A sinistra una gigantografia del Partenone, simbolo di democrazia e libertà, a destra una della Muraglia cinese, simbolo di dominio centralizzato e chiusura. Nell’ingresso del quartier generale di Cosco, il colosso marittimo cinese che si è accaparrato per decenni la gestione dello storico porto greco del Pireo, le iconografie delle civiltà madri dell’Occidente e dell’Oriente sono una di fronte all’altra. Entrambe antichissime e nobili, dunque compatibili, nelle intenzioni di chi ha scelto l’allestimento. Che prosegue: fotografie di colonne di marmo bianco giustapposte a travi di legno laccate di rosso; eroi nudi e muscolosi ritratti insieme a statici guerrieri di terracotta.
Eppure sono immagini e concetti lontani tra loro negli occhi di chi è cresciuto con Pericle e Aristotele. Come lontani appaiono al porto, tra le tute blu dei cantieri delle navi in riparazione e i rivoli di fumo dei capannelli sindacali, le torri di Shanghai e i nuovi capi dagli occhi a mandorla e mocassini neri. Senza i quali però, in quest’inizio di millennio, il Pireo sarebbe solo un altro rudere greco, vestigia di tempi gloriosi, e non il principale porto meridionale del Mar Mediterraneo.
[[ge:rep-locali:espresso:285263026]]
La Grecia, una volta madre dell’Occidente, è oggi la figlia debole di un’Europa che dell’Occidente è la rappresentazione geografica più prossima. Qui si è aperta sette anni fa la voragine dell’insostenibilità di un sistema sociale basato su clientelismo e corruzione; su un’economia presa a prestito da Bruxelles con l’intenzione di non restituirla mai. Quasi fosse dovuta dalla Storia: se tra il 1950 e il 1980 il Pil greco crebbe del 5 per cento, dal 1980, negli anni dell’appartenenza all’Unione europea, è aumentata solo dell’1 per cento.
Qui i partiti tradizionali si sono sciolti nel mare, sotto il peso della perdita di un quarto della ricchezza del Paese, e la democrazia è diventata demagogia prima che altrove in Europa. E qui quello che doveva essere il governo della rivoluzione, del popolo per il popolo, quello della sinistra radicale di Siryza, ha rinnegato la volontà democratica espressa nel referendum contro le misure di austerità, legalmente vincolante (a differenza di quello italiano o di quello sulla Brexit) in nome di un bene superiore, tra lo shock e poi la rassegnazione generale.
«Siryza non è interessata al Paese e, come i partiti precedenti, sta facendo i suoi interessi, accordandosi con le élite europee», denuncia all’Espresso Dimitris Kouras, l’avvocato quarantenne che per sei mesi, prima di essere costretto alle dimissioni dal ministro delle Finanze Euclid Tsakalatos, è stato segretario generale dei Beni pubblici e oggi denuncia la vendita a prezzi di saldo del patrimonio ateniese voluta da Alex Tsipras. La Storia si ripete. Già due secoli prima di Cristo, con la caduta della Grecia nella sfera di influenza romana, la democrazia ateniese si era svuotata di significato: le élite ricevevano da Roma favori e assistenza in cambio dell’esecuzione della sua politica.
«Il problema vero non è la frattura tra politica e società: quella c’è sempre stata», riflette Christos Ikonomou, che sulla crisi greca ha appena scritto una raccolta di racconti fantastici, “Dal mare verrà ogni bene” (edizioni Elliot): «Il problema è la mancanza di soluzioni. La gente è in cerca del prossimo Messia. In Europa la situazione non è ancora così lampante ma qui la ricerca del Salvatore è diventata la normalità». I partiti tradizionali sono stati provati tutti: la sinistra e poi la destra e poi la speranza della nuova sinistra. Manca solo la destra nazista di Alba Dorata, con i suoi uffici tappezzati di poster di gladiatori antichi, romani o greci è un distinguo di poca rilevanza, conta il mito e le sue promesse di un’Ellade al di fuori del cerchio stellato dell’Unione europea, ieri Salvatrice, oggi Tiranna. Un’Ellade omogenea e forte come lo è stata solo nell’immaginario collettivo e mai davvero.
«L’Europa è un prodotto della Storia. L’Occidente è un prodotto della filosofia», continua Ikonomou: «Adesso sia l’Europa sia gli Usa sono sbilanciati. Non stanno vivendo all’altezza degli ideali dell’Occidente. Occorre tempo per riflettere sul futuro: ma la gente non ce l’ha e corre verso gli estremi che nel loro assolutismo offrono sicurezza in tempi incerti».
La collina di Perama, spudoratamente affacciata su uno dei porti più belli del mondo, è quanto di più simile la grande regione di Atene abbia alle favelas di Rio de Janeiro. Più la strada sale e si allontana dal mare e più fatiscenti sono le abitazioni: da queste parti è la povertà ad abitare sull’Olimpo. Gli dei stanno in spiaggia. E Nino Giatras potrà avere il fisico di Poseidone ma ben poco da spartire con il dio del mare.
