
Conflitto iniziato il 4 Aprile dello scorso anno dopo che le truppe del generale Haftar hanno attaccato la capitale Tripoli.
Haftar ha risposto alla conferenza di Berlino chiudendo i giacimenti petroliferi e nelle stesse ore in cui faticosamente si cercava una trattativa politica e diplomatica le sue forze armate continuavano a bombardare le periferie meridionali della capitale.
I leader tribali nella Libia orientale, suoi alleati, hanno accusato il governo sostenuto dalle Nazioni Unite di utilizzare le entrate petrolifere per sostenere i gruppi armati contro l'esercito dell’Est.
In Libia il NOC, National Oil Corporation, genera ricavi dalla vendita di gas naturale, petrolio greggio e prodotti derivati, oltre alle tasse e ai canoni ricevuti dai contratti di concessione e il blocco dei giacimenti sta provocando danni ingenti all’economia del paese.
Il presidente del NOC Mustafa Sanalla riceve L’Espresso nel suo ufficio di Tripoli per un colloquio sulla situazione attuale.
Nelle stesse ore in cui le maggiori potenze mondiali stavano firmando un accordo una delle due parti bloccava i pozzi di petrolio.
Il NOC è un’istituzione neutrale e apolitica, posso solo dire: non ci siano ricompense per i responsabili. Senza stato di diritto questo paese finirà nel caos.
Ventiquattro giorni di chiusure dei giacimenti. Ci aggiorni sulla situazione.
L’economia è prossima al collasso. Solo negli ultimi 23 giorni abbiamo perso 1.5 miliardi di dollari. E sono perdite irreversibili. Prima del blocco producevamo 1.2 milioni di barili al giorno, adesso, sfortunatamente la produzione è crollata a 135 mila barili al giorno. Significa che siamo prossimi a perdere l’intera produzione.
Questo può dare la misura di che tipo di emergenza il paese stia affrontando.
Dopo il blocco di Brega, Ras Lanuf, Hariga, Zueitina e Sidra lo scorso 8 Febbraio è stata la volta della raffineria di Zawya, nell’ovest del paese, a seguito della chiusura di una valvola nel condotto principale tra Sharara e la raffineria. (La raffineria di Zawiya produce su base mensile 120.000 tonnellate di gasolio, 49.000 tonnellate di benzina, 120.000 tonnellate di olio combustibile, 6.000 tonnellate di gas di petrolio liquido (GPL), ndr). Quali sono le conseguenze di questa ulteriore chiusura?
Abbiamo chiuso Zawya perché non arriva greggio da lavorare. Questo ci costringe a importare carburante dall’esterno, il che, naturalmente, è molto costoso, è un danno in più per le casse dello Stato. La chiusura dei giacimenti è un problema per le nostre riserve, non so esattamente quante riserve abbia la Banca Centrale Libica, ma non fatico a credere che termineranno molto velocemente. Due settimane fa, ad esempio, abbiamo ricevuto la comunicazione dalla Banca Centrale Libica che non riceveremo l’intero budget a noi destinato. E stimiamo che il 50% del budget dovrà essere utilizzato per compensare la mancanza di carburante provocato dalla chiusura di Zawya. Le interferenze nel settore petrolifero e del gas avranno effetti devastanti a breve e lungo termine sull'economia e a pagare il danno maggiore sarà il popolo libico.
Quali sono le conseguenze immediate sulla vita dei cittadini?
Sarà una crisi umanitaria. Pensiamo alla sola Tripoli. Ci sono più di due milioni e mezzo di abitanti a Tripoli, che stanno già soffrendo per la guerra. Il blocco sta danneggiando le strutture vitali del paese.
Cerchiamo di fare chiarezza, cosa viene finanziato con i ricavi del petrolio e del gas?
Le centrali elettriche, i generatori di corrente, gli ospedali, gli stipendi di tutti i libici sono pagati con le entrate del petrolio, i nostri salari, delle persone che lavorano in questo ufficio, e gli insegnanti, i medici. E, mi lasci dire, anche gli stipendi dei soldati sono pagati con la ricchezza del petrolio. Tutti i servizi sono sussidiati dalla ricchezza del petrolio, non abbiamo altre risorse economiche, la Libia è pesantemente dipendente dal gas e dal petrolio. Dobbiamo aiutare i libici per i problemi inevitabili che affronteranno e affrontano. Una volta ancora, chiediamo ai responsabili di porre fine al blocco. Non per il Noc, per i libici. Comprendiamo che parte della popolazione percepisca un senso di ingiustizia nella distribuzione della ricchezza, ma bloccare i pozzi non è la soluzione. È solo un’azione priva di senso.
Il NOC distribuisce le entrate del petrolio?
Il NOC non ha responsabilità nella distribuzione dei ricavi, il NOC si occupa della produzione, le entrate vanno alla Banca Centrale, e finanziano i ministeri che a loro volta distribuiscono il denaro. A questo riguardo posso dire che sì, è necessaria da parte della Banca Centrale la massima trasparenza. La Banca Centrale Libica ha il dovere di finanziare e inviare fondi ai Ministeri in maniera trasparente perché i cittadini hanno il diritto di sapere dove finiscono i soldi. Ogni mese il NOC pubblica una dichiarazione, in arabo e in inglese sulle entrate generate dalla produzione delle risorse energetiche, e comunichiamo costantemente con il Parlamento. Chiediamo che gli altri facciano lo stesso, per ridurre ogni pretesto, da parte di chiunque, di usare il petrolio per bloccare l’intero paese.
