Sutton, periferia sud di Londra. È lunedì 26 novembre e il cielo è grigio sopra il Regno Unito. «Brexit: prendere o lasciare», titola Metro, il più popolare giornale gratuito del Paese, che la gente sfoglia sui treni e nei bar. Il giorno prima a Bruxelles le 27 nazioni dell’Unione europea hanno approvato l’accordo per l’uscita della Gran Bretagna. «Questa è l’unica riforma possibile», è stato il commento di Jean-Claude Juncker, il capo della Commissione. «Il popolo non vuole più perdere tempo a discuterne», gli ha fatto eco la premier britannica Theresa May. Ma è davvero così? E cosa può succedere adesso?
«Sono stufo», sbotta Matthew Dawsons, 60 anni, proprietario di un negozio su High Street, la via principale di Sutton: «Qui si continua a parlare, a discutere, e non si fa niente per cambiare le cose». A quasi due anni e mezzo dal referendum, questo calzolaio di uno dei pochi distretti londinesi dove hanno vinto i “leave”, i favorevoli all’uscita, è l’incarnazione dello stato confusionario in cui vive il Paese. Occhi azzurri e capelli brizzolati, Matthew ha votato per la Brexit ma non è per niente contento di come stanno andando le cose. Risponde alle domande mentre sparge colla sulla tomaia di uno scarponcino anti infortunistico. «Sono arrabbiato con i conservatori che hanno abbandonato gli incarichi di governo negli ultimi giorni», dice riferendosi a gente come Dominic Raab, il ministro dimessosi insieme ad altri tre membri dell’esecutivo definendo quello sottoscritto dalla May un accordo «persino peggiore» della permanenza del Regno Unito nell’Ue. «Se la pensi così», si scalda Matthew, «resti al governo e cerchi di convincere gli altri della tua idea, non ti dimetti in un momento del genere».
Il calzolaio che dice di aver sempre votato Tories oggi sostiene la May, promotrice di una soft-Brexit, un’uscita moderata che punta a bloccare la libera circolazione delle persone ma non quella delle merci. «La preferisco di gran lunga a chi si è dimesso», ribadisce Matthew. Che alla domanda successiva dà però una risposta sorprendente. Cosa si augura adesso? «Una no-deal Brexit». Cioè un’uscita senza accordo. Il signor Dawsons tifa dunque per la May, ma al contempo sta con i conservatori che la contestano, con quelli che hanno promesso di bocciare il suo testo in Parlamento, con i nazionalisti che vogliono tagliare tutti i legami con la Ue. Anche a costo di far piombare la Gran Bretagna nell’incertezza totale. Perché a quel punto, fra meno di quattro mesi, Londra si ritroverebbe fuori dal blocco comunitario, e senza in teoria la possibilità di poter negoziare su alcunché. Eppure l’artigiano di Sutton dice di aver votato Brexit soprattutto per la questione degli immigrati.
Proprio il punto di forza dell’accordo firmato dalla May. «Delle merci mi importa poco», spiega, «ma sugli stranieri bisogna fare qualcosa, perché oggi questo Paese non ha le risorse per aiutare tutti. Le faccio un esempio. Mio figlio aspetta da cinque anni una casa popolare, ha anche un bambino piccolo, ma il Comune qui continua a dare appartamenti a quelli che sono appena arrivati, ai rifugiati».
Ciò che Matthew ignora è che difficilmente questo cambierà, perché il Regno Unito continuerà ad accettare rifugiati come prevede la convenzione dell’Onu. L’accordo della May prevede invece di bloccare l’ingresso dei cittadini europei all’interno della Gran Bretagna, selezionando le entrate in base alle necessità del mercato del lavoro. Tutta un’altra storia rispetto a quanto si aspetta il suo elettore di Sutton. Ma le credenze oggi contano più dei fatti, perché l’accordo deve passare al vaglio di Westminster. E i parlamentari che lo voteranno, se vorranno essere rieletti, dovranno fare i conti con gente come Matthew. Che non è assolutamente un caso isolato.
