Lasciare il petrolio sotto terra, rinunciando a miliardi di dollari per mettere la difesa dei nostri ecosistemi, la salute pubblica e i diritti delle future generazioni al di sopra dell’economia estrattiva vi sembra impossibile?
Lo scorso 20 agosto in Ecuador la popolazione si è recata alle urne non solo per eleggere il prossimo presidente, ma per un referendum in cui scegliere se fermare le trivellazioni nel parco nazionale dello Yasunì. Il 59% dei votanti da detto sì. La difesa dei diritti di Madre Terra ha unito più di qualsiasi politico attuale. Nessun candidato alla presidenza ha minimamente sfiorato questo dato. Ci vorrà il ballottaggio del 15 ottobre prossimo per capire chi tra la candidata della sinistra, Luiza Gonzales e il figlio del miliardario bananeiro, Daniel Noboa, sarà il prossimo presidente.
Nonostante la crisi economica, l’insicurezza sociale, l’aumento della violenza, il popolo ecuadoriano ha scelto di non estrarre il petrolio dallo Yasunì, una regione amazzonica di 980 mila ettari dichiarata riserva della biosfera dall’Unesco già nel 1989. In un solo ettaro dello Yasunì abitano più specie di alberi, arbusti e liane che in qualsiasi altra parte della Terra. Un’arca di Noè che accoglie centomila specie di insetti per ettaro, 630 specie di uccelli, 165 di mammiferi, 130 di anfibi, 72 di rettili, 81 di pipistrelli, 540 di pesci, 10 di scimmie.
Essere un luogo con un tasso così alto di biodiversità e ricco di risorse ha scatenato in questi decenni gli appetiti delle transnazionali estrattive, causando secondo il “Living planet report” del Wwf enormi danni alla foresta e ai popoli nativi che la abitano. Abbiamo invece urgente bisogno di politiche, investimenti e norme che tutelino gli ecosistemi e la biodiversità, unica strada per mitigare gli effetti del collasso climatico e garantire la nostra salute ed i diritti delle generazioni che verranno. Lo sanno bene gli attivisti che da decenni si battono nel Paese andino per difendere la foresta e per vedere riconosciuti nel patto costituzionale i diritti della natura.
Grazie alla lotte dei movimenti per la giustizia ambientale l’Ecuador è stato il primo Paese al mondo in cui nella nuova Costituzione del 2008 sono stati riconosciuti i diritti della natura. E sono proprio le conquiste contenute nei principi della nuova Carta ad aver reso possibile un referendum del genere. La Terra non è inerte come irrazionalmente pretende il modello capitalista, patriarcale e coloniale, ma è viva. E se la Terra è malata, anche noi siamo malati. Riconoscerci come parte del tutto ci obbliga all’imperativo morale di garantire il rispetto delle altre entità viventi. Per questo la Corte Costituzionale ecuadoriana il 9 maggio scorso ha emesso parere favorevole al quesito referendario del 20 agosto, affermando che in caso di vincita dei sì, «vi sarà un ritiro progressivo e ordinato di tutte le attività legate all’estrazione petrolifera entro un periodo non superiore ad un anno».
Una scelta enorme che impegna tutti non solo a riflettere ma ad agire, perché cambiare si può. Basta scuse o provocazioni negazioniste. Se interpellata, informata e coinvolta la cittadinanza sceglie il bene comune e difende l’interesse generale. Una boccata d’ossigeno e di speranza. Il 20 agosto segna una data storica non solo per l’Ecuador ma per tutte le lotte per la giustizia ecologica. La liberazione dell’uomo e della donna in questo millennio dipendono dalla liberazione di Madre Terra.