Abita in una casa diroccata, occupata con la moglie Christina, due figli e tre cani. Tutti abbandonati, dagli dei e dagli uomini. Finché i tempi d’oro sono durati riforniva di cherosene i termosifoni delle abitazioni della collina. Ogni due litri ne rubava uno giù al porto. E poi barava sui rifornimenti. Così riusciva a guadagnare anche 300 euro al giorno. Oggi che nessuno può permettersi più il riscaldamento, deve fare carte false per ottenere quei soldi dallo Stato ogni mese. Così chiede un po’ di elemosina, soprattutto la domenica, quando la mensa pubblica è chiusa e i mozziconi di sigaretta non riescono a far tacere il malumore dello stomaco. E un po’ si arrabbia: per una vita aveva votato comunista, duro e puro, ma oggi, nonostante tutte le loro manifestazioni, “quelli” non ottengono più nulla.
Come se la manifestazione di piazza si fosse trasformata in un modo per occupare il tempo, visto che non si lavora più, anziché essere lo strumento per ottenere uno straccio di diritto. Insieme agli altri abitanti della collina con vista sui container di mezzo mondo, isole colorate di ricchezza inavvicinabile, Nino è diventato un fan di Alba Dorata e dei suoi sogni a poco prezzo perché «sempre meglio bugiardi che ladri»: è il ritornello che ci si scambia tra poveri.
«L’Europa non è l’Unione europea», sottolinea durante una pausa dei lavori parlamentari Ilias Panagiotaros, uno dei leader di Alba Dorata, sotto processo come mandante per l’omicidio nel 2013 del rapper antifascista Pavlos Fyssas: «È un covo di banchieri e multinazionali e tra cinque anni sarà morta. Ed è un bene perché non è più capace di provvedere ai suoi cittadini come aveva promesso. Ma adesso un modello ce l’abbiamo. Donald Trump è l’eroe dei nostri giorni. Il Messia che ci mostrerà la strada». Prima di rientrare in aula tira fuori dalla ventiquattrore il catalogo dei modelli di uniformi militari che produceva la fabbrica di suo padre prima che fosse costretto a chiuderla. E che lui vorrebbe riaprire adesso che la globalizzazione non va più di moda e il lavoro in Grecia è a prezzo di saldo. «Il mio vero mestiere è quello di venditore», sottolinea, orgoglioso, spalancando le labbra in un enorme sorriso.
Dimitris Pandermalis, un uomo basso e canuto, dal sorriso aperto e gli occhi curiosi, il museo dell’Acropoli lo ha voluto fortemente. Per anni ha lottato contro la burocrazia greca per costruirlo proprio lì, sotto la roccia sacra, nel cuore di Atene. Non vuol sentir parlare di stilisti della moda come Gucci che vogliono usare l’Acropoli come palcoscenico per le loro sfilate in cambio di tanto denaro. «Non tutto si può comprare. Nemmeno in Grecia. Le opere d’arte sono protagoniste. Non potranno mai fare da sfondo visivo». Sperava di ottenere dagli inglesi anche quel 30 per cento di sculture del Partenone che si sono impunemente portati via. E invece non solo Londra si è rimangiata la parola: adesso non vuole nemmeno far più parte dell’Europa. Sospira sul suo caffè. «Una storia lunga 2.500 anni ci ha reso umani, molto umani», dice lui: «Non è la prima volta che la Grecia soffre. Il problema adesso è che il livello culturale medio è troppo basso. All’università alcuni insegnanti ne sanno meno degli allievi. E, come ci insegnano gli antichi, occorre un certo livello di educazione per avere una vita politica e sociale. A questo servivano le arti liberali, a rendere liberi, non schiavi del denaro. Non si può credere al primo venditore di sogni».
Oltre l’enorme vetrata della caffetteria del museo, risplendono in tutto il loro simbolismo millenario le colonne del Partenone, il tempio dedicato ad Atena, la nostra Statua della Libertà, con l’elmetto al posto della corona e la lancia al posto della la fiaccola, come si addice a un Continente dove ogni conquista è ottenuta nel sangue.
«L’Occidente è nato qui ma in Europa con il Rinascimento è iniziata una nuova era e noi non vi abbiamo partecipato. Da voi il mondo moderno è cominciato nel 1500. Da noi nel 1800, dopo secoli di dominazione ottomana. Eppure noi greci non possiamo non appartenere all’Occidente».
Lui non lo sa ma Pandermalis è sulla stessa linea d’onda di Naim El Ghandour, commerciante di gamberi e leader della comunità musulmana in Grecia. Egiziano di nascita, ad Atene vive da decenni. È sposato con Anna, una combattiva signora greca convertita all’Islam («il velo è la mia vera sfida», sussurra lei enigmatica prima di chiudere il cancelletto di ferro verde del giardino) e si batte per l’apertura di una moschea con fondi statali greci.
