Il 17 febbraio 2011 segnò l'inizio della prima guerra civile libica con il rovesciamento di Gheddafi. Francesca Mannocchi, con un diario quotidiano, ci racconta cosa succede nel Paese

Trovare un criterio per superare la morte delle persone amate è la fatica quotidiana del dopo, quando il corpo è stato accompagnato al cimitero, sepolto, e i fiori bianchi sulla lapide fanno ombra alla data di nascita e morte.

1998-2020, nel caso di Saned Elhazil. Saned è l’ultima vittima dell’attacco all’Accademia Militare di Tripoli nella zona di Hadaba, parte meridionale della città, colpita la notte del 5 gennaio da un drone delle forze del Generale Khalifa Haftar. Ventotto morti sul colpo, decine di feriti. Quando è squillato il telefono quella notte, suo padre Saleh stava riposando. Non aveva sentito niente, nessuna notizia. Eppure è quello che si fa in tempo di guerra: si lascia un canale acceso sempre, per sapere dove è caduto l’ultimo missile, se l’aeroporto è stato di nuovo colpito, se tuo figlio sta bene. Ma in casa del giovane Saned quella sera non c’era elettricità, come accade spesso, né abbastanza carburante per far funzionare il generatore di corrente.

«Pronto?». Dall’altra parte la voce di un parente: «Hai sentito le notizie? L’Accademia, i cadetti». «Andiamo». «Andiamo». È qui che Saleh, quarantacinque anni, tre figli, un’attività di compravendita di auto nuove e usate, si ferma e stende un manifesto a terra sul tappeto. A sinistra il volto di Saned, l’ultima foto che gli aveva mandato il giorno prima, al centro un’immagine di loro due insieme, in auto. E a sinistra una frase: il sangue dei cadetti è servito a far cessare il combattimento a Tripoli. «Il sangue santo dei cadetti», aggiunge Saleh. Padre in cerca del criterio della sopravvivenza.
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Dopo l’attacco all’Accademia Militare Sarraj e Haftar avevano accettato una tregua, accogliendo la proposta di intesa di Erdogan e Putin che sostengono politicamente e militarmente le due fazioni. I soldati hanno smesso di sparare, ferma l’artiglieria, a rimbombare solo la pena di chi resta, e celebra funerali di piazza circondato da microfoni e bandiere e onori di stato. Perché sia monito, certo, ma anche perché i lamenti delle madri, amplificati e in diretta televisiva, possano coprire il vuoto che rimane.

La ginnastica della sopravvivenza consiste in questo, sempre. Trovare i pezzi per riempire quei vuoti. E allora poco importa se mentre cammina per pregare di fronte alla lapide di suo figlio si sente il frastuono, cupo, dei colpi di artiglieria pesante alle sue spalle. Per Saleh, il sangue di suo figlio, «il sangue santo» – dice ancora, come a benedire – è servito a far tacere le armi.

Quand’è arrivato all’Accademia Militare, quella notte, Saleh ha visto pezzi di corpi e ricorda l’odore di carne bruciata. E poi il sollievo, il figlio non era lì. Non era nei sacchi, non era bruciato. È solo ferito, ce la farà.

Saned è stato colpito alla testa da una scheggia, il suo corpo steso su una barella era già clinicamente morto da quella notte. Due settimane di coma e poi la fine. Saleh lo racconta mostrando due fotografie: la prima ritrae il figlio il giorno prima nella sua stanza in Accademia, nella seconda un corpo steso, il viso fasciato da bende. È suo figlio, ma potrebbe essere chiunque. «Non lo riconosco», dice Saned. Non si può riconoscere la morte di un figlio, dico io. Sangue santo. Sangue inutile.

Il dopo è un addestramento alla sopravvivenza: si asciugano i pianti delle madri e dei due fratelli, uno di tredici anni e uno di undici: Si aggiustano i vuoti e si spostano i mobili, oppure si buttano via, per cancellare la memoria di un futuro perduto.

La madre di Saned non vuole vivere nella casa dove ha cresciuto suo figlio, la sua stanza chiusa, scatoloni. Il sentimento delle cose. Il pomeriggio dell’attacco Saned ha telefonato a suo padre: era orgoglioso di essere un cadetto. Era lì per una nuova Libia, qualunque cosa significhi. Per lui un significato l’aveva, era una frase detta a suo padre, lasciata come un testimone: “No East no West, just Libya”. Solo la Libia, solo una Libia.

Nel 2011, l’anno della rivoluzione, Saned aveva tredici anni: troppo pochi per combattere, abbastanza per ricordare cos’era prima e addestrarsi ad abitare il vuoto che la rivoluzione aveva consegnato ai giovani. Un vuoto fatto di aspettative ma senza strumenti. Una casa abbattuta, da rifare, senza cemento.

Hisham Matar qualche anno fa, nell’estate di un’altra guerra civile libica, quella del 2014, ha scritto: «Una rivoluzione non è una marcia indolore verso le porte della libertà e della giustizia. È una lotta tra rabbia e speranza, tra la tentazione di distruggere e il desiderio di costruire. Il suo temperamento è disperato. È una risposta tormentata al passato, a tutto ciò che è accaduto, alle ingiustizie ricordate e non ricordate». I pensieri di Matar iniziavano così: i sogni hanno conseguenze, non si torna indietro.

Tra una settimana Tripoli celebrerà il nono anniversario della rivoluzione, il nono diciassette febbraio. Ci sono le stesse bandiere di quell’inverno in piazza, ma nuove armi, altre madri stese a piangere il sentimento delle cose, altri padri a riempire i vuoti e stampare cartelli con i volti dei figli, i figli martiri, il sangue santo.

Sarà il nono diciassette febbraio, e di quella “Nuova Libia”, del titolo senza l’opera intorno, restano pochi sogni, troppe conseguenze.

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