
Correa è pronto a trivellare nonostante nel 1989 lo Yasuni, che conterrebbe circa il 20 per cento delle riserve del Paese, sia stato dichiarato riserva della biosfera dall’Unesco. Il presidente sostiene di volerlo fare per finanziare la lotta alla povertà. Gli ambientalisti gli rispondono che, per raggiungere una cifra equivalente, basterebbe tagliare i sussidi per il carburante o aumentare le tasse sulle grandi aziende.
[[ge:rep-locali:espresso:285139875]]Lo scontro ha origini lontane: il 24 settembre del 2007, davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, Correa lanciò la Yasuni-Itt Initiative: per salvaguardare la biodiversità e le popolazioni indigene, e per evitare di rilasciare ulteriori emissioni di Co2, avrebbe rinunciato a estrarre il petrolio dall’Itt a patto però che la comunità internazionale versasse all’Ecuador il 50 per cento del valore delle riserve, vale a dire 3,6 miliardi di dollari in 13 anni.
A metà 2013, tuttavia, i donatori internazionali (tra cui Al Gore, Leonardo DiCaprio e diversi Paesi europei) avevano offerto solo 336 milioni di dollari (di cui solo 13,3 effettivamente versati), una cifra che Correa riteneva insufficiente, così da fargli annunciare, a Ferragosto del 2013, che l’iniziativa era fallita, non se ne faceva più nulla: il governo avrebbe rimborsato i donatori e trivellato nell’Itt. «Il mondo ci ha tradito», furono le parole di Correa. Sicché nel maggio scorso ha approvato i progetti di PetroAmazonas, sussidiaria della compagnia statale PetroEcuador. Si prevede che nel marzo del 2016 si inizierà dunque a estrarre petrolio anche nell’Itt (in altre aree dello Yasuni già lo si fa da tempo).
A far precipitare la situazione sono state però due vicende emerse nell’ultimo anno. Prima, a febbraio, il “Guardian” ha pubblicato un documento segreto del ministero dell’Economia ecuadoriano, che dimostrerebbe come nel 2009 l’Ecuador, mentre diceva di sostenere la Yasuni-Itt Initiative, già negoziava in segreto con la Cina lo sfruttamento del petrolio nell’area. Correa nega tutto, ma secondo il “Guardian” si tratterebbe di un affare da un miliardo di dollari, con cui l’Ecuador avrebbe scambiato prestiti cinesi della China Development Bank con l’accesso all’estrazione dell’oro nero da parte della compagnia statale PetroChina, e che metterebbe in dubbio, secondo ong come Amazon Watch o Acción Ecologica, le vere intenzioni del governo, che peraltro in questi anni ha visto la Cina quasi monopolizzare il suo mercato del petrolio e in cambio prestare a Quito ben 11 miliardi di dollari (a maggio PetroEcuador ha ufficializzato di aver ricevuto due miliardi di dollari dalla Cina, garantiti da future forniture di petrolio). A luglio sempre lo stesso “Guardian” ha rivelato come nel 2010, mentre si impegnava per la raccolta fondi, il governo ecuadoriano già progettava di trivellare nella riserva (anche qui il governo ha negato tutto).
Ma cos’è lo Yasuni? Nel parco ci sono 2.700 specie di piante, più specie native di alberi che in tutto il Nord America, e poi un record di 271 tipi di rettili e anfibi e una delle maggiori concentrazioni al mondo di giaguari. Nello Yasuni abitano anche due popolazioni nomadi di indigeni Huaorani, i Tagaeri e i Taromenane, tra gli ultimi gruppi a vivere nel mondo in “isolamento volontario”.
Non è comunque la prima volta che il petrolio, che ormai rappresenta la metà dei proventi delle esportazioni dell’Ecuador, divide il Paese. Nel 1972 la Texaco, che sarebbe stata partner della compagnia statale Petroecuador fino al 1992 e che nel 2001 è stata poi acquisita da Chevron, cominciò a esportare il petrolio ecuadoriano, e da allora compagnie straniere e statali si sono succedute a nord dello Yasuni, in aree in cui sono stati documentati un aumento dei tassi di cancro e di malattie respiratorie e della pelle, e in cui peraltro la costruzione delle piattaforme ha dato vita tra gli indigeni a problemi che hanno portato a combattimenti e omicidi.
