Ha capito che dobbiamo lottare per non diventare minoranza. E che il melting pot con neri e musulmani non funziona: rischia di sparire la nostra cultura. Parla Jared Taylor, l'ideologo dei suprematisti

Jared Taylor
Meglio un giorno da leone che cento anni da pecora... Nell’incandescente campagna presidenziale Usa c’è posto anche per un amarcord mussoliniano, retwittato da Donald Trump. Una gaffe che avrebbe stroncato le aspirazioni di qualsiasi candidato e che invece non è riuscita a scalfirlo. Trump ha acceso ancora di più la retorica populista, chiudendo un occhio ai saluti fascisti nel pubblico e tollerando maltrattamenti dei suoi contestatori. L’appeal nazionalista ha galvanizzato le sacche più razziste degli Usa. E gli ha assicurato una serie di endorsement da parte dei gruppi suprematisti, tra cui quello di David Duke, ex Gran Stregone del Ku Klux Klan, mai rinnegato dal miliardario.

Dagli strali di Trump è stato sedotto anche Jared Taylor, uno degli ideologi più noti dell’estremismo bianco, direttore di “American Renaissance”, think tank dell’ultradestra. Niente cappucci o croci in fiamme. Taylor, 65 anni, è il volto raffinato del suprematismo. Eloquio forbito e laurea in filosofia a Yale. Il professore parla alla pancia degli ultraconservatori, quella che ritiene afroamericani e latini “evidentemente meno intelligenti” dei bianchi, che vorrebbe chiudere le frontiere ai musulmani e deportare gli immigrati. E che difende il diritto a una segregazione di fatto. Prima di Trump, Jared Taylor non aveva mai appoggiato un candidato presidente. La discesa in campo dell’imprenditore ha risvegliato in lui antiche speranze, come spiega in questa intervista con “l’Espresso”.

Jared Taylor, perché ha scelto di sostenere Trump alle primarie?
«Perché è l’unico che abbia a cuore politiche importanti per i bianchi. La sua campagna è una risposta al nostro desiderio: rimanere maggioranza negli Stati Uniti».

L’ascesa di Trump spaventa l’establishment dei repubblicani.
«Ma lui ha capito cosa vuole la maggioranza e ha il coraggio di dirlo. Pensate alle sue prese di posizione sui musulmani. Il clima è simile a quello della Francia di Marine Le Pen. Nessuno vuole che i propri figli diventino una minoranza. Chiedere ai bianchi di celebrare la diversità è un invito al suicidio. Il partito repubblicano sembra più preoccupato dall’idea di essere tacciato di razzismo, che di vincere le elezioni».

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La rabbia dei bianchi è benzina per Trump
18/3/2016
Potrebbe vincere senza le minoranze?
«I repubblicani perderanno ogni senso se gli Stati Uniti dovessero diventare a maggioranza non bianca. Per attrarre le minoranze, dovrebbero avere politiche più democratiche degli stessi democratici. Se fingeranno di rivolgersi a neri e ispanici sarà la fine, perché questi ultimi non hanno a cuore ciò che è importante per noi: i diritti legati alle armi, la preservazione della Costituzione e un governo meno invasivo».

Che minaccia rappresentano i musulmani?
«La più grande è il terrorismo. Ma è importante anche capire la natura dell’islam stesso. Loro non accettano la nostra cultura».

Lei è anche favorevole all’espulsione di milioni di messicani illegali.
«Alcuni immigrati messicani sono criminali. Inoltre è evidente che gli ispanoamericani restano fedeli al loro Paese».

L’economia statunitense potrebbe sopravvivere senza la forza lavoro degli immigrati?
«Certo! Pensate al New Hampshire o al Minnesota: ci sono pochi messicani tra camerieri e muratori. Se non ci fossero stranieri, il salario aumenterebbe e sicuramente molti di noi sarebbero disposti a fare quei lavori».

