Gli sfollati dalla città di Sirte sarebbero ormai più di 90 mila, secondo i dati annunciati la scorsa settimana da Unsmil (United Nations Support Mission in Libya). Di questi, 35 mila sono fuggiti dalla città negli ultimi due mesi, cioè da quando è iniziata l’offensiva militare Al Bunyar al Marsous per liberare Sirte dall’Isis. Il numero degli sfollati da Sirte a oggi ammonterebbe a circa due terzi dell’intera popolazione della città, la maggior parte di loro si trovano ora tra Misurata, Beni Walid, Tarhouna.
Solo a Misurata, città duecento chilometri a ovest di Sirte, nelle ultime settimane sono arrivate più di diecimila persone e il comitato locale di crisi sottolinea che tra loro ci sono almeno 3 mila bambini di età inferiore ai tre anni. Da quando Sirte è stata occupata dai miliziani dell’Isis, nell’inverno dello scorso anno, Misurata ha accolto più di 1700 famiglie e allestito un magazzino, alla periferia della città, per distribuire cibo e medicinali di base agli sfollati.
L’insicurezza per l’escalation del conflitto in corso e l’alta inflazione stanno rendendo però difficile anche l’accoglienza e l’accesso ai servizi di base forniti dal governo, come l’energia elettrica, l’acqua e la riparazione delle infrastrutture. “Da quando sono qui a Misurata e non ho più lavoro, devo scontrarmi ogni giorno con l’aumento del mercato nero. Il dinaro libico non vale più niente, è carta straccia. Per noi sfollati non c’è vero sostegno. Ci sentiamo abbandonati.” A parlare è Amir, che a Sirte faceva l’avvocato. Oggi vive a Misurata con la moglie e le figlie piccole.
“Avevo una posizione rispettabile e invidiata in città. Quando siamo scappati non ho fatto in tempo a prendere nulla. Sono fuggito con quel che avevamo addosso e qualche soldo in tasca che mi garantisse di poter pagare l’affitto per un po’. Ma gli affitti a Misurata sono insostenibili per noi e trovare un lavoro è impossibile. Né la municipalità, né il governo di unità nazionale si stanno attrezzando per garantire una vita dignitosa a noi libici, in fuga dagli assassini”.
Amir non ha il volto rassegnato, anzi è combattivo. Vuole raccontare ciò che ha visto perché, dice, “quello che è successo a Sirte, può accadere ovunque. Io lavoravo nel tribunale e quando la città è stata occupata un nigeriano, verosimilmente di Boko Haram, ha preso la direzione del tribunale. Facevamo rispettare la legge, poi in pochi mesi gli assassini hanno istituito il tribunale islamico dei reati gravi: lì giudicavano quelli che consideravano traditori della fede, li imprigionavano e li picchiavano, imponendo loro di giurare fedeltà allo Stato Islamico. Ho sentito racconti di torture e sevizie verso i cittadini considerati spie, frustavano tutti i ragazzi che pensavano potessero dare informazioni alle brigate di Misurata. I racconti erano così spaventosi che nessuno, in città, si opponeva alla loro legge per paura di punizioni severe.” Amir, che spera di tornare presto a Sirte, oggi vive degli aiuti privati della comunità di Misurata.
Nel retro di un negozio di tappeti in via Tripoli, a Misurata, i cittadini raccolgono beni di prima necessità per donarli agli sfollati, ci sono scarpe, vestiti, materassi, quaderni e giochi per i bambini e anche dei cesti di cibo da donare ai giovani sposi che non possono permettersi il pranzo di matrimonio. Fatima è in fila con sua figlia. Aisha ha 13 anni ed è una dei suoi cinque figli. Fino a pochi mesi fa vivevano a Sirte. “Mio marito è cieco e ha un problema al cuore”, racconta Fatima. Quando eravamo a Sirte vivevamo insieme alla sua famiglia, dividevamo il cibo e le spese e finché ho potuto lavorare il mio stipendio bastava a garantire ai bambini ciò di cui avevano bisogno. Poi sono arrivati gli uomini dell’Isis. Ed è iniziata la fine della nostra vita. Si sono impossessati di tutti gli aspetti del nostro quotidiano, compresa l’istruzione. Per questo ho vietato ai miei bambini di andare a scuola, li tenevo a casa, avevo paura che facessero loro il lavaggio del cervello, che corrompessero il loro animo. Piano piano sono cominciate a diminuire le scorte di cibo e di medicine e a quel punto io e mio marito abbiamo cominciato a pensare alla fuga. Da una parte sentivamo che era necessario, dall’altra avevamo paura di essere fermati a un check point e rapiti, come sapevamo che stava accadendo a moltissimi cittadini. Abbiamo chiesto aiuto ai parenti di mio marito, loro hanno raccolto un po’ di soldi e ce li hanno donati per aiutarci a scappare con i bambini. Così una notte ci siamo fatti coraggio e siamo venuti via insieme a un’altra famiglia di vicini di casa”.
