Dal Likud di Netanyahu ai laburisti di Herzog e Livni, fino a partiti più estremisti, ognuno ha una posizione sulla questione del conflitto e dei territori. Importante per capire cosa riserverà il futuro

Il quotidiano online The Times of Israel, che pubblica edizioni in arabo, cinese, francese e inglese, ha voluto riassumere in vista delle elezioni del 17 marzo le posizioni delle principali formazioni politiche “sul processo di pace, o meglio – la mancanza di un processo di pace”. Specificando in partenza che il partito dell'attuale primo ministro Benjamin Netanyahu “non ha un programma chiaro su come affrontare la questione palestinese”, il 'Times' (fondato nel 2012 da David Horovitz, giornalista di lungo corso del The Jerusalem Post e del The Jerusalem Report) presenta, partito per partito, la posizione di ciascuna formazione, dalla sinistra alla destra religiosa, sul tema. Ecco una sintesi delle posizioni dei principali schieramenti politici in vista del voto del 17 marzo.


Unione Sionista (la coalizione di centro sinistra)

Guidata da Isaac Herzog e Tzipi Livni – che era alla testa del team dei negoziatori durante l'ultimo sforzo per raggiungere un accordo con i palestinesi – la coalizione sposa il progetto della soluzione dei due stati. Inoltre, promette la fine della costruzione di nuovi insediamenti, argomentando che non solo “danneggia l'immagine internazionale di Israele, ma causa 'un danno sostanziale' a un possibile accordo di pace”. Tuttavia, per raffreddare le speranze di un accordo imminente, Herzog ha ripetuto più volte che non sa che tipo di partner troverà a Ramallah, per raffreddare le speranze di un accordo imminente. Inoltre, chiede che i palestinesi riconoscano Israele come stato ebraico. Livni ha dichiarato invece che rifiuta l'idea di assorbire all'interno di Israele un numero anche simbolico di rifugiati palestinesi.


Likud (la coalizione dell'attuale primo ministro Bibi Netanyahu)

In passato, Netanyahu ha dichiarato di essere favorevole ad accettare, in via di principio, uno stato palestinese demilitarizzato che riconosca Israele come nazione del popolo ebraico. Di recente, ha aggiunto che vista l'attuale situazione in Medio Oriente e l'avanzata dell'IS, non sta pianificando alcun ritiro dai territori perché ogni pezzo di terra lasciato libero finirebbe nelle mani di estremisti islamici. In qualche modo, secondo una fonte vicina al primo ministro, questo atteggiamento ambivalente riflette quello della maggioranza dell'opinione pubblica israeliana: favorevoli in linea di principio alla soluzione dei due stati, molti israeliani non ritengono che la pace sia attualmente possibile. Tuttavia, secondo il Times of Israel, la posizione di Bibi è minoritaria: la maggior parte dei parlamentari del Likud si oppone anche in via teoretica a uno stato palestinese.


Lista Araba Unita
Costituita da due partiti arabi e da una lista arabo-israeliana (che include il partito comunista israeliano) chiede la creazione di uno stato palestinese sulle frontiere pre-1967 che abbia come capitale Gerusalemme Est. Inoltre la lista chiede una “soluzione giusta” per il problema dei rifugiati palestinesi che garantisca il 'diritto al ritorno' in accordo con la risoluzione 194 dell'Assemblea delle nazioni unite. Questa risoluzione del 1948 stabiliva che ai rifugiati palestinesi che “desiderino ritornare nelle loro case e vivere in pace con i loro vicini sia permesso di farlo nella prima data praticabile”. La lista araba, guidata da Ayman Odeh, chiede inoltre che Israele smantelli gli insediamenti e “il muro di separazione razziale” e che rilasci i detenuti politici palestinesi.


Yesh Adid (centro)
Guidato da Yair Lapid, questo partito di centro chiede una sorta di 'divorzio' dai Palestinesi con la soluzione dei due stati e “misure di sicurezza di lungo termine” come la demilitarizzazione della West Bank e il disarmo di Hamas. Gerusalemme rimarrebbe sotto controllo israeliano e Lapid, specificando che non parla di pace perché “la pace è una cosa di cui potremo cominciare a parlare tra dieci anni” chiede un eventuale ruolo della Lega Araba nel negoziato.


Kulanu (centro)
La formazione guidata da Moshe Kahlon (che aspira a diventare il prossimo ministro delle Finanze) è focalizzata sulle questioni economiche, con lo slogan: “Qual è la questione più scottante per te: la fine del conflitto o la fine del mese?”. Tuttavia, dopo essersi opposto in passato a concessioni territoriali, oggi la sua formazione sembra orientata a sostenere la soluzione dei due stati.


Shas (sefarditi ultra ortodossi)
In queste elezioni lo schieramento ha deciso di focalizzarsi sulle questioni socio economiche senza dichiarazioni in materia diplomatica. Il capo del partito Arye Deri ha dichiarato di appoggiare Netanyahu come primo priministo e che attualmente non c'è un partner sul versante palestinese. Tuttavia, secondo la figlia del leader spirituale del movimento, lo scomparso Ovadia Yosef, la soluzione non è in uno stato binazionale ma in due stati per due nazioni.


Yisrael Beytenu
Guidato dall'attuale ministro degli esteri Avigdor Liberman sostiene la linea dei due stati, ma non vede i confini pre-1967 come una base per la negoziazione. La piattaforma di Beytenu prevede di annettere le zone della West Bank in cui sono presenti i maggior insediamenti ebraici, cedendo in cambio zone a sovranità israeliana ma abitate da una prevalente popolazione araba al futuro stato palestinese.

United Torah Judaism
Questa fazione ultra ortodossa askenazita si concentra su questioni economiche rilevanti per la popolazione ortodossa, come ad esempio i benefit per le famiglie numerose. La lista, guidata da Yakoov Litzman, non ha una posizione chiara sul processo di pace, tuttavia molti suoi componenti hanno votato in passato contro gli accordi di Oslo e il ritiro dalla striscia di Gaza.

Meretz
Orientato a sinistra, riconosce che i negoziati con i palestinesi finora hanno fallito e chiede nella sua piattaforma elettorale un nuovo approccio, ovvero un accordo regionale che chiami in causa il mondo arabo. L'idea è quella di uno stato palestinese nei confini del 1967 con un serie di scambi di terre che assicurino un 'Israele ebraica e democratica' e una Gerusalemme che faccia da capitale per i due stati.

Yahad
Il nuovo partito, che ha per target l'elettorato ultraortodosso e i nazionalisti religiosi, rigetta ogni tipo di concessione territoriale ai Palestinesi.

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