentivato dall'egoismo europeo che pur di mantenere in piedi gli accordi economici e gli affari su gas e petrolio, ha preferito sorvolare sulla questione dei diritti umani. Il supporto a Gheddafi è stato economico ma anche psicologico. L'Europa ha cioè spesso fatto credere al dittatore di poter chiudere un occhio sul regime a patto che filassero lisci i piani economici. Prendiamo la Cina. Non la vedi mai sostenere direttamente i governi dittatoriali ma economicamente c'è. In Africa è ormai quasi dappertutto. Mi stupisce che l'Europa non riesca a comportarsi così. Cos'ha che non va?».
Roma ha stretto accordi con la Libia di Gheddafi e l'ha riempito di soldi. Se il Colonnello cade, l'Italia che fa?
«Di certo non potrà mai continuare a tenere in piedi l'accordo sull'immigrazione. Frattini spiegava durante la campagna elettorale del 2008 che l'Italia è "interessata a un governo europeo dell'immigrazione". Diceva che "l'Italia vigilerà sulle condizioni di rimpatrio affinché vengano effettuate nel rispetto dei diritti umani". Così non è stato. La colpa è di tutti. E' un discorso trasversale e non c'è destra o sinistra che tenga. Anzi, in Italia è stata proprio la sinistra a essersi vantata per prima di aver rielaborato il trattato. Sai qual è il problema? L'Italia ha sbagliato in partenza a dialogare con Gheddafi. Ha preferito non riconoscere le violenze pur di affermare l'accordo. Quando si fanno affari dovrebbero esserci dei vincoli che rispettino anche i diritti dei popoli. L'Italia invece si è inserita nella corsa europea dell'egoismo in una gara sfrenata e individuale di ogni paese membro per ottenere vantaggi da questi territori».
Gheddafi usa la forza e minaccia una carneficina. Eppure sembra sempre più solo. Per esempio, il ministro della Giustizia, Moustapha Abdel Jalil, ha dato le dimissioni...
«Sì, in molti sembrano aver deciso di appoggiare gli insorti. Il Colonnello è sempre più isolato. Sta tentando in queste ore di riconquistare la fiducia dei capi tribali ma molti gli hanno voltato le spalle. Loro rappresentano un'alternativa politica anche perché possiedono gran parte delle riserve petrolifere dell'est del paese, la zona rossa nella quale si è infiammata la protesta».
Tu sei partito, hai lasciato la tua terra. Ma prima di tagliare i ponti hai tentato di ribellarti allo status quo. Cosa si prova di fronte al diktat: partire per sempre o accettare le violenze e rimanere nella condizione di partenza?
«Si prova un forte senso d'ingiustizia. Ti dici che se fossi nato altrove non avresti subito tutto questo. Poi però rivendichi la tua origine e ti arrabbi perché non dipende da te se - per molti - i soldi valgono più dei diritti».
Tornerai mai in Etiopia?
«No, almeno per ora non tornerei. L'unica ragione per cui tornerei è dopo un cambio di governo. La mia assenza è la mia protesta. Ci abbiamo provato centinaia di volte a fare la rivoluzione da noi, in Etiopia. Ma non è ancora arrivato il tempo di manifestare. La Libia non è povera come l'Etiopia. Il fattore petrolio fa la differenza. Il monopolio dell'oro nero è strettamente legato alla dimensione tribale, fortissima, cioè alle tribù che lo controllano. I manifestanti infatti si stanno posizionando su uno o sull'altro schieramento soprattutto sulla base delle scelte dei rispettivi clan».
Quale Italia racconti nel tuo nuovo docu-film?
«In Italia sto bene ma non mi piace l'ignoranza degli italiani nei confronti della politica, il loro menefreghismo. Tutto il resto mi piace. Ecco l'idea del docufilm è di far raccontare la propria idea di Italia a cinque immigrati che vivono nel vostro paese da tempo. In scena andranno un afghano che vive a Venezia, una curda che vive a Napoli, un rom che vive a Roma e due africani che vivono al sud. Verrà distribuito a novembre. Ora è cominciata la prima fase di formazione. Gli insegniamo a prendere confidenza con la telecamera. Poi si comincerà a girare. Il corto, 60 minuti, si chiamerà "Benvenuti in Italia" e tratterà storie d'integrazione, non per forza tutte di successo. Ci saranno anche esperienze d'integrazione fallita».