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«Io, trafficante di uomini vi racconto il mio lavoro»

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«Ho visto gli annegati, mi sono commosso. Ma poi ho pensato che in fondo li avevo aiutati. Se decidono di partire è perché pensano di non avere scelta. Si sentono morti nel loro paese e anche qui»

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Cinquemila migranti chiusi nei centri di detenzione ufficiali, decine di migliaia in quelli non ufficiali gestiti dalle milizie. una guerra in corso dal 4 aprile che ha provocato 120 mila sfollati, 1000 morti di cui 100 civili. In mezzo i soldi dell’Europa e dell’Italia, arrivati negli ultimi anni, aumentati anno dopo anno. Sullo sfondo il business del traffico di uomini. L’Espresso è riuscito ad incontrare e registrare un’intervista con un trafficante di Sabratha, che - per ragioni di sicurezza - vuole restare anonimo.

Come è cambiato in questi mesi il traffico di uomini?
«Al momento è molto complicato per i migranti raggiungere la costa, a causa delle condizioni di sicurezza. Per questo il traffico si è un po’ indebolito, perché i migranti non riescono in gran parte ad arrivare sulla costa. Le strade sono bloccate dai combattimenti e i negoziatori non riescono ad attirare clienti».

Cerca di riassumere la rete, come funzionano gli spostamenti da una zona all’altra?
«I migranti arrivano da sud, ci sono varie reti di contrabbando. A volte a trasportare i migranti è gente comune, che di solito non lavora come trafficante. Sono civili, gente normale che fa semplicemente un viaggio con un carico di migranti fino alla zona successiva. Ci sono diversi punti di consegna, ogni regione, tribù, ha qualcuno che prende il trasporto fino al punto successivo. Ad esempio da sud, da Sabbha, da Beni Walid da Al-Hamada, da Ghadamas raggiungono Zintan. A Gharian vanno verso le aree di montagna e scendono nella valle di Wadi Al-Hayya fino all’ultimo punto di trasporto che è Zawia, o Sabratha.
E ovviamente ci sono gruppi da Tripoli, partono dalle vicinanze dell’aeroporto di Mitiga verso le coste ovest».

Come sono composti questi gruppi?
«Non sono africani. Ci sono siriani, palestinesi. Molte nazionalità diverse. Quello che sta succedendo in questi mesi è che vogliono partire i migranti che sono in Libia da anni, che magari sono qui da dieci anni e non avevano mai considerato di andare via, che più o meno legalmente erano qui per lavorare, come meccanici o qualsiasi altro lavoro. Ora stanno risparmiando per partire, perché sono sempre minacciati da milizie e soprattutto hanno paura della guerra. Molti di quelli che vogliono partire oggi sono già nel nord del paese, non arrivano dai confini sud».

Quando arriva un gruppo di persone da te, qual è il tuo compito?
«Limitato, mi occupo della fase finale del lavoro. Chi arriva da me ha raggiunto l’ultimo passaggio. Ognuno ha un ruolo distinto, limitato in questo lavoro. Per chi sta al mio posto la cosa importante è farsi consegnare i soldi prima di partire, prima dell’imbarco. Di solito i migranti non hanno troppe richieste o condizioni. Vogliono solo salire a bordo, questo è tutto».

Non fanno richieste sulla sicurezza durante il viaggio non so, sui salvagenti, per esempio?
«No, non a me. Non hanno richieste basate sul nulla. Io li consegno ai ragazzi che li mettono a bordo senza approfondire l’argomento».

Quanto costa il viaggio ora?
«Ora i prezzi sono un po’ aumentati, perché è tutto più difficile. Comunque non c’è nulla di fisso, dipende dal modo in cui ci accordiamo con le milizie, un giorno stringiamo un accordo con uno, un giorno con un altro. Un giorno spunta un gruppo nuovo da pagare, lungo la strada.
In genere l’ultima fase costa 3-4 mila dinari libici, o può arrivare a 2 mila euro, dipende dalle condizioni».

Hai usato più volte la parola “lavoro”. Ti senti mai in colpa?
«No, non provo questo sentimento. Io aiuto le persone a realizzare il proprio sogno. Il nostro lavoro è un taxi.
Sanno che il viaggio è pericoloso».

C’è stato un momento, in passato o recentemente, o qualcosa che è accaduto che ti ha fatto pensare di lasciare quello che tu chiami lavoro?
«Non mi sono quasi mai fatto questa domanda. Forse una volta, avevo visto l’immagine di un gruppo di migranti annegati. E i media ne parlarono molto. Mi sono commosso. Poi ho pensato che in fondo li avevo aiutati a realizzare il loro sogno. Sono persone morte in ogni caso. Se decidono di partire è perché pensano di non avere scelta. Si sentono morti nel loro paese e anche qui. È una scommessa, le persone scommettono sulla loro vita. E questo fa continuare anche uno come me a fare ciò che faccio».

Due ultime domande, ti è mai capitato di andare a prelevare migranti in un centro di detenzione per portarli a “imbarcarsi”?
«Preferisco non rispondere a questa domanda».

Ti risulta che funzionari di paesi europei abbiano cercato di trattare con i gruppi che controllano il traffico per fermare le partenze? 
«Preferisco non rispondere a questa domanda».

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