Tanti pensano che la grandezza degli Usa sia proprio legata al melting pot di culture.
«Il melting pot è stato un successo fino a quando gli ingredienti erano europei; ora che l’immigrazione è musulmana e ispanica non funziona più. La diversità culturali non è un punto di forza ma di debolezza per uno Stato, crea tensione e conflitto. Quando gli immigrati erano europei, ci sono volute meno di due generazioni perché si integrassero e si sentissero americani. Al contrario, neri e indiani hanno fallito. Culture troppo diverse non si possono assimilare».

In quanti pensa che condividano il suo pensiero?
«La mia non è una posizione isolata. Ogni mese trecentomila persone visitano il nostro sito».

Lei non ama essere definito suprematista...
«Preferisco “white advocate”, difensore della razza bianca di discendenza europea».

Pensa che i bianchi abbiano bisogno di essere “difesi”?
«Nel mondo vige un doppio standard. Un nero che ama la musica nera, preferisce la cultura nera e vuole vivere tra afroamericani, non viene criticato. Se un bianco però dice di amare la cultura occidentale e la musica classica e vuole vivere tra i suoi simili, allora diventa un suprematista».

Le sue teorie partono dal concetto di razza. Lei ritiene che i neri siano meno intelligenti?
«Ci sono evidenze schiaccianti che lo dimostrano».

Affermazione molto grave.
«So che questi discorsi possono risultare scioccanti per alcuni, per me sono solo realistici. E poi, ammetto anche che i bianchi siano meno intelligenti di chi viene dall’Asia Orientale».

Nel libro “The Color of crime” lei dice che la delinquenza è nera!
«Non dico che tutti i crimini siano opera degli afroamericani, ma mi baso sulle statistiche per dimostrare che i neri vengono arrestati in numero maggiore perché commettono più reati, non perché la polizia sia razzista».

Molti ritengono che l’aumento della violenza contro le minoranze abbia nell’estremismo bianco le sue radici.
«La violenza dei bianchi contro i neri è rara, ma quando accade fa notizia. Come a Charleston, ad esempio, dove un pazzo ha ucciso nove neri. Anche se lui avesse preso ispirazione dalle mie idee, questo non vuol dire che siano sbagliate, non mi sento responsabile».

Come ha vissuto l’elezione di Obama?
«Preferirei che l’uomo più potente d’America fosse sempre un bianco, ma ci sono neri che farebbero meglio di certi candidati repubblicani come John McCain e Mitt Romney».

Qual è l’America che ha in mente?
«Un Paese in cui sia normale per i bianchi poter vivere tra loro, con le proprie istituzioni e la propria cultura. Se gli Stati Uniti non lo capiranno presto, la civiltà europea sarà sommersa. È quello che sta capitando nel Vecchio Continente: se sarà invaso da arabi o altri immigrati, non sarà più Europa. Nessuno si interesserà allo stato delle cattedrali o alla musica di Mozart o Puccini. Io invece ho a cuore tutto questo, vorrei che la cultura dei miei antenati continuasse. Dobbiamo rimanere un gruppo distinto; è una questione di sopravvivenza».

Rimpiange la segregazione?
«In passato schiavitù e segregazione sono state terribili. Ora bianchi e neri sono costretti a vivere insieme, perché il governo dice che non si possono avere quartieri e scuole separate; anche questo è terribile. Non c’è una soluzione efficace che risolva il problema della convivenza mista. Io credo che i vari gruppi razziali dovrebbero avere gli stessi diritti, vivendo però separatamente. La definisco libertà di associazione».

Lei non ha amici neri?
«No, ma alla conferenza che organizziamo ogni anno tra i partecipanti c’è un afroamericano. Sono tanti i non bianchi che mi incoraggiano, convinti che la cultura bianca sia un bene per il mondo».

Cosa pensa di quanto accade in Europa?
«È un fenomeno simile a quello vissuto da noi, ma più repentino. I Paesi a maggioranza bianca sono destinazione privilegiata dell’immigrazione: i bianchi costruiscono società desiderate da tutti. Sono sicuro che anche la maggioranza degli italiani vorrebbe che il Paese non fosse invaso da africani o arabi».

Cosa sa dell’Italia?
«Seguo con ammirazione la Lega Nord. D’altra parte vengo da una famiglia di confederati, ho sempre avuto molta simpatia per i secessionisti».

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