L’accordo, dicevamo. Si tratta di oltre 600 pagine di testo, migliaia di parole che dovrebbero servire a capire cosa cambierà dopo il referendum che nel giugno del 2016 decretò l’allontanamento di Londra dal progetto comunitario. Volendo sintetizzare, si potrebbe usare lo slogan “fuori le persone, dentro le cose”. Questi sono i temi di cui si discute nelle strade di Londra. L’accordo è in realtà solo una bozza. Prima di entrare in vigore dovrà essere approvato dai parlamenti degli altri 27 Paesi che formano l’Ue, dall’assise di Strasburgo. E da Westminster. Quest’ultimo è senza dubbio l’ostacolo principale.
Lo è perché un po’ tutti, dai laburisti a una parte degli stessi conservatori, dagli scozzesi ai nord irlandesi, considerano deludente il patto negoziato dalla May. Una Brexit che avvantaggia soprattutto Bruxelles, hanno commentato più o meno all’unanimità i principali media britannici, poiché rende praticamente eterna l’unione doganale fra il Regno Unito e l’Unione europea. Insomma, nessuna vera autonomia economica, nessuno stop all’invasione di prodotti comunitari, e soprattutto nessuna possibilità di fare accordi commerciali con Paesi terzi come la Cina. Perché restando parte dell’unione doganale con l’Ue, Londra dovrebbe sempre sottostare alle decisioni commerciali di Bruxelles su dazi e regolamenti vari. La premier conservatrice sta provando a convincere tutti che non è così. Che questo è il miglior compromesso possibile. Che l’accordo «rispetta il risultato del referendum», ha detto, «restituendoci il controllo delle nostre frontiere, dei nostri soldi e delle nostre leggi».
Qualcuno sembra essersene convinto. Alla stazione Victoria incontriamo Allan, 56 anni, piccolo imprenditore del settore edile. È seduto con la moglie Susan ai tavolini del Wetherspoon, una catena di pub diventata popolare da quando il proprietario si è schierato apertamente a favore della Brexit. «Quello che conta per me», dice Allan, «è che non ci sia più la libera circolazione delle persone, per questo ho votato a favore della Brexit. Mio figlio ha studiato, oggi lavora nella finanza e guadagna 600 sterline al giorno, 600 sterline ogni santo giorno. Lavora nella City e tutti i suoi colleghi sono inglesi. Un domani però le cose non saranno più così. I ragazzi polacchi o lituani che oggi fanno i camerieri qui in Gran Bretagna avranno dei figli, i quali studieranno e andranno a lavorare in banca portando via il lavoro agli inglesi. Io non sono razzista», ci tiene a precisare, «ma questa è la realtà. Ecco perché sono contento dell’accordo firmato dalla May, e speriamo che alla fine il parlamento lo approvi».
Sette fermate della metropolitana più a nord, quartiere di Finsbury. Cambiano le idee politiche, il pub, ma non il risultato finale. Pam è una pensionata di 72 anni, per una vita ha fatto l’assistente sociale. Dice di aver sempre votato a sinistra, di essersi schierata per rimanere nell’Ue perché favorevole alla libera circolazione delle persone. Anche lei spera però che l’accordo della May passi. «L’alternativa è uscire senza piani, in modo disordinato: un disastro. E poi sono stufa di tutte queste negoziazioni. A forza di concentrarsi sulla Brexit, il governo si sta dimenticando di quello che conta davvero, come la sanità pubblica e le scuole che ormai sono allo sbando». Ma a lei cosa cambia se si va avanti a negoziare ancora per un po’? «Cambia che non riesco a vendere casa mia», sorride la signora. «La mia pensione non è alta, vorrei quindi vendere il mio appartamento e cercarmene uno più piccolo così da avere un po’ di risparmi in tasca. Ma in due anni non si è mosso niente e le assicuro che non è una questione di prezzo: tutti aspettano di vedere cosa succede con la Brexit prima di fare un investimento».
