Dalla Tunisia all'Egitto, passando per la Libia. La nostra inviata ha percorso tutte i Paesi dove un anno fa la gente iniziava a scendere in piazza. Scoprendo che, pur fra mille paure e contraddizioni, la storia è ripartita. Ed è ancora piena di speranze

Il vento rivoluzionario che un anno fa ha cambiato per sempre il volto di Tunisia, Libia ed Egitto, travolgendo anacronistici dittatori e risvegliando energie sopite da decenni, ha depositato negli animi dei tre popoli combinazioni diverse di paure e speranze, progetti economici e idee politiche.

Se in Tunisia, la prima tappa del viaggio da Tunisi al Cairo che "l'Espresso" ha intrapreso per raccontare cosa succede al di là del Mediterraneo a un anno dall'inizio della Primavera araba, la popolazione vede il domani con un misto di pessimismo e delusione, nella Libia occidentale è la grande fiducia in un futuro migliore a permeare parole e gesti. E questo a dispetto del fatto che la conta delle vittime in Tunisia si sia fermata a 300 mentre in Libia, dove le vittime sono state tra le 25 e le 30 mila, si continua a morire tutt'oggi in una guerra civile a cui non è stato ancora messo il punto.

"La sommossa popolare in Tunisia è scattata a causa del degrado economico", spiega Khaiem Turki, un economista che era in lizza per diventare ministro delle Finanze della nuova troika di governo composta dagli islamici di Ennada, dal liberale Foro democratico per il lavoro e la libertà (a cui lui appartiene) e da un altro partito laico: "Il nostro sistema educativo è una fucina di disoccupati". Sono milioni i tunisini senza nulla, nemmeno uno straccio di speranza. Milioni di ragazzi come quelli che in un qualsiasi pomeriggio di gennaio vediamo discutere animatamente fuori dalla sede del governatorato di Sidi Bouzid, il paesino in mezzo a un nulla bruciato dal sole e punteggiato di fichi d'india, dove il venditore ambulante di frutta Mohammed Bouazizi, dandosi pubblicamente fuoco, aveva fatto scoccare la scintilla della rivolta nel dicembre 2010. All'imbocco dell'unica via principale il partito di governo Ennada ha appeso uno striscione: "Benvenuti nella terra della libertà". Libertà forse, disperazione sicuramente. Sull'asfalto della piazza principale sono ancora rosse le ceneri dei fuochi appiccati in mattinata come barriera contro il passaggio delle automobili. Qui come nel resto del Paese. Scioperi e barricate ovunque. Gli animi sono agitati. Il dittatore se ne è andato, la disoccupazione è rimasta. Il malcontento cresce, trova uno sfogo, si appende a un filo di speranza, capisce di essere ignorato e rinasce più forte di prima. Il nuovo governo chiede alla popolazione di dargli tempo. Ma è il tempo a mancare. "Il povero Mohammed è morto per niente", racconta Hachimi Handi, 24 anni, un cappello di lana azzurra in testa e una vita messa insieme contrabbandando benzina dall'Algeria: "Adesso la situazione è peggio di prima. Nessuno ci ha ascoltato, tutti continuano a ignorarci. E ora a spartirsi i soldi non sono solo i papaveri di Tunisi ma anche i capi locali scelti da Ennada: aiutano solo parenti e amici". Un quindicenne in ciabatte e felpa aggiunge: "Il nuovo governo ci ha detto di cercare lavoro altrove. Ma l'Europa è in crisi, cosa ci andiamo a fare? Suggerisce la Libia, ma lì continuano a sparare, non è sicuro. Forse vuole solo sbarazzarsi di noi".

Attraversata la frontiera con la Libia appunto, il cameriere del primo ristorante di strada in cui ci imbattiamo è tunisino. Qui la sicurezza è ancora un obiettivo, ma chi vuole lavorare un posto lo trova sempre. "Il domani sarà migliore", è scritto sui cartelli pubblicitari al centro di Misurata, la città martire di queste rivoluzioni, e accanto allo slogan ci sono i volti di giovani rivoluzionari. In Libia che il futuro sarà roseo è un pensiero condiviso. "Siamo solo 6 milioni di persone in un Paese immenso, colmo di petrolio, di silicio, di antiche rovine romane: saremo per forza tutti ricchi", dice deciso Mohammed Daghdanna, un ingegnere di Misurata che ha perso il fratello durante il feroce assedio della città la scorsa primavera: "Ci bastano un paio d'anni, il tempo di mettere in sicurezza il Paese".