Come farà il governo a garantire il denaro per il petrolio, per gli stipendi?
Spenderemo milioni di dollari al mese per le importazioni. La mia preoccupazione più grande tuttavia è che questo sia un pretesto per dividere ulteriormente la Libia. Siamo una nazione ricca, viviamo sul gas e sul petrolio, e trovo vergognoso che presto dovremo chiedere soldi in prestito all’esterno.
La guerra di Tripoli è una guerra territoriale, politica o una guerra per il petrolio?
Penso che questa sia una buona domanda che andrebbe fatta alle potenze straniere che stanno usando la Libia per i propri interessi. Ma voglio essere molto chiaro: non ci possono essere ricompense per i responsabili. Se premiamo i responsabili di queste azioni, se premiamo chi usa il petrolio per ottenere concessioni, creiamo un pericoloso precedente, che si ripeterà ancora, e altrove.
Pensa che Haftar e le milizie a lui collegate stiano usando il blocco dei pozzi per fare pressione sulle potenze internazionali?
Le posso garantire che negli ultimi due anni, abbiamo fatto del nostro meglio per evitare blocchi ai giacimenti, se escludiamo quello di Sharara, durato tre mesi lo scorso anno e poi risolto, per una ragione: sosteniamo lo stato di diritto. Abbiamo lavorato insieme alle comunità locali, trasformandole in una sorta di azionisti: garantivano che i gasdotti lavorassero, e noi abbiamo sostenuto le comunità con programmi di sviluppo, servizi sociali, economici. In questo percorso l’ENI ci è stata di grande aiuto ma anche altre compagnie, come Repsol. Quindi la mia risposta una volta ancora è: non premiare chi infrange la legge, e che le altre nazioni alzino la voce affinché sia rispettato lo stato di diritto. All’Italia spetta un ruolo centrale in questo, spero che sia protagonista di un considerevole sforzo.
Alla luce di tutto questo è fiducioso negli accordi di Berlino?
Ogni sforzo per aiutare la Libia è benvenuto, ma ci sono sforzi maggiori che vanno fatti sul terreno. La Libia è in Nord Africa e possiamo cambiare molte cose, ma non la geografia, per questo chiedo all’Italia di giocare un ruolo maggiore in Libia, per portare pace e prosperità. Se la gente non vede la luce in fondo al tunnel, sentirà di avere due sole alternative: o attraversare il mare - e allora in Europa non arriveranno solo ragazzi dall’Africa Sub-Sahariana, ma cominceranno ad arrivare anche i libici – o prestare il fianco agli estremismi. Il collasso dell’economia può solo rafforzare chi vuole danneggiare il paese, cioè le milizie, i gruppi armati.
Le persone oneste si sentiranno ancora più oppresse, aumentare l’instabilità potrà solo spostare queste persone pacifiche verso posizioni estremiste e rafforzare i radicalismi. E questa dovrebbe essere una ragione sufficiente per aiutarci a supportare i libici moderati e onesti.
Questo blocco rischia di compromettere investimenti presenti e futuri delle aziende petrolifere nel paese?
Naturalmente, il nostro piano per quest’anno era di aumentare la produzione a 1.5 miloni di barili al giorno, ci sembra un sogno ora. Eni ha chiesto dall’inizio di rimuovere il blocco e di questo ringrazio l’amico Descalzi. Non ho dubbi che le aziende internazionali siano frustrate dalla situazione. Non siamo i soli a perdere entrate dalle risorse energetiche, anche i nostri partner vedono compromessi i loro investimenti.
Cosa pensa dell’accordo marittimo firmato da Sarraj e Erdogan, che sta provocando dure reazioni da parte di altri paesi che hanno interessi in quella parte del Mediterraneo, come Cipro e Grecia, lei è d’accordo?
Posso solo dire che non siamo stati consultati sugli aspetti tecnici di questo accordo, ma non posso espormi oltre perché questo è un accordo tra due governi.
Che si aspetta dagli attori internazionali nel prossimo futuro?
Non lasciare che nessuno usi il petrolio per ottenere concessioni. Chi pensa di avere dei diritti, delle richieste, sieda al tavolo della trattativa e discuta. Dobbiamo escludere le ingerenze esterne dalla Libia, perché questa è una guerra per procura. E non da ora, sono almeno cinque anni. Penso che la comunità internazionale, l’Europa certo, ma l’Italia in particolare per la storia delle nostre relazioni economiche, debba giocare un ruolo centrale e proteggere la Libia, e aiutarci a terminare questa guerra, il prima possibile.
La Libia ha un solo sangue, a est a ovest, a sud, abbiamo bisogno di questo sangue comune per far prosperare il paese non per lasciar morire i nostri ragazzi in guerra, l’Italia sia fedele e fiera alleata di una soluzione.
La comunità internazionale deve avere una funzione etica, se i governi europei in particolare non aiuteranno la Libia saranno complici della fine dello stato di diritto nel nostro paese.