La tesi di Pam è confermata dai dati. Secondo la società di ricerche immobiliari Molior London, quest’anno nella capitale il numero di case rimaste invendute è aumentato del 50 per cento, facendo scendere di conseguenza i prezzi che erano in rialzo costante dall’ottobre del 2011. Lo stanno toccando con mano i venditori della Hamptons International, catena di agenzie sparpagliate per tutto il Paese. Quelli della filiale di Pimlico, nel centro di Londra, raccontano che «negli ultimi 24 mesi i valori qui sono scesi di circa il 10 per cento, e questo nonostante il ribasso della sterlina che in teoria dovrebbe attirare capitali stranieri».
Poco male se però si guarda la “bigger picture”, come dicono qua. Ampliando lo sguardo sull’intera economia, il Regno Unito non si può infatti lamentare. Negli ultimi otto anni il prodotto interno lordo è cresciuto con costanza a ritmi superiori all’1,5 per cento, con un tasso di disoccupazione che si aggira oggi intorno al 4 per cento. Numeri da fare concorrenza alla Germania. Il problema è quello che succederà tra poco, oltre la Manica. Società finanziarie come Moody’s e Schroders sono convinte che nel 2019, in caso di Brexit senza accordo, il Paese piomberà in recessione. La sterlina perderebbe valore, il costo delle merci importate aumenterebbe, molte aziende sarebbero costrette a tagliare gli stipendi per sopravvivere. A meno che non decidano di andarsene, e allora sarà ancora peggio.
Un esempio pratico lo fornisce Joe Burke, banchiere della City. Irlandese di 50 anni, è uno dei direttori della Mufg Bank, istituto di credito giapponese che finanzia diverse case automobilistiche nipponiche presenti nel Regno Unito. Lo agganciamo dopo il lavoro al bancone di un pub su Cannon Street. «Parlo a titolo personale, non a nome della banca», tiene a precisare tra una Moretti e l’altra. Poi spiega perché, secondo lui, con una Brexit senza accordo le cose andranno malissimo. «Oggi le case automobilistiche giapponesi importano nel Regno Unito i componenti delle macchine realizzati nella Ue, poi esportano nell’Ue i veicoli assemblati. Tutto questo senza pagare dazi. Se la Gran Bretagna esce senza accordo, saranno valide le regole del Wto (l’Organizzazione mondiale del commercio, ndr). In pratica le case pagheranno il 10 per cento in più su ogni componente importato qui, e il 10 per cento in più su ogni auto esportata nell’Ue. Il risultato è che le fabbriche potrebbero essere trasferite in qualche altro Paese, e così anche tutta la filiera che ci ruota attorno».
Le conclusioni le tira Francesco Castelli, uno dei 700 mila italiani a Londra, gestore di fondi d’investimento per Banor Capital: «Il paradosso è che la Brexit è stata votata soprattutto dagli operai, i quali rischiano di perdere il posto di lavoro in caso di uscita senza accordo. Mentre a guadagnarci sarà la finanza, che pur essendosi schierata contro l’uscita potrebbe sfruttare l’occasione di un no-deal per fare di Londra la Singapore sul Tamigi, come ripetono alcuni conservatori, cioè una piazza offshore ancora più attrattiva di oggi per i capitali stranieri».
