Niente Europa, siamo inglesi

David Cameron con Jose Manuel Barroso
David Cameron con Jose Manuel Barroso

Uscire dall'Unione Europea? Per Londra sarebbe un disastro, dicono gli economisti. Ma torna la voglia di isolamento. E Cameron prepara il referendum

David Cameron con Jose Manuel Barroso
E pensare che David Cameron viene considerato un’eurocolomba tra i leader del partito conservatore. Figurarsi gli altri tories, quelli terrorizzati dal vedersi l’erba tagliata sotto i piedi dall’Ukip, il partito indipendentista, eurofobico e anti-immigrazione di Nigel Farage. Il premier inglese ha perso malamente la sua battaglia per impedire che sulla poltrona più alta della Commissione europea arrivasse una vecchia volpe come il lussemburghese Jean-Claude Juncker, sostenuto dal Partito popolare europeo (Ppe), ma da lui considerato un burocrate poco incline alle riforme e all’innovazione, e ora deve giocare d’astuzia per non perdere altri colpi nelle nomine future. Il rischio per lui è di essere stritolato o dai partner Ue o dall’opinione pubblica inglese, sempre più insoddisfatta di come vanno le cose a Bruxelles.

Economie a confronto

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Prima di capire cosa bolle nella pentola londinese e quali potrebbero essere gli effetti di un divorzio tra Gran Bretagna e Unione europea, vale la pena ricapitolare gli ingredienti del grande pasticcio Juncker partendo un po’ da lontano, per ricordare tre iniziative prese dallo stesso Cameron in questi anni: far uscire i tories dal Ppe e costituire un gruppo autonomo nell’europarlamento; annunciare un referendum nel 2017 per far decidere agli elettori inglesi se vogliano o meno restare nell’Ue; bocciare l’accordo per il fiscal compact, quello che nel 2011 ha aggiornato le regole sui conti dei Paesi membri.

L'opinione
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Tre messaggi inequivocabili che ricalcano la linea di Margaret Thatcher nei confronti di Bruxelles (non lo stile della Lady di ferro, molto più tosta) e che non hanno aiutato l’attuale premier a farsi molti amici “continentali”. Tant’è che nella sortita anti-Juncker lui stesso riteneva di avere alleati, soprattutto nel Nordeuropa, trovandosi poi spalleggiato solo dall’ungherese Viktor Orban, un socio scomodo vista la fama di razzista e antisemita.

Ma l’errore più grosso compiuto da Cameron è stato quello di cadere nella trappola Angela Merkel, la quale inizialmente aveva mostrato freddezza nei confronti del politico lussemburghese. «I due si trovano molto bene a livello personale, hanno un ottimo rapporto», spiega Simon Hix, docente di politica europea e comparata alla London School of Economics, «ma Cameron non ha capito la situazione politica a Berlino, dove Merkel guida una larga coalizione con i socialdemocratici della Spd, ai quali deve dare ascolto».

Intervista
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Angela e David hanno anche idee molto simili - si è premurato recentemente di sottolineare il “Financial Times” -  liberali in economia ed entrambi tifosi della competitività, e la stessa Cancelliera ha recentemente fatto un intervento al Bundestag per dire che sarebbe «grande negligenza e assolutamente inaccettabile» lasciare che la Gran Bretagna abbandoni l’Ue. Ma la sintonia è venuta meno quando la Merkel non ha potuto che confermare l’esito elettorale e sostenere il candidato del Ppe a Palazzo Berlaymont. 

Lo sconfitto punta ora a ottenere il Commissario per il mercato unico e/o la poltrona di capo di gabinetto dello stesso Juncker per Jonathan Faull, dirigente di lungo corso a Bruxelles. Qui deve portare a casa qualcosa. Anche perché oltre Manica deve difendersi dagli attacchi dell’opposizione laburista e dell’Ukip sui passi falsi nella partita europea, ma anche digerire gli effetti di recentissimi scandali non proprio leggeri come la condanna a 18 mesi di Andy Coulson, ex spin doctor e consigliere fidatissimo, finito nell’inchiesta sulle intercettazioni del “News of the World” di Rupert Murdoch, l’imbarazzo della notizia della babysitter di Downing Street finita su dei siti porno e il mistero dei dossier scomparsi su alcuni casi di pedofilia a Westminster. Un fardello neanche poi tanto pesante se si dà credito agli ultimi sondaggi, fatti dopo il pasticcio-Juncker, che lo danno in recupero rispetto ai laburisti e questo a un anno dalle elezioni nazionali. Stando ai polls gli andrebbe bene anche nel referendum del 18 settembre sull’indipendenza della Scozia, a favore della quale si pronuncerebbe al momento solo il 35 per cento degli elettori. 

