
Ci vorrebbero sia tra gli israeliani sia tra i palestinesi, sostiene Daniel Cohn-Bendit, leader capaci di spiegare ai loro cittadini che devono rinunciare ad alcuni sogni. Non si vedono però all’orizzonte, e la guerra in Terra Santa si avvita su se stessa per la mancanza di questo coraggio. Cohn-Bendit, 69 anni, figlio di un avvocato tedesco e di una francese, entrambi ebrei, ha trascorso, si può dire, un’intera esistenza sulle barricate. Leader del maggio 68 a Parigi, quando era “Dany le Rouge”, Dany il rosso, poi fondatore dei Verdi tedeschi assieme all’ex ministro degli Esteri Joschka Fischer, dal 1994 deputato al Parlamento europeo fino al recente annuncio di abbandono della politica attiva per lasciare spazio ai giovani. Un protagonista, insomma, che ha rinunciato al seggio, ma non a far sentire la propria voce e il proprio pensiero su questa estate di conflitti che infiamma l’intero Medioriente e lambisce l’Europa. Lo fa con questa intervista all’“Espresso” in cui spazia da Gaza all’Ucraina per analizzare un disastro, anche se lascia aperta la porta alla speranza. Perché una exit strategy andrà pur trovata. Perché persino Vladimir Putin dovrà imboccare la strada della ragionevolezza.
Daniel Cohn-Bendit, Israele e Hamas stanno combattendo la loro guerra più lunga. Qual è il possibile accordo perché le armi tacciano in modo duraturo e non più per piccole tregue, peraltro sempre violate?
«Persino per Benjamin Netanyahu c’è una exit strategy dal massacro. Il problema è capire se la società israeliana e Hamas sono pronti ad accettare i necessari compromessi per trovare la via d’uscita».
Cominciamo da Israele. Non è pronto, secondo lei, a pagare un prezzo per la pace?
«Il governo e la maggior parte dell’opinione pubblica altro non vuole se non la sconfitta totale di Hamas. La gente non ne può più di subire il terrore quotidiano dei missili da Gaza. Ma Netanyahu non ha sinora segnalato nessun interesse per la soluzione “due Stati per due popoli”, senza la quale non è possibile una pace duratura».
E cosa si dovrebbe fare per arrivarci?
«Israeliani e palestinesi dovrebbero rinunciare entrambi ai loro sogni. Gli israeliani dovrebbero accettare che città come Ramallah o Hebron non facciano parte del loro Stato, e i palestinesi altrettanto per quanto riguarda Tel Aviv o Haifa».
Difficile quando, e ci riferiamo a Israele, si ha una tale supremazia bellica.
«La maggior parte degli israeliani è convinta di dover determinare da sola la via d’uscita dal conflitto. E Hamas parla il linguaggio dell’islam radicale, sposa l’idea che le sconfitte di oggi saranno le vittorie di domani. E l’isolamento non scalfisce le profonde convinzioni religiose».
Entrambi prigionieri di una visione che ha poco a che fare con la realtà, dunque.
«Sì. vivono in uno spazio metafisico. Israele si ripete il mantra: “Noi siamo David, lo siamo sempre stati e ascoltiamo solo la lingua di David”. Il rabbino capo di Vienna una volta mi ha detto che non ci sarà mai pace se non si riuscirà a far capire a israeliani e palestinesi che non viviamo nell’epoca della Bibbia o del Corano. Nel mondo globalizzato si deve parlare il linguaggio dell’Onu, accettare i compromessi politici. Se si resta ai testi sacri la situazione rimarrà bloccata in Medioriente».
Sembra un appello alla ragione.
«Io sono un ebreo secolare. Cerco di promuovere un dialogo razionale tra ebrei e Israele. Sì, avete capito bene. Tra ebrei e Israele. La società israeliana, esausta per i continui attacchi dei palestinesi, ha costruito attorno a sé un muro e non vuole più vedere nemmeno quello che fanno i suoi coloni, il suo esercito, o cosa succede ai palestinesi. Da quando c’è il muro, una decina d’anni, gli israeliani non possono più viaggiare nei Territori occupati, non sanno come si vive dall’altra parte. E i palestinesi vedono l’israeliano solo nei panni odiosi del colonialista o del soldato».
Dove sono finiti i movimenti per la pace, la stessa sinistra?
«A Tel Aviv hanno fatto una manifestazione con diecimila persone. Gli scrittori si schierano. Ma dopo anni di stragi e bombardamenti la gente stremata non chiede che sicurezza. E ha perso fiducia nella prospettiva della pace: una delle più tragiche conseguenze dell’omicidio di Rabin».
Ma fu 19 anni fa.
«Yitzhak Rabin era come de Gaulle per molti israeliani. Se L’Oas (Organisation de l’armée secrète) avesse mai attentato alla vita di de Gaulle, la lunga storia di liberazione dell’Algeria dalla Francia sarebbe stata molto diversa. Dalla morte di Rabin Israele non ha ancora trovato alcun politico in grado di proseguire nello spirito degli accordi di Oslo».
