
Versa il the con quel gesto inconfondibile consegnato dalla consuetudine, afferrando la teiera che ha la forma sinuosa di una donna, fianchi larghi, vita stretta. L’afferra per il manico e versa il the, bollente, dall’alto, così che l’acqua scivoli nei bicchieri a formare un sottile strato di schiuma. È una perizia. La sapienza del momento in cui si accoglie. E poco importa se non ci sono ornamenti incisi sui bicchieri di rame, e il servizio da the non è quello d’argento, quello delle buone occasioni, quello che resta a casa, lontano, ad aspettare, con le donne. È l’ospitalità, con i suoi gesti rituali, codificati. Va attraversata e letta.
Perché l’ospitalità è il tempo delle storie, è un crocevia di cammini diceva Edmond Jabés e chi cammina, quando si incontra, si vuole raccontare. Per questo, anche se le parole sono ferite, in fondo non aspettano altro che essere dette. E allora, se è vero come è vero che l’ospitalità è anche il tempo dell’attesa, è proprio nell’apparenza degli spazi vuoti che bisogna essere in ascolto.
Funziona così, su una sedia di plastica, sotto un sole che sa già di primavera, di fronte alla sabbia ammassata che delimita la vita civile da quella di chi combatte, attraversata da mezzi militari. Si fermano, tutti, al check point. Allah u Akbar, e il dito indice e medio alzati in segno di vittoria. Vinceremo.
«Quando?» dico io. Presto, dicono tutti. Un presto senza tempo.
Dove sono i sopravvissuti di Abu Salim? La prigione degli oppositori politici di Gheddafi, la prigione della strage dell’estate del 1996, milleduecentonovantasei persone uccise, giustiziate, in due giorni. Chi si è salvato ha raccontato del rumore degli spari, ininterrotto, per ore. Dei corpi stesi al sole del cortile, ammassati l’uno sull’altro, qualcuno nascosto sotto i cadaveri fingendo di essere morto, sperando di salvarsi dagli uomini del rais, in piedi di fronte ai condannati e sui muri di recinzione, a puntare dall’alto. Sui report delle organizzazioni umanitarie, da allora, più di vent’anni fa, i dettagli sono definiti “scarsi”. Solo così. Scarsi.

Le informazioni sepolte nella memoria di non vuole, non sa, non è riuscito a raccontare. Un paese che non riesce a fare i conti con quello che è stato. Non ci riesce la memoria e non ci riesce la giustizia. O forse, non ci riesce la giustizia proprio perché non ci riesce la memoria.
Due mesi fa la corte d’appello di Tripoli ha emesso una sentenza di annullamento delle accuse contro gli imputati di Abu Salim. Sono scaduti i tempi del periodo di contenzioso, dice il testo. Un abuso della legge, ha detto Fathi Tirbel, avvocato delle famiglie delle vittime, un disastro. E poi, di nuovo l’oblio.
Ibrahim dice che conosce quel, tipo, l’attivista, l’avvocato ti ricordi? Fa segno al soldato accanto a lui, che annuisce. Tutti ricordano sempre tutto qui, se la memoria viene incoraggiata. Tutti hanno una storia nascosta, da qualche parte.
L’avvocato era un dissidente, un oppositore politico di Gheddafi e negli anni novanta aveva organizzato delle proteste per chiedere diritti, libertà di stampa. Libertà e basta. E per avere osato chiedere, gli si aprirono le porte di Abu Salim, per quattro anni.
Oggi, dice Ibrahim, ha un incarico al Ministeri degli Interni, di quella storia non vuole parlare. Ha imparato l’inglese, lui, perfettamente e ride dicendolo Ibrahim. Mi chiedo se appropriarsi di quella lingua, di una lingua che sembri universale non sia stata per il dissidente, una partigianeria. La costruzione di uno strumento di sapere condiviso. L’affermazione di un’identità, di cui era stato privato.
Torturato eh, Ibrahim srotola il racconto con parole smozzicate, torturato eh, dice verso il soldato che divide con lui l’incarico del controllo di chi va e torna dal limite di sabbia, che lo ascolta, e come prima si limita ad annuire. Torturato per quattro anni, sopravvissuto che non vuole, non sa, non riesce a raccontare.

Le storie aspettano di essere dette, e mentre aspettano vanno a nascondersi da qualche parte. Ho sempre pensato che non si nascondano a caso, che non sia una fatalità se i luoghi dove si incontrano le storie sembrino sempre degli scrigni in decadenza.
