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Strage di Nizza, il Califfo ha vinto comunque

La matrice dell'attentato è ancora incerta. Nessun legame, per ora, tra Mohamed Lahouaiej Bouhlel e lo Stato islamico. Ma il Califfo ha già ottenuo il suo risultato: il suo gruppo è entrato nell'immaginario di tutti come minaccia costante e imminente. Anche grazie a una scelta degli obiettivi meno selettiva di quella di al-Qaeda

L'attentato di Nizza che ha provocato almeno 84 vittime non ha ancora una matrice certa. Eppure tutti già puntano il dito contro lo Stato islamico. Per il Califfo Abu Bakr al-Baghdadi il fatto che gli sguardi siano rivolti alla sua organizzazione è un successo innegabile: nell'arco di soli due anni dall'annuncio della nascita del Califfato in Siria e Iraq è riuscito a imporsi come attore egemone nel panorama del jihadismo contemporaneo. Soprattutto, è riuscito a entrare nell'immaginario di tutti, anche qui in Occidente, come un nemico pericoloso, che fa paura.

Secondo le prime informazioni, l'autore dell'attentato sarebbe il tunisino Mohamed Lahouaiej Bouhlel. Investigatori e giornalisti sono alla ricerca di tracce del suo passato che possano dimostrare simpatie verso il radicalismo di matrice islamista, conoscenze sospette, atteggiamenti e dichiarazioni che confermino ciò che tutti pensano: dietro la strage di Nizza c'è il Califfo. Non è detto che sia così. Per il momento vale il contrario: la biografia di Mohamed Lahouaiej parla di un uomo che non manifestava alcuna particolare convinzione religiosa. Inoltre, per ora nessuno degli organi di informazione e propaganda ufficiale dell'Is ha rivendicato la strage.

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Allo stato attuale, nessun elemento sembra dunque indicare legami tra Mohamed Lahouaiej e lo Stato islamico, o che l'attentato possa essere stato ispirato, suggerito o coordinato dagli uomini di Abu Bakr al-Baghdadi. Eppure il Califfo ha già vinto la sua partita. Lo Stato islamico infatti è percepito – ancor più dopo Nizza, e a dispetto degli elementi concreti – come una minaccia costante, imminente, un pericolo talmente pervasivo da risultare incontrollabile. A poco servono i controlli di sicurezza, se la minaccia è così diffusa, pensano in molti. «L'adattamento e il rafforzamento costante del nostro dispositivo di lotta contro il terrorismo islamista restano una priorità assoluta», ha dichiarato il primo ministro francese a ridosso della strage. «Una vigilanza eccezionale in ogni istante e durante un lungo periodo saranno necessarie». Necessarie ma non sufficiente.

Sui social-media, i simpatizzanti del Califfo celebrano la vittoria, e invocano nuove attacchi al cuore dell'Occidente. Non è una novità. Da anni la retorica anti-occidentale è forte, tra i seguaci del Califfo. La Francia, in particolare, è sotto il mirino a causa del suo passato coloniale, del suo attivismo militare nel Nord Africa, nel Sahel, in Siria e Iraq. Il portavoce dello Stato islamico, Abu Mohammed al-Adnani, ha spesso fatto riferimento alla hubrys militarista di Hollande, per legittimare gli attentati terroristici come quello di Parigi del novembre scorso e invocare nuove azioni. Sono due le "chiamate alle armi" più celebri: quella del settembre 2014, con cui veniva dato il "via libera" ai cosiddetti "lupi solitari" in Occidente, che secondo al-Adnani avrebbero dovuto agire senza aspettare alcuna autorizzazione dalla casa-madre; e quello del maggio scorso, quando il braccio destro del Califfo ha invitato i seguaci del gruppo a trasformare il Ramadan, mese sacro per i musulmani, in un "mese di calamità". Così è stato.
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Alcuni analisti hanno ricordato che proprio al-Adnani, e proprio nel discorso del settembre 2014, ha fatto riferimento all'uso di automobili o camion come strumenti per infliggere colpi mortali agli infedeli. «Se non siete in grado di rimediare un ordine esplosivo improvvisato», dichiarava allora il portavoce del gruppo, «allora individuate l'infedele americano, francese, o qualunque altro loro alleato». E poi «spaccategli la testa con una pietra, sgozzatelo con un coltello, o passategli sopra con la vostra automobile». Un invito ribadito in un video recente, che molti attribuiscono a militanti legati al Califfato, in cui si dice che camion e automobili sono armi sempre disponibili, pronte a colpire obiettivi civili, altrettanto "disponibili". Lo scorso mese l'esercito del Cyber Califfato ha inoltre diffuso sul web alcune info-grafiche con cui forniva «istruzioni agli individui e lupi solitari: uccidili». Diversi, gli strumenti suggeriti per compiere gli attentati: "sparagli", "accoltellali", "falli esplodere" e infine, accompagnato dal disegno di un'automobile, "investili".

Anche al-Qaeda in passato ha invocato l'uso di tattiche simili a quella usata da Mohamed Lahouaiej a Nizza. Per esempio, in uno dei numeri di Inspire, la rivista patinata in lingua inglese del gruppo fondato da Osama bin Laden. Ma era una tattica di cui Osama bin Laden non era per niente convinto, e che poi avrebbe fortemente rinnegato, perché inevitabilmente comporta la morte indiscriminata di civili, anche musulmani. Una preoccupazione che lo sceicco saudita aveva reso evidente già nei primi anni duemila, con le sue lettere ad Abu Musab al-Zarqawi, lo spietato jihadista giordano, a capo di al-Qaeda in Iraq, che con il suo settarismo aveva organizzato e condotto attacchi anche contro le comunità sciite.

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Da allora in avanti, sia Bin Laden che il suo successero alla guida del gruppo, Ayman al-Zawahiri, avrebbero diffuso linee guida che includevano una selezione accurata degli obiettivi. Perché il terrore è un'arma legittima, pensava Bin Laden e pensa oggi al-Zawahiri, ma va usata in modo selettivo. Per scopi "politici". In quest'ottica, i giornalisti e disegnatori rimasti vittime dell'attentato alla redazione del giornale satirico Charlie Hebdo sono obiettivi legittimi, per al-Qaeda, perché colpevoli di aver insultato il profeta Maometto, mentre l'attentato contro il locale gay "Pulse" di Orlando non lo sarebbe: meglio evitare i luoghi delle minoranze come quella omosessuale - hanno scritto gli strateghi di al-Qaeda dopo l'attentato compiuto da Omar Mateen - perché nascondono gli obiettivi "politici" di operazioni simili: gli Stati Uniti e il loro governo di infedeli, non la comunità gay.

Anche per questo, negli organi di propaganda ufficiali di al-Qaeda – come nel più recente numero 15 della rivista Inspire – si parla esplicitamente di "assassinii professionali". Professionali perché capaci, oltre che di usare strumenti di violenza diversi, di individuare gli obiettivi legittimi, e di escludere quelli che non lo sono. Sotto questo profilo, il gruppo fondato dallo sceicco saudita ha dimostrato un'evidente evoluzione strategica dall'11 settembre 2001, quando vennero colpite le Torri Gemelle. Non più attentati indiscriminati, ma obiettivi accuratamente selezionati. Al contrario, lo Stato islamico sembra adottare una strategia terroristica molto meno selettiva. Lo stesso al-Adnani, il portavoce del gruppo, lo ha fatto capire molto chiaramente nei suoi comunicati. «Si deve colpire ovunque sia possibile». Che si tratti dell'Occidente blasfemo o della città di Medina, cuore dell'Islam.

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