Dieci persone uccise, tutti turisti tedeschi, in una zona centrale e frequentatissima della città. Istanbul si sveglia il giorno dopo l'attentato, l'ottavo dall'inizio del 2015. Si sveglia e commenta l'ennesima ferita alla stabilità del paese. Riflette. Individua i responsabili. E attacca gli accademici e i professori universitari. Che avevano osato criticare il governo.
Se per il premier Ahmet Davuto?lu infatti l'esecutore è stato individuato immediatamente in un giovane siriano nato in Arabia Saudita e affiliato all'Isis, che si sarebbe unito a una comitiva prima di farsi esplodere, per il presidente Tayyp Erdogan i nemici vanno cercati anche altrove.
Nel suo primo discorso, a poche ore dalla bomba, davanti agli ambasciatori turchi, il presidente ha detto: «Per noi non fa alcuna differenza quali siano i loro nomi o le loro abbreviazioni. Il primo obiettivo di tutte le organizzazioni terroristiche nella regione è la Turchia, perché la Turchia sta combattendo contro tutti loro con la stessa risoluzione».
Sono messi sullo stesso piano quindi l'Isis, la minaccia globale che sotto le bandiere nere ha ucciso in attentati kamikaze - fuori dagli scenari di guerra in Siria - 1.600 persone, come ha contato le Monde, e i militanti del Pkk, il partito curdo dei lavoratori, che nelle sue frange più giovani combatte da una parte contro lo Stato Islamico in Siria, dall'altra alza barricate e attacca la Polizia nel Sud della Turchia chiedendo più autonomia e la ripresa dei colloqui di pace.
A ridosso dell'esplosione, Erdogan riporta immediatamente quindi il target politico e militare di Ankara dai kamikaze omicida dell'Isis, che solo in Turchia hanno causato due dei massacri più gravi della storia del Paese, a Suruc e ad Ankara, alla spina del Pkk, le cui postazioni il governo ha iniziato a bombardare negli stessi giorni in cui apriva a luglio 2015 le sue basi ai raid americani contro Daesh.
E ancora nel suo discorso dopo l'attentato, Erdogan ha individuato «una quinta colonna» di questo “terrore” che va combattuto con uguali mezzi: i professori dell'università. Ovvero quegli accademici che hanno criticato le azioni dell'esecutivo nelle regioni del Sud Est del Paese, dove i continui coprifuoco nei quartieri “ribelli” di sette città stanno causando la morte e la fame di centinaia di civili. Un gruppo di 1.128 accademici turchi aveva firmato una petizione per chiedere che fossero garantiti i diritti umani fondamentali (fra cui quello alla vita) alla popolazione residente.
Forte anche di un rapporto durissimo di Amnesty International e di una organizzazione umanitaria turca su quello che sta accadendo nelle regioni curde della Turchia, il manifesto dei professori aveva avuto il supporto di 356 colleghi internazionali, fra cui David Harvey, Noam Chomsky, Etienne Balibar, Erik Swyngedouw, Judith Butler e molti altri.
Per Erdogan sono tutti assimilabili a facilitatori dei “terroristi”: «Prendete parte: o siete con il governo turco, oppure siete con i terroristi». Il messaggio è stato tanto chiaro da essere subito preso in parola dal Consiglio per l'Educazione superiore turco, che due ore dopo il discorso ha annunciato che avvierà un'inchiesta interna contro coloro che hanno firmato la petizione. Il cui testo, online, è diventato nel frattempo irraggiungibile.