Colpire l'economia dei paesi in cui si vogliono diffondere. Aumentare il bacino di reclute e simpatizzanti. E soprattutto: allargare il fronte. L'analisi di alcuni esperti sulla strage di Dacca, in Bangladesh, in cui sono morte 20 persone, fra cui nove italiani

Piegare. Reclutare. Far parlare di sé. Ed espandersi. L'Isis, in difficoltà sul campo in Siria come in Iraq, sta lanciando una nuova offensiva violenta su un terreno di scontro impossibile da difendere. E da prevedere. Come è successo a Dacca - «Anche se l'Isis sta lottando per mantenere il controllo del suo territorio in Medio Oriente, il suo successo nell'impiantare cellule terroristiche capaci di perpetrare attacchi all'estero farà continuare gli attentati.

E questi attentati sono molto più difficili da prevenire. E più efficaci nel diffondere il terrore», scriveva un analista su Foreign Policy proprio a proposito dell'espansione dell'Isis in Bangladesh solo tre mesi fa.
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«Ormai abbiamo scritto dietro la schiena chi siamo. E l'obiettivo dei terroristi siamo noi: occidentali». Così invece Roberto Bosco, un manager che da anni lavorava in Bangladesh con alcune delle nove vittime italiane dell'attentato che ha ucciso 20 persone, commentava sabato a Radio Capital quanto accaduto. In questa sua percezione – gli occidentali presenti lì come target – e nelle conseguenze immediate che questa realtà avrà sugli scambi turistici e commerciali del paese, c'è l'ombra della nuova strategia del terrorismo dell'Isis. Di una nuova linea del fronte.

Parlando dell'attentato di soli due giorni prima contro l'aeroporto internazionale di Istanbul, Gökhan Bac?k, professore di relazioni internazionali alla Ipek University, spiegava a l'Espresso come la scelta del luogo in quel caso rispondesse anche a due obiettivi: «Colpire un target globale, con vittime il più possibile internazionali: lo Stato Islamico è molto attento all'eco che le sue azioni possono avere. Legge la realtà. E sa che più occidentali riuscirà a coinvolgere, più stranieri, più si parlerà di lui». Il secondo motivo più specifico, ed è «la volontà di danneggiare economicamente il paese. Di punire la Turchia. L'aeroporto di Istanbul non è solo un obiettivo simbolico: è uno snodo nevralgico».
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Danneggiare l'economia del paese. Come in Tunisia, con il turismo crollato dopo gli attentati del Bardo e di Sousse, dove trentanove bagnanti vennero uccisi mentre prendevano il sole sulla spiaggia. Era un anno fa, era l'inizio dello scorso Ramadan. Alla fine del digiuno di questo 2016, altri attentati: Istanbul, Dacca, Bagdad.

L'Holey Artisan Bakery, il bar della strage di venerdì sera, era frequentato da internazionali. Soprattutto italiani, così vicino com'era al consolato. Le esportazioni del Bangladesh verso l'Italia avevano già avuto una flessione (confrontando gennaio 2016 e gennaio 2015), ma in alcuni settori, come il tessile, l'abbigliamento e la lavorazione della pelle, il rapporto si stava sempre più consolidando, superando i 300 milioni di euro l'anno di scambi, con Roma come quinto partner di riferimento dopo Stati Uniti, Germania, Regno Unito e Francia.

È a questo che miravano i terroristi del Daesh, colpendo un cafè e secondo le prime testimonianze selezionando “gli infedeli” fra i presenti, prima di ucciderli. Di massacrarli. Ma l'economia, rappresentata lì dai nostri connazionali e da sette clienti giapponesi, non è il solo motivo che ha portato il commando locale ad agire a Dacca in nome dell'Isis. Ce ne sono altri. Che si inseriscono in una linea lunga di terrore di matrice islamista che attraversa il paese da tempo: dal marzo 1986 al dicembre 2014 in Bangladesh ci sono stati 1.049 attentati. Dal 2013 la repressione del governo sulle diverse formazioni integraliste armate del paese è stata più forte, partendo dal processo a due leader del partito Jamaat-e-Islami per crimini di guerra su stragi legate alla lotta per l'indipendenza del 1971.

In una dettagliata analisi pubblicata a marzo su Foreign Policy, Sarah Kaiser-Cross spiegava come in questa “tradizione” l'Isis avesse trovato spazio pericoloso in cui inserirsi, sfruttando tensioni sociali e religiose già presenti per aggregare nuovi gruppi e compiere nuovi attentati sotto la propria bandiera. Nell'agosto del 2014 diverse formazioni bengalesi dichiarano in un video fedeltà al Califfato.

Lo stesso anno, a settembre, Samiun Rahman, un ragazzo di 24 anni, di Londra, confessò alla polizia di Dacca di star reclutando in Bangladesh miliziani per Isis e Jabhat al-Nusra. A novembre del 2015, ricordava invece Kaiser-Cross, lo Stato Islamico aveva presentato la sua intenzione di "conquistare" il paese: «I soldati del Califfato continueranno ad avanzare ed espandersi nel Bengala. E le loro azioni aumenteranno», minacciavano in un video. L'hanno fatto.

Il 23 giugno di quest'anno, in un altro video, l'Isis invitava nuove reclute a farsi avanti. L'obiettivo questa volta non erano gli occidentali, quei giovani europei sempre più difficili da convincere a partire per la Siria, dove sanno di rischiare solo la morte, come kamikaze costretti o sotto i bombardamenti: il messaggio era tradotto in arabo, inglese, filippino, indonesiano e malese.

La nuova zona di attrazione di disperati da usare nella guerra del Califfato: negli ultimi tre anni, ha detto il 6 giugno il ministro della Difesa di Singapore Ng Eng Hen, Isis ha reclutato più simpatizzanti e operativi nel Sud Est Asiatico di quanto al-Qaeda abbia fatto in una decade, con più di mille combattenti asiatici ora presenti in Iraq e in Siria. Per questo sono stati avviati pattugliamenti congiunti fra Malesia, Indonesia e Filippine nel mare di Sulu a sud-ovest delle Filippine. Ma non basta. E nell'area si rinnovano gli studi che avvertono: l'Isis si vuole espandere nella regione. Ora, servono le risposte.

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