Alla fine del 2014 gli uomini dell’Isis hanno cominciato a insediarsi nella città di Sirte, la città natale di Gheddafi e teatro della sua morte. Nell’estate del 2015 Sirte è diventata la terza capitale di fatto del sedicente Stato Islamico dopo Raqqa e Mosul. L’Isis a Sirte ha imposto una rigida interpretazione della sharia (vestiario degli uomini, delle donne, l’istruzione nelle scuole statali) pretendendo inoltre tasse a tutti i negozi, confiscando case e beni, giustiziando persone: sarebbero 49 le esecuzioni pubbliche avvenute in città.
“Volevano reclutare i nostri ragazzi – dice ancora Fatima, mostrando la fotografia del suo figlio più grande Ali, 15 anni – sapevamo che c’erano loro informatori dappertutto che controllavano che i ragazzi andassero ai sermoni e alle loro lezioni. Ma non potevo accettare che mio figlio fosse corrotto dalla loro ideologia, e allo stesso tempo avevo paura che lo uccidessero, per punirlo. Anche per questo siamo scappati. Ma da quando siamo qui a Misurata, ci sentiamo profondamente soli. Io faccio tre lavori per pagare l’affitto della casa che abbiamo trovato, ma se pago l’affitto resta poco e niente per comprare da mangiare. Ho dovuto chiedere ad Aisha di cominciare a lavorare insieme a me, io non voglio che lei faccia lavori troppo umili. Io pulisco le case e chiedo a lei di cucinare”.
Aisha è uno dei quasi 300 mila bambini in età scolare che al momento non hanno accesso all’istruzione in Libia. Nel Paese molte scuole hanno chiuso e in alcune città sono diventate rifugio per gli sfollati. A Sirte, dopo l’occupazione dello Stato Islamico, una scuola è stata trasformata in prigione. “Controllavano tutto: il porto, la base aerea, la stazione radio, hanno interrotto tutte le comunicazioni con l’esterno, chiuso le banche. Hanno tassato il mio negozio, la mia famiglia era ridotta alla fame”.
Ibrahim parla a bassa voce, il suo animo ha ancora i segni della paura. Accetta di incontrarmi in un hotel di Misurata, dopo numerose telefonate, non voleva mostrare il suo volto perché suo fratello è stato rapito dall’Isis ed è ancora in città, ora sotto bombardamento.
“Ho resistito fino alla fine. Non volevo andare via da Sirte senza mio fratello, ma quando sono iniziati i bombardamenti ho preso mia madre e siamo scappati. Loro reclutavano i giovani, mio fratello non voleva combattere. Loro l’hanno prelevato in casa, di notte. E’ successa la stessa cosa a molti altri giovani. Li costringevano ad addestrarsi, noi siamo certi che intorno Sirte ci siano diversi campi di addestramento e vedevamo arrivare armi in continuazione. Armi e decine, centinaia di ragazzi. Il gruppo più numeroso era composto da tunisini, poi le reclute arrivavano da Yemen, Ciad, Nigeria, ma i capi non erano libici, erano siriani e iraqeni. Portavano soldi in diverse valute, c’erano soldi libici ma anche euro e tanti dollari. Con cui pagavano i miliziani”.
L’Isis ha ucciso pubblicamente decine di persone, costringendo i cittadini ad assistere. Molti sono stati decapitati o impiccati su una impalcatura sulla rotonda di Zafran, zona che oggi è stata liberata dalle milizie di Misurata dove è stato allestito un ospedale da campo. “Per sette volte sono stato costretto ad assistere a esecuzioni pubbliche – continua Ibrahim – loro passavano in strada con gli altoparlanti minacciando ritorsioni per chi non fosse sceso in piazza. Uccidevano innocenti accusandoli di stregoneria, di blasfemia, accusandoli di essere spie”.
“C’era una prigione in una scuola materna, nel quartiere Ribat, e un’altra nell’ex sede della banca centrale, eravamo tutti terrorizzati dalla loro polizia islamica, terrorizzati di finire nelle loro liste. I giudici erano quasi tutti nigeriani e tutti i cittadini avevano paura di essere imprigionati. Per questo abbiamo resistito. Un mio conoscente è stato condannato a essere frustato pubblicamente perché un soldato della polizia islamica sosteneva di averlo visto fumare in pubblico”.
Ibrahim ha il volto segnato dalla paura di questi mesi. A Sirte aveva un negozio. Gli uomini dell’Isis prima l’hanno tassato, poi hanno cominciato a vietargli di vendere delle cose che consideravano vietate come i profumi e i deodoranti. Alla fine Ibrahim ha chiuso il negozio. “Molti mi chiedono perché non sono scappato via prima. Io rispondo: perché Sirte è casa mia. Perché volevo indietro mio fratello. Perché speravo che qualcuno ci salvasse. Ora sono qui e ogni mattina prego di trovare un lavoro per sfamare mia madre. E prego per i civili rimasti a Sirte. Perché temo che siano usati come scudi umani”.
Esclusivo27.03.2015
Le guerre segrete dell'Italia