La Libia di questi giorni è un Paese arcipelago, dove ogni città è un mondo a se stante, relativamente sicuro, mentre l'ampio territorio che separa le zone urbane maggiori è terra di nessuno, con poco controllo e pochissime garanzie di non essere assaliti da bande di gheddafiani o di briganti. Meglio prendere un aereo, adesso che alcune linee sono state ripristinate. In circolazione ci sono16.800 criminali liberati dalle truppe lealiste, di cui 8 mila solo a Tripoli. Riportarli in prigione è, insieme al disarmo della popolazione, una delle priorità del neo nominato governo transitorio di Abdurrahim El Kib. Però non è facile. Sistema educativo a parte, la Libia non è un Paese da riformare, piuttosto una nazione da costruire da zero. Non esiste un esercito nazionale, un corpo di polizia unitario, un sistema giudiziario, una classe politica. A prendersi cura delle migliaia di prigionieri gheddafiani sono volontari molto religiosi che dicono di farlo come atto di carità, e per il momento garantiscono almeno l'incolumità dei reclusi. Ma non c'è modo di stabilire le colpe di ognuno di loro perché non esistono ancora i tribunali e tantomeno una costituzione. "Se il Paese è relativamente stabile è solo perché i criminali sanno che ogni cittadino è armato", spiega Osama Buras, uno specialista del Consiglio di sicurezza del Cnt, che poi aggiunge: "Ma il pericolo che la Libia diventi una piccola Somalia è sventato". Ciò non toglie che eventi come la riconquista del bastione gheddafiano di Bani Walid possano ancora accadere: "Ci sono diverse cittadine in cui la popolazione è ancora fedele a Gheddafi perché teme di perdere dal cambiamento. Bani Walid è un caso particolarmente spinoso perché si erano tenuti tutte le armi, comprese quelle pesanti, e avevano platealmente mentito sulla loro volontà di schierarsi con noi".

A Tripoli invece gli spari di Kalashnikov sono tornati a essere un evento eccezionale; le scuole hanno riaperto lo scorso 12 gennaio; gli uomini hanno scambiato la mimetica con la giacca e la cravatta; le centinaia di bar e caffè di cui trabocca la capitale hanno alzato le saracinesche e sono diventati la culla della nascente società civile. Non importa che la maggior parte delle grandi imprese straniere non siano ancora rientrate a operare nel Paese, in attesa di potere garantire l'incolumità dei dipendenti. La vita si è rimessa in moto. I prezzi degli alimentari, lievitati durante i giorni bui del conflitto sono notevolmente scesi, seppur siano più alti di un anno fa, segno che i commerci con i Paesi vicini hanno ripreso l'intensità di un tempo. Sono nati 32 partiti politici, decine di giornali e centinaia di organizzazioni non profit in aiuto delle cause più disparate. "Abbiamo perfino la prima associazione libica in difesa degli animali", spiega entusiasta Faisal Suei, una giornalista e attivista per i diritti umani che - rara eccezione - non indossa l'hijiab: "Entro ed esco da riunioni tutto il giorno. Prima non potevo incontrare nessuno, adesso mi sembra che il tempo non basti mai". Le tracce della ritrovata libertà sono ovunque: negli slogan appesi sui muri, nelle scritte sulle serrande verdi dei negozi, nei saluti gioviali dei commercianti, tra i capannelli di uomini impegnati in fitte conversazioni fumose sui divanetti dei principali alberghi della città, all'interno delle scuole, dove le lezioni sul libretto verde sono state abolite e presto verranno sostituite da quattro ore settimanali di lezione sui diritti umani e la democrazia. E poi ci sono i primi segni di rinnovamento urbano, soprattutto uno. L'imponente e inaccessibile roccaforte verde del dittatore, Bab al-Azizya, dove si è svolta la battaglia più cruenta della capitale lo scorso agosto, è stata rasa completamente al suolo dai ribelli e, in una svolta del destino dettata probabilmente dalla necessità quotidiana ma che assume inevitabilmente i contorni dello sfregio, è diventata la più grande discarica della capitale.