Tutte ipotesi, scenari, suggestioni. La realtà è che l’accordo politico sul tavolo della May altro non è che una dichiarazione di intenti, un concentrato di aspirazioni privo di dettagli e vincoli legali. Per capire come sarà davvero la Brexit bisognerà aspettare il 29 marzo dell’anno prossimo. Quando - salvo colpi di scena - il Regno Unito sarà ufficialmente fuori dalla Ue. Solo da quel giorno in poi inizieranno i negoziati ufficiali sui vari punti citati nella bozza che circola in questi giorni. Negoziati che dovrebbero protrarsi almeno fino al termine del 2020. La partita è dunque ancora lunga e piena di possibili colpi di scena. Ciò che conta ora è la capacità di persuasione del capo del governo in vista del voto di Westminster, previsto per l’11 dicembre. E qui arriviamo al punto cruciale. Al caos che si potrebbe scatenare nel momento in cui la Camera dei Comuni dovesse bocciare l’accordo. Perché questo è al momento lo scenario più probabile, almeno stando alle dichiarazioni di Arlene Foster, la leader del Dup, il partito degli unionisti dell’Irlanda del Nord: «Voteremo contro», ha promesso lo scorso 24 novembre durante il congresso annuale del suo partito a Belfast.
Con 10 deputati, il Dup rappresenta l’ago della bilancia in parlamento, la stampella che finora ha tenuto in piedi l’esecutivo guidato dai Tories. Un partito euroscettico che rappresenta in realtà una minoranza in Irlanda del Nord, dove al referendum vinse il “remain”. Fatto sta che se tutti e dieci i membri del Dup dovessero bocciare l’accordo, la May non avrebbe scampo. A meno di trovare qualche sponda tra i laburisti di Jeremy Corbyn, ma anche questa al momento è un’ipotesi considerata irrealistica da quasi tutti i commentatori politici, convinti che la sinistra sfrutterà l’occasione per far cadere il governo.
Secondo gli unionisti dell’Irlanda del Nord, il problema sta tutto nel confine con la Repubblica d’Irlanda, membro dell’Ue e della zona euro, che dunque con Brexit dovrebbe venire separata dal resto del Regno Unito. Per evitare di creare una frontiera rigida tra i due Paesi, mettendo a rischio vent’anni di pace frutto del cosiddetto Accordo del Venerdì Santo, Londra e Bruxelles hanno abbozzato l’idea di un confine controllato solo grazie alla tecnologia, senza barriere fisiche. Bella trovata, non fosse che una soluzione del genere non è stata applicata finora in alcun luogo al mondo. Per di più, senza una barriera fisica il rischio è quello di spostare la dogana più in là, sul Canale di San Giorgio, tra l’Irlanda del Nord e il resto della Gran Bretagna. Da qui la critica al governo May, accusata di mettere a rischio l’unità del Regno visto che alla fine Belfast potrebbe ritrovarsi più vicina a Dublino che a Buckingham Palace.
Se alla fine in parlamento gli oppositori dovessero prevalere, il piano concordato con Bruxelles verrà bocciato. A quel punto si aprirebbero diversi scenari. Un cambio al vertice del governo conservatore. Un’uscita senza accordo. Nuove elezioni. Un secondo referendum. Roba da bookmakers navigati. Anand Manon, professore di Politiche europee al King’s College di Londra e direttore del think tank “Uk in a Changing Europe”, dice che molto dipende da come avverrà la bocciatura del piano, ormai data per scontata. «Se gli oppositori saranno in netta maggioranza», ci spiega, «è probabile che il premier si dimetta, mentre in caso di sconfitta sul filo di lana la May potrebbe tornare a Bruxelles per ottenere qualcosa in più, anche se certamente l’Ue non cambierà la sua idea su punti dirimenti come il confine con l’Irlanda del Nord».
Per trovare una previsione più precisa bisogna accettare l’anonimato dell’interlocutore. A parlare è un diplomatico di un’importante cancelleria occidentale: «Alla prima votazione la Camera dei Comuni voterà no al piano. A quel punto la Borsa crollerà, la sterlina pure, la May otterrà qualche piccola concessione da Bruxelles e a gennaio l’accordo verrà approvato. D’altra parte se sei un parlamentare conservatore perché far andare a governare i laburisti?». Insomma alla fine potrebbero vincere i mercati, gli investitori finanziari. Proprio come sta succedendo in Italia. Con il “governo del cambiamento” costretto a modificare la manovra a causa dell’odiato spread. In barba a tutte le promesse elettorali.