Non costruita con soldi di privati, come quella di Roma, ci tiene a sottolineare. «Conosco bene l’Oriente e so cos’è l’Occidente: democrazia e libertà, che apprezzo. Non voglio vivere mai più in Oriente, casa di corruzione e dittature. Meglio una vita da classe media qui, dove sono libero, che quella di lusso che potrei avere in Egitto». A dispetto della crisi. E dei problemi che arrivano dal mare. «Sono centinaia di anni che greci e egiziani convivono senza farsi la guerra. I guai sono iniziati nel 2001, con i rifugiati dall’Afghanistan, dall’Iraq, lontani da noi per storia e tradizioni. E per classe sociale. Cerchiamo di educarli perché un lavavetri disperato e per niente integrato nella società greca mette a repentaglio il futuro dei miei figli».
I figli della Grecia di oggi sono nati nella crisi e con la crisi. «Dovremmo smetterla di chiamarla crisi questa situazione», taglia corto Pandermalis: «La vita è cambiata per sempre e dobbiamo accettarlo. Avremo tutti una vita meno rilassata da adesso in poi». «Non ho mai lavorato tanto come a sessant’anni», gli fa eco Tassos Vamvakidis, responsabile commerciale della Cosco: «E guadagno di meno. Ma la Grecia deve e può cambiare: non può continuare a vivere di debiti. Deve produrre e vendere quello che produce».
I giovani non fanno paragoni. Non possono guardare indietro. Soprattutto non coloro che sanno di non avere i mezzi per emigrare. Per loro l’assenza di lavoro, gli stipendi bassi, la vita fatta di famiglia e vacanze a casa è la normalità. Di un passato fatto di diritti collettivi hanno solo sentito dire. «Volevo fare il giornalista sportivo e lo faccio», racconta soddisfatto Orestis, 28 anni, uno dei quattro figli di Katerina Bonu, una spazzina di Atene, che vive con la famiglia ai piedi dei monti che circondano la periferia ateniese: «Sono stato assunto durante la crisi. Guadagno 680 euro netti tutti i mesi. Mi sto organizzando per lasciare casa. Se non lo faccio alla mia età, quando?»
Per Katerina, che è stata una sostenitrice della sinistra di lotta e che in Tsipras vedeva il volto di un corso nuovo, il governo di Syriza ha sigillato la fine di un sogno: «La politica è teatro. Nulla cambierà senza violenza», dice adesso. Ma parla senza convinzione, mentre spiega come il governo abbia aumentato i salari pubblici decurtati in precedenza, regalandole un po’ di sollievo. Serve dolcetti al miele in pantacollant neri e racconta a voce bassa come la vicina disoccupata abbia chiesto a lei, che un lavoro ce l’ha, un prestito per arrivare a fine mese. Un prestito di un euro e mezzo.
«Se davvero qualcuno intravedesse un’alternativa la rivoluzione sarebbe già scoppiata», sottolinea Alexandros Pagiotas, un filosofo-imprenditore di 36 anni, sostenitore della tecnologia come strumento di miglioramento del processo democratico. Invece gli anarchici sono stati confinati tra le palazzine borghesi di Exarchia, al centro della capitale. Una specie di ghetto di lusso, con murali giganti che rendono omaggio a poveri e barboni, in cui la polizia non entra più da un paio d’anni.
Il cuore di Atene è stato ripulito negli ultimi due anni: nuovi caffè hanno sostituito i vecchi, occupando lo spazio di chi aveva fatto bancarotta. La classe agiata di Kolonnaki che aveva ancora qualche risparmio da parte ha cominciato a spenderlo, nonostante da gennaio il costo di caffè e benzina sia dettato più dalle tasse che dalla materia prima e le imposte sulla casa, così come l’Iva al 24 per cento, siano uno schiaffo ai consumi. Il costo della vita è stabilmente crollato: 70 centesimi un chilo di arance in centro, 40 in periferia. E con 15 mila euro si acquista un appartamento ad Exarchia.
Il comune di Atene si è fatto carico di 26 mila bocche da sfamare: le mense pubbliche così come le farmacie collettive sono diventate parte integrante del tessuto sociale. «Siamo una società resiliente», dice il sindaco Georgios Kaminis, «e il prossimo 8 aprile lo dimostreremo». Atene ospiterà l’ultima edizione di Documenta, una delle più importanti mostre d’arte al mondo, nata nella tedesca Kassel nel 1955 per ricostruire l’identità di una città distrutta dalla guerra. Oggi il testimone passa ad Atene. E quella conversazione intellettuale iniziata duemila anni fa riparte dalla culla della civiltà occidentale.