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Donald Trump va a Parigi per dividere la Ue

Emmanuel Macron e Donald Trump, al G20 di Amburgo
Emmanuel Macron e Donald Trump, al G20 di Amburgo

The Donald sbarca a sorpresa nella capitale francese. Ma lo fa per spaccare l'Europa, pensando alla Russia

Emmanuel Macron e Donald Trump, al G20 di Amburgo
Lei l’hanno paragonata a Wonder Woman, lui ad Ares. Lei è Angela Merkel, lui Donald Trump, due “nemici” che si battono sullo scacchiere internazionale come i protagonisti immaginari del film cult di questa estate e interpreti (reali) del G-20 appena concluso ad Amburgo. Sei mesi dopo l’ingresso di The Donald alla Casa Bianca i rapporti tra gli Stati Uniti e quell’Europa (occidentale) alleata di sempre hanno raggiunto livelli minimi e all’interno della Casa Bianca non manca chi preme per una rapida sterzata. Porre il freno a una politica che ha rimesso in discussione alleanze certe e certificate - nate dalla fine dei conflitti mondiali dello scorso secolo e cementate per decenni in funzione anti-Urss - è diventata una priorità per l’ala moderata dell’amministrazione, dagli alti funzionari del Dipartimento di Stato ai vertici militari del Pentagono.

Quando venerdì prossimo Donald Trump scenderà dall’Air Force One per partecipare alle celebrazioni del 14 luglio a Parigi i primi ad essere soddisfatti saranno loro. Accettare l’invito del nuovo presidente francese per il “giorno della Bastiglia” è stata la prima mossa distensiva del presidente Usa verso la Francia dopo settimane di polemiche seguite alla rottura sul clima, ai mal digeriti rapporti tra The Donald e Marine Le Pen (che lui avrebbe visto volentieri all’Eliseo) e a quella che - dopo l’elezione di Macron - era stata catalogata nei palazzi di Washington come una “relazione antagonista”. Nonostante le “differenze transatlantiche” quotidianamente sottolineate dai media Usa, il presidente francese sembra aver trovato con Trump (o perlomeno con gli uomini del presidente Usa che “fanno” la politica estera) un terreno comune su due questioni decisive anche per la Casa Bianca: sicurezza globale e guerra al terrorismo islamico.

«Il presidente Trump non vede l’ora di riaffermare gli stretti legami di amicizia con la Francia, di celebrare questo giorno così importante per il popolo francese e di commemorare il ventesimo anniversario dell’ingresso degli Stati Uniti d’America nella Prima Guerra Mondiale». Niente Twitter questa volta, ma un pomposo annuncio per rimarcare l’importanza del viaggio; con immediata risposta di Macron che si è detto entusiasta di un incontro che terrà conto soprattutto delle «cose che abbiamo in comune».

Difficile che questo improvvisato vertice Usa-Francia possa incrinare il nuovo asse franco-tedesco pronto a guidare l’Europa anche nei rapporti con l’America di Trump; avrà però un impatto positivo su quelle iniziative diplomatico-militari (vedi guerra in Siria e Iraq) con cui il presidente Usa sta ribaltando la politica di Obama e in cui quello francese vuole avere (secondo tradizione gollista) mani libere rispetto all’Europa.

Più che alla Francia (e alla stessa Germania) le prossime iniziative “europee” di The Donald potrebbero costare qualcosa a quello che è da sempre l’alleato-principe degli Stati Uniti (e non solo per tradizioni, lingua e cultura) nel Vecchio Continente, il Regno Unito. L’invito di Macron è stato preso male dai diplomatici britannici a Washington che si domandano come mai - considerate la “special relationship” tra i due paesi - il presidente Usa abbia preferito Parigi a Londra, considerato che Theresa May si era precipitata alla Casa Bianca a gennaio, prima leader europea ad omaggiare Trump dopo l’insediamento (con tanto di invito nella capitale britannica). In sei mesi, nonostante il continuo lavorio sotterraneo tra le due diplomazie nessun viaggio è stato ancora previsto (a meno di un improvviso blitz dell’ultimo minuto).

Una sorta di “divide et impera” con l’Europa occidentale, tenendo a mente quello che veramente interessa a The Donald: il rapporto con la Russia. Da cui scaturisce il poco interesse alla “Western Europe” e i fari puntati su quei paesi del Vecchio Continente che ai tempi della Guerra Fredda erano sotto il tallone di ferro dell’Unione Sovietica. A iniziare da un tema strettamente legato al clima (e al rifiuto degli accordi di Parigi), quello energetico.

ieci giorni fa, alla vigilia del suo viaggio in Europa per il G-20 (con tappa in Polonia), Trump ha promesso una nuova “Golden Era”, un periodo aureo per il business energetico americano. In quella che ha definito una politica di “dominio energetico” (ovviamente da parte degli Usa) ha indicato nell’Europa dell’Est il mercato-chiave (insieme all’Asia) per esportare - dopo decenni di importazioni - gas naturale e petrolio, oggi in grande eccedenza grazie al boom del “fracking” in grandi Stati come il Texas e la Pennsylvania. «Esporteremo l’energia americana in ogni parte del mondo», ha ripetuto più volte, una parola d’ordine ricorrente, usata come un mantra dai diplomatici della Casa Bianca soprattutto nei confronti di quei paesi europei come Polonia e Ucraina che temono di più le buone relazioni di The Donald con la Russia di Putin. Che queste mosse possano penalizzare i cittadini degli Stati Uniti o che rendano l’America più debole invece di garantire maggiore potere e influenza globale degli Usa sui destini del pianeta Terra, sono cose che non sembrano preoccupare il “Commander in Chief”. Sempre che Ares, dio della guerra, non soccomba di fronte a Wonder Woman.

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