"Sapremo solo tra un paio d'anni in cosa consisterà davvero questo cambiamento", sorride seduta nella sua immensa libreria scientifica al centro di Tripoli Fatma Gheg, una delle cinquanta donne di affari del Paese: "Per adesso so solo che la gente è diventata patriottica. E per me è un risultato enorme. Siamo un popolo moderato che ha versato tanto sangue per la libertà. Non ce la faremo portare via". Il timore occidentale che gli islamici possano prendere il potere e monopolizzare la vita politica è costantemente ridimensionato. "Siamo tutti islamici moderati", esclama Mahmoud Misurati, il giovanissimo direttore del settimanale "La nuova Libia", nel suo nuovo ufficio dove creano l'invidia dei colleghi europei i televisori al plasma e i computer Mac sulle scrivanie: "La nostra Costituzione sarà per forza basata sui principi islamici, ma dovrà permetterci di proiettarci nel mondo e di accogliere il mondo a casa nostra. Non lasceremo che nessuno si trasformarmi in un novello dittatore: per questo abbiamo fondato questo giornale indipendente e liberale".

Non sono i soli a volere far sentire la propria voce e a osservare con attenzione i primi passi politici del Paese. Quando qualche settimana fa il governo transitorio aveva pubblicato sul Web la proposta per la prima legge elettorale, ha ricevuto 15 mila commenti indignati da parte di singoli cittadini e organizzazioni in difesa dei diritti umani, delle donne, delle libertà civili. Così nel giro di qualche giorno ha dovuto fare retromarcia su diversi punti, dall'articolo che limitava al 10 per cento il numero di seggi riservati alle donne in Parlamento a quello che vietava ai detentori di doppia nazionalità di candidarsi alle elezioni. "Se eliminiamo i tanti che sono fuggiti da Gheddafi all'estero e si sono costruiti una professionalità chi ci rimane?", spiega il socio finanziatore di Misurati: "Non possiamo mica lasciare il Paese ancora in mano ai beduini".

La paura che sia la loro nazione a scivolare in una deriva islamica è invece forte tra i liberali tunisini. "Con la rivoluzione non è cambiato nulla, l'economia è ancora un disastro, abbiamo solo messo gli islamici al potere", racconta seduto a un tavolino lungo la centralissima avenue Bourghiba il celebre attore Atef Ben Houssine. Sono le tre di un pomeriggio piovoso. La capitale sembra essersi tutta riversata nei caffè alla francese del centro, sfidando il freddo e l'umidità. "Per fortuna che anche coloro che avevano votato Ennada se ne stanno lentamente rendendo conto. Gli islamisti non hanno un progetto economico, solo uno politico-religioso". Sono in molti da queste parti a sospettare che la rivoluzione sia stata sobillata dall'estero. Puntano il dito verso il Qatar e le centinaia di milioni di dollari che ha promesso a Ennada in cambio della diffusione di uno stile di vita islamico. "Non vogliono imporci il loro modello di vita e di donna dall'alto, sanno che non è possibile, ma vogliono convincere la nostra società che c'è bisogno di un cambiamento delle regole di vita", racconta Bouchra Bel Ahj Hamida, la presidentessa dell'Associazione delle donne democratiche tunisine. "Da anni le tv satellitari arabe stanno preparano il terreno per far sparire l'immagine della moderna donna araba, che poi è quella tunisina". È d'accordo con lei l'analista politico Nouredine Benticha: "Ennada vuole smantellare lo Stato centrale e mettere le mani sul Paese per vincere le prossime elezioni, quelle vere". Si ferma un attimo per una breve intervista telefonica con France24 sugli scioperi che stanno paralizzando il Paese. Poi si accende una sigaretta e sorride: "Se la situazione peggiorerà non avrò altra scelta che trasferirmi in Francia, dove la rivoluzione, poco più di due secoli fa, è riuscita davvero".

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