
Partiamo dall’aspetto genetico che le accomuna. Un ambiente politico statico, dominato da élite tradizionali almeno apparentemente inamovibili. Era vero anche per l’Ucraina, uscita dalla fine del comunismo – come molti altri paesi dell’Est europeo e dell’ex Unione Sovietica – nel segno del riciclaggio, sotto nuove ma abbastanza mentite spoglie, della vecchia nomenclatura di partito.

Improvvisamente un moto di popolo, diretto da una minoranza composta da studenti e piccola borghesia urbana, rompe la continuità e manifesta un inaspettato protagonismo dinamico della società civile. Istintivamente il parallelo storico che subito si presenta agli occhi di molti è con il 1989 e con il crollo del muro di Berlino. Anche lì senza partiti e senza leader, una società civile che si credeva bollita da decenni di regime emerge a decretare la debolezza inaudita di quegli stessi regimi fino a maturare un pacifico ed epocale cambiamento.

È un modello di rivoluzione nuova rispetto a quelle del passato (americana, francese, bolscevica) tutte segnate dalla violenza e dal rovesciamento traumatico dei vecchi equilibri. Per questo il 1989 appare il punto di riferimento più vicino e plausibile. Ma con una novità importante: la rete telematica come sostituto degli antichi strumenti associativi di mobilitazione (partiti, sindacati, club, giornali …).
Si specula all’epoca, nei media occidentali, sull’esistenza o meno di società di marketing e comunicazione come soggetto occulto della rivoluzione arancione ucraina: tanto coordinato e scenografico, a fronte della prolungata assenza precedente, appare il moto sociale. Ma non se ne riescono a trovare conferme probanti. Anche se un indizio significativo è offerto dal prosieguo degli avvenimenti. La rivoluzione infatti non riesce a mettere in campo una classe dirigente davvero nuova: al suo posto emergono potentati economici cresciuti con la fine del comunismo (ad essi appartiene Julia Timoschenko) e la carica di rinnovamento si smarrisce. Il nuovo stato non riesce davvero ad essere inclusivo e democratico: molto presto rimane vittima del tradizionale scontro con la minoranza filorussa. Il vecchio afferra e schiaccia il nuovo.
In Iran la dinamica è ancora più evidente. Anche qui sono i figli acculturati della borghesia urbana (i paesi di cui parliamo hanno tutti popolazioni molto più giovani della nostra e in via di accelerato accesso all’istruzione superiore) a sfidare la teocrazia. I social media come Facebook assurgono per la prima volta a protagonisti, funzionando da collegamento organizzativo e palcoscenico comunicativo globale del movimento. Anche qui un colore (il verde) diventa l’elemento centrale di riconoscimento. Ma, a differenza del caso ucraino, il potere reagisce con forza ottusa e brutale, senza remore. E la repressione funziona. Il movimento si ritira e le elezioni (ri)scoprono una maggioranza radicalmente diversa, fatta di popolazioni rurali per le quali l’Islam rappresenta l’unico fattore identitario e coesivo. I giovani delle città si scoprono minoranza.
Più o meno è la stessa dinamica a manifestarsi due anni più tardi nei paesi arabi che si affacciano sul Mediterraneo. Qui lo scontro è con regimi laici e spesso militari, viziati da nepotismo e corruzione. La crisi economica (che qui è diversa dalle convulsioni finanziarie e bancarie dell’Occidente e si manifesta soprattutto sotto forma di rincaro dei prezzi di generi di prima necessità) mette a nudo l’incapacità di quei regimi a garantire non solo democrazia ma anche benessere ai propri popoli. Eppure anche qui la minoranza borghese urbana, colta e secolarizzata, non riesce a collegarsi con le campagne rimaste legate alla religione tradizionale: i Fratelli Musulmani vincono le elezioni in Egitto, le bande militari prendono il sopravvento in Libia e Siria senza preoccuparsi di trovare alternative unitarie ai vecchi regimi perché prosperano sulla guerra e sull’estrazione violenta di risorse per sopravvivere dalle popolazioni civili ostaggio del loro terrorismo militare (fenomeno per niente nuovo e anzi endemico in gran parte dell’Africa). Gli studenti ammutoliscono e tornano a casa sconfitti.
Il caso italiano c’entra come il cavolo a merenda. Parliamo di una democrazia e di un movimento politico che conquista una strana maggioranza (relativa e paritetica con le altre formazioni tradizionali di destra e sinistra) nascendo però quasi dal nulla, osteggiando i media «normali» e contando su Internet come strumento di una nuova democrazia fatta di partecipazione e consultazione diretta e quotidiana. Conta il malcontento contro la vecchia «casta», naturalmente. Ma la novità della rete e la somiglianza dello strato sociale di riferimento (giovane, urbano, colto) collegano Grillo alle altre rivoluzioni precedenti, apparentemente così lontane. Forse è ancora presto per parlare di rivoluzione interrotta o sconfitta. Però pare indubbia la sensazione di ripiegamento, direttamente proporzionale ai proclami di cambiamento radicale e repentino urlati dal leader del movimento.
Uno dei punti di collegamento tra queste esperienze così lontane tra loro è la comunità creata dalla Rete. Internet è un mezzo fantastico per ritrovarsi tra simili (ambientalisti o appassionati della pesca alla mosca che siano) e godere dell’illusione che quello sia tutto il mondo. In qualche modo la stessa cosa è avvenuta ai ragazzi ucraini, iraniani, egiziani e libici. E anche ai Cinque Stelle.
Il problema è che la politica è un’altra cosa. «It’s the politics, stupid» verrebbe da dire, imitando il vecchio Humphrey Bogart. I nostri ragazzi si scontrano con la dura realtà di una parola scritta ormai tanti anni fa in galera da Antonio Gramsci: egemonia. Senza costruire alleanze, senza conquistare il consenso attivo della maggioranza, senza un programma semplice e chiaro, capace di convincere, nessuna rivoluzione riesce a vincere. Gramsci pensava che questa verità riguardasse solo le società occidentali, complesse e modernizzate, con tanti luoghi di esercizio del potere. Magari la Russia dello zar poteva essere conquistata prendendo solo il Palazzo d’Inverno a San Pietroburgo. Oggi forse scopriamo che invece questa vecchia e dura verità vale dappertutto.