È sembrato di essere vicini nel 2000, a Camp David, con Bill Clinton.
«Ma né Ehud Barak né Yasser Arafat sono stati all’altezza di quel negoziato. Barak non ha avuto il coraggio di dire agli israeliani che avrebbero dovuto rinunciare alle colonie in Cisgiordania. Arafat non ce l’ha fatta a dire ai palestinesi che non ci sarebbe stato un ritorno di massa dei rifugiati».
Lo scrittore David Grossman osserva che la società israeliana sta maturando in quest’ultimo conflitto. Il suo collega Meir Shalev al contrario sostiene che gli israeliani sono più divisi e isterici che mai.
«Hanno ragione entrambi. Grossman, al netto delle tragedie personali, resta un ottimista. Vuol credere che la durezza della guerra finirà per condurre alla ragione. Shalev valuta che l’esasperazione induce a seguite compatti Netanyahu».
La cui politica è stata paragonata dal turco Erdogan a quella di Hitler.
«La similitudine mostra solo tutti i limiti della personalità di Erdogan».
Similitudine però ripresa anche nelle strade d’Europa, dove soffia forte il vento dell’antisemitismo.
«L’antisemitismo non ha bisogno del conflitto a Gaza per fare capolino. C’è sempre stato, più o meno forte, in Europa. Oggi a questo antisemitismo storico si somma l’antisionismo del mondo islamico e arabo».
Si lanciano molotov contro le moschee e nel centro di Berlino si inneggia a Hitler.
«Intollerabile. Ma siamo nel 2014, in un mondo globalizzato. Quello a cui assistiamo non ha nulla a che vedere con la Berlino nazista del 1938 o la “notte dei cristalli”. Con le dittature nazifasciste l’antisemitismo era al potere e parte delle persecuzioni erano volute dallo Stato. Non possiamo paragonarle agli stupidi slogan di oggi per non banalizzare gli orrori del nazismo e le vittime della Shoah».
Anche Vladimir Putin ha usato parole forti contro lo Stato d’Israele. E accusa di nazismo il governo ucraino.
«Ai miei occhi Putin fa ciò che Israele sta facendo da anni: espande il suo territorio, rende più grande, in tutti i sensi, la Russia, dopo le perdite dell’era Eltsin».
Perché lo può fare impunemente?
«Dopo la fine della Guerra Fredda abbiamo vissuto la breve illusione del mondo monopolare, con gli Usa come unico gendarme planetario e l’ideologia neoliberista come unica dottrina. La speranza in un mondo multipolare è un progetto a lungo termine non ancora realizzato. È in questo scenario fluido, con Europa e Usa fiaccati dalla crisi, che Putin mostra i muscoli».
Basteranno le sanzioni a fermarlo?
«Credo di sì. Faranno sentire a lui e agli oligarchi russi tutta la dipendenza economica dalle banche e dalle tecnologie europee e americane. Almeno dal 17 luglio (giorno dell’abbattimento con un missile dell’aereo malese, 298 morti, ndr), Putin sa che il suo tentativo di inghiottire l’Ucraina è fallito».
Ma il suo progetto, unito ai conflitti regionali in Medioriente e Africa, non dimostra che il mondo ha bisogno di un gendarme?
«Al contrario dimostra che le logiche egemoniche militari sono condannate al fallimento. Oggi fallisce Putin, ieri era toccato a George W. Bush con le sue tonnellate di bombe e le nevrasteniche crociate in Iraq e Afghanistan. E questo è precisamente il problema di Obama: non ha la forza, o la capacità, di risollevare gli Usa dopo l’immensa catastrofe politica, militare e finanziaria dell’era Bush».
Sembra scomparso dalla scena l’Onu.
«L’Onu non è capace di interagire col nuovo ordine globale multipolare. Quel che è sicuro è che dopo l’avventura imperiale di Bush è tramontata per sempre la dottrina neoliberale. Nella nuova logica multipolare c’è spazio sia per l’alleanza Pechino-Mosca, sia per gli Usa, l’America Latina e, soprattutto, l’Europa. Trovare nuove regole per l’ordine multipolare è la condizione per mediare i vari conflitti».
Cohn-Bendit, lei cita l’Europa come se davvero ce ne fosse una.
«È il nazionalismo il vero freno all’Europa unita. Gli stati si spacciano come “europei” ma hanno l’intenzione, nemmeno troppo velata, di conformare l’Europa al loro modello, tedesco, francese, olandese o italiano che sia. Come nel conflitto israelo-palestinese, anche in Europa manca una leadership capace di articolare gli interessi comuni al di là dei gretti nazionalismi».
Alcuni storici sostengono che, con la nostra diplomazia sonnambula, stiamo attraversando una crisi simile a quella che, 100 anni fa, portò alla Grande Guerra.
«Sbagliano. Nonostante le critiche agli egoismi nazonali, noi una Ue oggi ce l’abbiamo. E i miei amici, in Algeria come in Brasile e nel resto del mondo, ce la invidiano per i valori universali di libertà, democrazia, giustizia sociale. Talmente belli che si esportano da soli».