Non poteva finire peggio il ritiro dei 30 mila soldati che, in aggiunta a quelli già presenti, erano stati mandati in Afghanistan due anni fa per stabilizzare la situazione. Mentre le truppe stavano per lasciare il paese, a Camp Bastion, nel sud afgano, è accaduto l'impensabile. Tre terroristi, con indosso divise dell'esercito americano, hanno attaccato l'enorme base costruita in pieno deserto. Risultato di un paio di ore di combattimento: il comandante di uno squadrone di caccia e un sergente (oltre a 14 degli attaccanti) uccisi, un talebano catturato. E otto jet Harrier a decollo verticale distrutti dai lanciagranate degli insorti. È stata la più grossa perdita di aerei dai tempi del Vietnam.
Questo episodio è stato giudicato come l'ultima, più appariscente prova che la guerra in Afghanistan è persa dal punto di vista militare: 440 miliardi di dollari spesi solo dagli americani, un conto delle vittime arrivato il primo ottobre scorso a 3.024 (2 mila sono americani e 50 gli italiani), oltre dieci anni di occupazione da parte di un contingente internazionale non hanno portato al risultato militare sperato. A questo punto, con la fine delle operazioni prevista per il 2014 con il ritiro dell'intero contingente degli Stati Uniti e della Nato, la domanda che attraversa i comandi militari come le cancellerie dei paesi coinvolti è se ci sia il rischio di perdere anche la pace.
Negli ultimi due anni ci sono stati vari tentativi di mettere intorno al tavolo i protagonisti del conflitto e trovare una soluzione che accontenti tutti. Talebani e americani, innanzitutto, ma c'era l'intenzione di non lasciare fuori il governo afgano e i rappresentanti degli Stati dell'area, primi tra tutti i pakistani. Dopo i primi approcci era stato anche individuato un paese, il Qatar, dove si sarebbero potuti svolgere gli incontri ufficiali (in tutto questo tempo i colloqui sono avvenuti quasi sempre attraverso intermediari e comunque non ci sono mai stati annunci ufficiali sui contenuti della discussione). I talebani avevano persino chiesto di aprire un ufficio nella capitale Doha, gli americani avevano dato il loro assenso e i primi colloqui a distanza avevano aperto la strada a uno scambio tra cinque detenuti a Guantanamo e l'unico soldato americano, il sergente Bowe Bergdahl, in mano ai talebani. Inoltre, il governo del presidente afgano aveva deciso di accompagnare questo sforzo creando un Alto Consiglio per la Pace, chiamando a farne parte i rappresentanti di tutte le etnie e le tribù.
Ma in molti hanno ostacolato questo percorso: a settembre del 2011, un paio di mesi dopo l'annuncio di Barack Obama che entro la fine del 2012 sarebbero tornati a casa 30 mila soldati, a Kabul fu ucciso l'ex presidente afgano Burhanuddin Rabbani che presiedeva il consiglio di pace. E una settimana prima del vertice nato di Chicago dove Obama rese pubblica la decisione della fine delle operazioni militari nel 2014, sempre nella capitale afgana fu ucciso il più anziano dei negoziatori, Maulvi Arsala Rahmani. Adesso, concluso il ritiro dei 30 mila soldati che avevano partecipato al cosiddetto “surge” di stabilizzazione (il risultato più evidente è stata la riconquista della città di Kandahar e del territorio della provincia), c'è il problema politico di creare le condizioni di una transizione che non evolva in guerra civile il giorno in cui la sicurezza sarà interamente affidata all'esercito e alla polizia di Kabul. Sarà possibile disegnare una sorta di accordo che eviti che l'Afghanistan diventi di nuovo il luogo di esercizio della violenza di tribù, signori della guerra, musulmani fanatici, bande di trafficanti?
Gli americani sanno che nulla si può fare senza il consenso dei pakistani. Per questo sono state avviate discrete consultazioni tra gli emissari di Washington, primo tra tutti l'inviato speciale per l'area Marc Grosman, e il generale Ehsan ul Haq, che è stato a capo sia del servizio segreto che dell'esercito di Islamabad. L'idea è provare a seguire la stessa via che mise fine alla guerra tra cattolici e protestanti in Irlanda: ovvero individuare le richieste minime ma irrinunciabili che ciascuna della parti del conflitto avanza, e soddisfarle come premessa necessaria per arrivare a un accordo di pace. Le linee generali sul modo di procedere, un piano che si articola in sette punti, sono state anticipate proprio dal generale pakistano nel corso di un viaggio a Washington e di una conferenza al Nixon Center lo scorso 18 settembre.
Gli americani hanno tracciato la linea insuperabile dicendo che in Afghanistan non deve tornare in alcun modo Al Qaeda e che i talebani non devono riprendere la loro politica oppressiva nei confronti delle donne. Per i talebani la soglia del minimo accordo prevede che in Afghanistan non ci siano più militari stranieri. Un primo passo in questa direzione, a giudizio del generale ul-Haq, lo avrebbe fatto il mullah Omar con un comunicato diffuso per la festa di Eid al Fitr, la fine del Ramadan, nel quale si legge che i colloqui di pace con gli Stati Uniti sono giudicati un modo per «raggiungere i nostri risultati» e che i talebani intendono «riconoscere alle donne tutti i loro legittimi interessi alla luce dei principi dell'Islam, degli interessi nazionali e della nostra nobile cultura».
Questa cornice potrebbe soddisfare anche gli altri protagonisti della vicenda afgana. Il governo di Kabul si ritene soddisfatto dall'impegno americano di continuare a finanziare e addestrare dopo il 2014 le forze di sicurezza afgane. Le etnie tagiche e azare, sempre timorose del predominio pashtun vedono con favore l'impegno a contribuire alla ricostruzione nazionale, citata anche dal mullah Omar come un passaggio necessario. I pakistani mantengono il loro ruolo di controllo su tutto quanto avviene in Afghanistan chiedendo anche che Kabul si dichiari neutrale dal punto di vista dello schieramento nell'area, evitando dunque patti privilegiati con gli indiani, con i cinesi e con gli iraniani.