L’ordigno più pericoloso resta il referendum del 2017 sull’eventuale divorzio dalla Ue. Il 55 per cento, oggi, voterebbe no. E Farage e la destra dei tories si preparano a dare battaglia. Ma cosa imputano all’Unione europea? Quali vantaggi avrebbe Londra a uscire? Quali le alternative? Non rischierebbe l’isolamento economico e politico? L’anima isolazionista e le nostalgie imperiali dell’epoca coloniale non si perdono facilmente, anzi tornano ad agitare i cuori quando l’economia funziona. Il prodotto interno lordo e il tasso di disoccupazione evidenziano uno stato di salute certamente migliore di quello dell’eurozona, «anche se esiste una differenza enorme», sottolinea Hix, «tra il boom di Londra e la situazione nel resto del Regno Unito, dove ci sono aree ancora in crisi», aree rurali dove tra l’altro si beneficia abbondantemente di fondi europei.

Il nodo principale per gli inglesi, spiega Hix, è il mercato unico. L’ossessione che i Paesi dell’eurozona alla fine possano decidere tutto da soli. «La prima cosa che chiederà la Gran Bretagna sono garanzie in questo campo, in particolare nel settore dei servizi finanziari. Presumo che Cameron chiederà nuovi protocolli, non penso a nuovi trattati, in cui si dica che l’eurozona non può minacciare il mercato unico». Non è un caso se il premier si stia impuntando per ottenere proprio il Commissario per il mercato interno o quello per la concorrenza (entrambi gestiti in epoche diverse da Mario Monti).

C’è poi l’insoddisfazione, peraltro condivisa da altri Paesi europei, per l’invadente e spesso inefficiente burocrazia bruxellese, aggravata ora dall’ostilità verso il criterio dei cosiddetti “Spitzenkandidaten” testato alle ultime elezioni, attraverso il quale emerge un nuovo potere dell’europarlamento nel lanciare i candidati leader dei partiti per la presidenza della Commissione. Più deciso l’eventuale passo successivo, aggiunge Hix, dovesse Londra spingere l’acceleratore sulla completa autonomia nelle politiche sociali, l’immigrazione, la pesca, temi sui quali insiste e insisterà sempre di più prima del referendum l’asse anti-Ue.

A smontare punto per punto i vantaggi di un nuovo e ritrovato “splendido isolamento” del Regno Unito ci pensa il Rapporto finale di una commissione del Centre for european reform, un think tank europeo (non pregiudizialmente europeista), presentato proprio a giugno e dal titolo esplicito, “The economic consequences of leaving the Eu” (le conseguenze economiche di lasciare la Ue), cento pagine di fatti e numeri, grafici e tabelle. Vediamo in sintesi i risultati.

L’interscambio commerciale con i Paesi Ue è stato nel 2013 di 364 miliardi di sterline e il “vantaggio” dovuto al far parte dell’Ue stessa viene calcolato in 130 miliardi. Con la Cina il commercio bilaterale è molto più basso, 43 miliardi. Questo per confutare la tesi degli euroscettici, secondo cui staccarsi aprirebbe al business inglese enormi chance altrove. Il Cer fa anche notare che Londra dovrebbe ricontrattare con Bruxelles gli accordi su dazi, tariffe, regole sui prodotti, così come sono costretti a fare per esempio Svizzera e Norvegia, con minore potere contrattuale. Secondo punto, le opportunità della City finanziaria: dove gli investimenti diretti dei Paesi Ue sono saliti, tra il 1997 e il 2012, dal 30 al 50 per cento del totale dei quattrini che arrivano oltre Manica, mentre il valore delle attività investite dalle banche inglesi nell’eurozona è superiore del 70 per cento a quelle tenute negli Stati Uniti, malgrado l’economia che ruota attorno alla moneta unica valga tre quarti di quella americana.

La Banca centrale europea ha deciso che le stanze di compensazione per i titoli denominati in euro debbano stare negli istituti dell’eurozona e contro questa iniziativa gli inglesi hanno fatto ricorso alla Corte di giustizia europea. L’eventuale abbandono della Ue non farebbe che aggravare la tensione e penalizzare la piazza londinese a favore di Parigi e Francoforte. Terzo punto il costo Ue, pari allo 0,5 per cento del Pil inglese. Il Cer spiega come Galles e Irlanda del Nord stiano ricevendo in ampia misura sussidi agricoli e fondi dalla Ue e che, nel caso di uscita e di un accordo tipo Norvegia e Svizzera, la Gran Bretagna dovrebbe comunque contribuire ai progetti per infrastrutture e ricerca e sviluppo. Infine l’immigrazione, punto caldissimo a Londra, dove vengono contestati gli arrivi dagli ex Paesi dell’Est e il welfare a loro garantito. Il Cer controbatte che l’integrazione consente a 1,8 milioni di inglesi di trovare lavoro in Europa e a 400 mila pensionati di andare a vivere sulle coste di Francia e Spagna.

In sostanza: è meglio avere accesso libero in un mercato dovendo condividere con altri le sue regole, o avere libertà totale dalle regole perdendo l’accesso al mercato? Agli inglesi l’ardua sentenza.

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