Le difficoltà della Cina potrebbero avere gravi conseguenze per le esportazioni dei Paesi occidentali. Ma gli esponenti della politica internazionale invitano ad avere fiducia

Lo scoppio della bolla speculativa di Shangai sta generando panico in tutto il mondo. Non solo in Asia, dove le economie emergenti risentono fortemente delle difficoltà della Borsa cinese, ma anche Europa e Stati Uniti hanno aperto con grandi perdite. La frenata della crescita cinese sta avendo un impatto su tutte le economie del pianeta e potrebbe avere conseguenze sull'economia reale dei Paesi occidentali.

DOVE NASCE LA CRISI

Il 5 giugno l'indice principale della Borsa di Shanghai aveva toccato il massimo storico degli ultimi sette anni. Poi è iniziata la discesa del valore medio delle azioni, che ha contagiato le altre grandi piazze cinesi, quelle di Shenzen e Hong Kong. In un solo mese il valore medio delle azioni si è ridotto di quasi un terzo, mentre ad agosto la Borsa cinese ha perso il 40 per cento. Tale caduta, la peggiore dopo quella del 2007-2008, ha coinvolto immediatamente tutte le economie asiatiche che hanno forti legami di interdipendenza con quella cinese: ad essere risucchiate nel suo vortice sono state la Borsa di Tokyo, Taiwan, Singapore, l'India, l'Australia e la Nuova Zelanda, che hanno tutte riaperto in perdita.

Le conseguenze del crac si sono rapidamente estese fino al Golfo Persico e al Medio Oriente, da dove hanno raggiunto l'Europa. Dubai e Ryad sono hanno aperto in perdita (-7 per cento) anche a causa del crollo del petrolio: il prezzo del greggio è sceso fino sotto i 40 dollari al barile. Cosa che potrebbe essere inizialmente positiva per i Paesi che consumano maggiore energia (per quelli europei in particolare) che vedranno ridotte le proprie bollette. Ma che riduce il potere di acquisto dei Paesi produttori, ossia delle economie emergenti in cui il Made in Italy ha trovato grandi sbocchi negli ultimi anni.

LE CONSEGUENZE IN EUROPA

La crisi delle economie emergenti potrebbe portare a grosse perdite per l'export europeo, in particolar modo per quei Paesi maggiormente colpiti dalla crisi, dove le imprese hanno basato la loro competitività sulla contrazione dei prezzi. Paesi come Italia e Spagna, dunque, potrebbero risentirne. Meno esposta potrebbe essere la Germania, che basa le proprie esportazioni soprattutto sulla qualità tecnologica. Ciò non toglie che anche le economie dell'Europa Centro-settentrionale potrebbero vedere ridotti o addirittura scomparire interi settori del proprio export: una contrazione dei consumi in Cina colpirebbe soprattutto i Paesi europei che maggiormente vi esportano beni di consumo e prodotti di lusso, come la Germania e la Svizzera. Le incertezze verso il futuro hanno dunque contagiato tutte le Borse del vecchio continente, le cui piazze principali hanno tutte aperto in perdita: Milano (-5,4), Londra (-4,67), Parigi (-5,35), Londra (-4,67), Madrid (-5,01), Francoforte (-4,7), Atene (-10,5).

IL GOVERNO AMERICANO 'VIGILA DA VICINO'

Il Ministero del tesoro statunitense ha comunicato che la propria economia nazionale è oggi “ben più solida rispetto al 2008”. Barack Obama ha ricevuto i suoi consiglieri economici, che si sono detti pronti ad intervenire sui mercati qualora fosse necessario. Per ora, però, i danni a Wall street sono stati limitati. Nonostante anche le Borse americane abbiano riaperto in perdita, i danni sono stati minori rispetto a quelli europei: le perdite di Dow Jones e Nasdaq sono state rispettivamente del 3,58 e del 3,82.

IN CINA INTERVIENE LO STATO

Ad essere invece già intervenuto massicciamente sulla propria economia nazionale è il governo cinese. Tre settimane fa il presidente Xi Jinping aveva dato ordine di formare una “squadra nazionale” composta da banche pubbliche, enti di stato, fondi pensione coperti da ingenti finanziamenti della banca nazionale cinese. Si tratta di un cordone statale per fare fronte all'emergenza eseguendo le direttive del governo. Pechino ha rassicurato i propri cittadini e il resto del mondo, assicurando che le conseguenze del crollo delle Borse sull'economia reale saranno minime. La Cina, infatti, quest'anno raggiungerà una crescita del 7 per cento del Pil.

LE REAZIONI POLITICHE

Sia Stati Uniti che Germania si sono detti fiduciosi nella tenuta del mercato cinese. “La Cina troverà le risposte giuste”, ha detto la Angela Merkel. Josh Earnest, portavoce della casa Bianca, ha invitato il governo cinese a “continuare le riforme di mercato rivolte alla flessibilità del cambio”. Dall'Italia è Filippo Taddei, responsabile economico del Pd, a esprimere fiducia. C'era da aspettarsi che la bolla cinese prima o poi sarebbe scoppiata e “un riassettamento a livello globale era solo questione di tempo”. 

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