Tre anni fa un tribunale ecuadoriano, nella città amazzonica di Lago Agrio, ha imposto una multa colossale alla Chevron, di 19 miliardi di dollari, per l’inquinamento che sarebbe stato provocato dalla Texaco negli anni Settanta e Ottanta. La Chevron non ha riconosciuto la sentenza, e un arbitrato internazionale dell’Onu le ha dato al momento ragione, perché un accordo firmato dall’Ecuador nel 1995 avrebbe sollevato la Texaco da tutti i danni provocati, che in pratica sono riconosciuti ma non sarebbero punibili.
Secondo il “New York Times”, nella regione amazzonica del Paese «non c’è esempio di trivellazione responsabile»: «PetroEcuador ha causato centinaia di fuoriuscite dal 1992, anno in cui ha ereditato la grande rete di arrugginite condotte della Chevron. Le sue attività sono similmente distruttive. Foto satellitari pubblicate lo scorso anno mostrano che PetroAmazonas ha costruito illegalmente una strada di accesso ad un’area adiacente i campi dell’Itt».
A individuare quella strada sono stati tre studiosi italiani dell’Università di Padova. Uno di questi è Massimo De Marchi, docente di valutazione ambientale, che ci dice: «Non servono dietrologie. È tutto pubblico. Nella licenza ambientale rilasciata il 22 maggio si fa riferimento ad atti iniziati dal governo già nel 2010, e la raccolta fondi del governo non sembrava molto seria».
E oggi? La battaglia degli ambientalisti e delle tribù contro il governo Correa è persa? Il presidente aveva promesso un referendum nel caso in cui si fossero raccolte le firme del 5 per cento dell’elettorato, ovvero 583 mila. Un gruppo chiamato Yasunidos, ad aprile, ne ha presentate quasi 850 mila, ma il Comitato elettorale nazionale ne ha invalidate due terzi, e così il referendum non si è tenuto. Yasunidos si è però appellato. La situazione quindi è ancora fluida.
Ma è difficile che Correa ceda: popolarissimo grazie al boom economico (4-5 per cento di crescita annua) generato proprio dal petrolio e dall’edilizia pubblica, governa dal 2007 e ha un forte controllo sui media. Nel 2017 scadrà il suo terzo mandato. Sarebbe l’ultimo, ma il suo partito (Alianza País, che si autodefinisce di orientamento socialista) vuole cambiare la Costituzione per permettergli di ripresentarsi.
Intanto a luglio PetroAmazonas ha già versato per errore 660 mila galloni di petrolio nei fiumi Aguarico e Parahuaico, utilizzati per bere e pescare da diverse tribù indigene, le stesse che ancora soffrono dell’eredità lasciata da Chevron.
Tra Shushufindi e Puerto Francisco de Orellana, dove Chevron ha lasciato un disastro, alcol e prostituzione prosperano. A nord c’è la Colombia, con i narcotrafficanti che operano attraverso il confine. A sud, proprio di fronte, c’è lo Yasuni, un paradiso che rischia di diventare un inferno. «La narrazione del governo è che non ci sarà impatto ecologico, ma non è stato così in altre parti del parco, come il Blocco 31 e il Blocco 16, dove l’impatto è stato molto pesante sulla fauna selvatica, le strade hanno portato più cacciatori e abbiamo assistito a fuoriuscite di greggio», conclude De Marchi: «Le imprese petrolifere generano per definizione accattoni, già con le loro operazioni che tentano di attrarre consenso, sia populisticamente sia sostituendosi allo Stato nel fornire servizi essenziali. D’altronde le ricerche dell’Università andina Simón Bolivar dimostrano che le aree più povere dell’Ecuador sono proprio quelle più interessate dall’attività petrolifera».