Alla periferia di Ain Zara, sud di Tripoli, c’è un blocco di case. Blocco è la sola parola possibile a definirle: è solo cemento. Cemento non finito. Un altro progetto iniziato dal regime e immobile dai tempi della rivoluzione. I pezzi di città sul punto di diventare qualcosa, ma fermi. Da nove mesi ci vivono mille dei centocinquantamila sfollati della guerra. Cifra delle Nazioni Unite, cifra al ribasso. Potrebbero essere il doppio, dicono le autorità di zona.
Il blocco immobile di cemento sono sei edifici di otto piani, pensati per ospitare le famiglie dei funzionari dei servizi segreti militari ai tempi di Gheddafi. Di quel progetto restano le mura, il contenitore con dentro niente. Non c’è acqua, non ci sono fogne, non c’è gas, non c’è elettricità. Così vive chi è scappato dalla guerra e quando cala il sole, alle sette di sera, e i bambini lasciano il pallone nel piazzale ad aspettarli, e le donne salgono le scale al buio, con la busta rossa degli aiuti alimentari in una mano e nell’altra una tanica da dieci litri di acqua per bere e per lavarsi e gli uomini portano un po’ di plastica da attaccare ai muri, a fare finestre che non ci sono, in quel momento che è passaggio dal giorno alla notte, le storie si svegliano come i vampiri.
Sul secondo piano di scale dell’edificio numero quattro del blocco di cemento Karima si ferma, illumina i piani che le restano da salire con la luce del telefono. Tutti morti, tutti morti. Riconosce uno straniero, è allo straniero, l’ho imparato negli anni, che il nascosto è più facile a dirsi. Tutti morti, e piange le lacrime robuste della sua storia celata per tutto il tempo in cui ha aspettato di essere detta.
Karima viveva a Tarhouna, fino al 2015, terra di rivalità tra tribù. Scontri armati, vendette incrociate e un giovane, un ragazzo del suo clan un giorno uccise un membro della famiglia Kani. La risposta fu una strage. L’eco delle memorie mai condivise parla di duecento morti per vendetta, tutti uomini. Tutta la linea generativa della famiglia nemica.
Nemmeno i bambini hanno risparmiato, dice Karima, e racconta che ha provato a vestire suo nipote con abiti di bambina prima di scappare, per riuscire a portarlo via almeno lui, almeno uno, ma i Kaniat che presidiavano il confine della città se ne sono accorti e gliel’hanno ammazzato davanti. Aveva otto anni. Nemmeno la pietà per i corpi, per chi è già morto. Lasciati a marcire sull’asfalto, come quelli dei suoi due fratelli più grandi, trascinati per le vie della città, attaccati con una corda alle macchine dei Kaniat. Esposti in segno di vittoria. Karima è scappata ad Abu Salim, ha cambiato cognome nascosto la sua identità e con essa la sua storia.
Poi un’altra guerra a bussare alla sua porta, lo scorso aprile. I Kaniat oggi sono i principali alleati di Haftar, perché Tarhouna è una città strategica, cento chilometri a sud est di Tripoli e se il generale la perde, la sua partita sulla capitale è finita. Fanno paura a tutti i Kaniat, sono loro che due anni fa hanno guidato due offensive su Tripoli, poi fallite. Fino al 2017 supportavano il governo di Tripoli, quello di Sarraj che li riconobbe come Settima Brigata di fanteria. Allora Khalifa Haftar li definiva una milizia legata a LIFG, i qaedisti locali, per intenderci. Poi, disconosciuti da Sarraj, cambiata casacca e alleati con chi fino a due anni fa era nemico, sono stati celebrati dai media di Haftar come “forze militari delle unità d’elite”. Combattono per esecuzioni esemplari, come quella dei dodici prigionieri delle truppe di Sarraj, rapiti lo scorso agosto. Li hanno torturati, hanno tagliato i genitali a tutti e brutalizzato i loro corpi. Erano terroristi per Haftar solo due anni fa, oggi sono forze speciali.
È fluida la realtà, la memoria diventa fluida di conseguenza. Intorno a Karima, nell’aria cavernosa di una casa senza luce, altre donne accennano un sì, col capo, a ogni sua parola. Lo sanno tutti, dicono, cosa hanno fatto i Kaniat, tutti sanno cosa è successo quei giorni a Tarhouna. E tutti, per quei giorni di Tarhouna, hanno trovato uno scrigno decadente dove conservare la memoria e riporre le storie in attesa di essere dette, i racconti consegnati al tentativo di dimenticare, che però – ho imparato - quando vengono liberati dalle catene dell’oblio sono il solo filo che lega e cuce il tempo e con esso senso degli eventi.