Nelle trincee della Libia, con l'eterno ritorno del fantasma di Gheddafi

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La guerra tra Haftar e al-Sarraj vista attraverso gli occhi di chi è al fronte. Tra accordi internazionali e legami tribali. La terza puntata del diario da Tripoli alla vigilia dell'anniversario della rivoluzione

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I racconti in Libia in tempo di guerra si dividono tra chi ha perso una persona cara, la piange e racconta la forma del suo sacrificio e chi, la persona cara, ce l’ha al fronte a combattere, la aspetta e racconta la forma del suo temperamento in battaglia.

Così si dipanano tutte le conversazioni: si parte da Berlino, le conferenze, le tregue, chi controlla cosa e cosa può succedere, e si arriva, seguendo la matassa, sempre allo stesso punto, quanti dei tuoi combattono e dove, quanti sono morti e per mano di chi?

Abdulhameed Abozeian ha trent’anni, lo dice il tesserino che mi mostra, in alto a sinistra c’è scritto: Libyan Customs Administration. Lavora a Misurata, alla dogana del porto, che in un paese come questo può significare guadagni e cecità. La dogana dei porti è un luogo in cui è meglio non vedere, e in cui si rischia di vedere doppio.

E a regolare la vista, a modulare le informazioni che entrano e escono dalle grate del cancello, spesso arrivano i regali, i sigari con il bocchino di legno, qualche stecca di sigarette, una cassa d’alcol. Uno status sociale, insomma. Chi più sa, più nasconde. Chi più nasconde, più guadagna. Dunque, chi più ha, più sa.

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Abdulhameed ha combattuto la rivoluzione del 2011 e poi ancora nel 2016, quando lo Stato Islamico occupò Sirte, la città natale del rais, la città che al rais ha dato la morte. Capitale maghrebina scelta dal Califfato, poi liberata dai giovani di Misurata, e oggi sotto Haftar, che l’ha conquistata nemmeno un mese fa con l’aiuto di una milizia salafita. L’eterno ritorno, il fantasma del capo.

La profezia della sua morte, nella città che gli fu un tempo fedele e che ha assistito festante alla brutalizzazione del suo corpo, ancora scomparso. Ma come, ripete il fantasma di Gheddafi, vi ho dato tutto quello di cui avevate bisogno e mi tradite? E così, il fantasma del corpo mai trovato, condanna il paese al ripetersi della storia già vissuta e a piangere i morti di altre guerre.

Nel 2011 Abdulhameed ha perso un fratello nel lungo assedio di Misurata, un altro l’ha perso nel 2016 a Sirte. Combattevamo i terroristi. E ha ragione, nel dirlo. Perché hanno pagato il prezzo di settecento morti, quasi tutti giovani. Il secondo sacrificio di Misurata, dice lui. Dopo l’assedio di Gheddafi.

Fu una guerra feroce quella del 2016, silenziosa e cruda come un incarico che va eseguito senza troppo pensare, senza troppo chiedere, senza troppo dubitare. Una guerra durata sette mesi, iniziata d’estate e finita d’inverno. Anche lì, a piangere i morti si guardava verso il mare, nel quartiere di Al Gizah, oggi ancora in macerie.

A conflitto finito i fratelli, i padri, i figli, i sopravvissuti insomma, hanno costruito un memoriale: Sirte è finalmente libera, e intorno le foto dei caduti. Poi un mese fa sono arrivate le truppe di Haftar, i salafiti che lo appoggiano hanno distrutto un santuario sufi, Issawiya Zawyia, raso al suolo con un bulldozer, come già hanno fatto a Derna, a Bengasi e Kufra. Vandali, iconoclasti. Comunque vendicativi. Il clan della brigata salafita, i Farjani, è lo stesso clan di Haftar.

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Questo lega lo spazio, l’est e l’ovest, e questo lega il tempo, ieri e oggi. Fedeltà alle dinamiche tribali. È con i Farjani, con i suoi familiari e sostenitori del clan allargato, che Haftar si è presentato alla Conferenza di Berlino. A disegnare il rispetto delle tradizioni, a dire: è sempre funzionato così, funziona ancora così. È questo che sposta gli equilibri. È il passato che ritorna.

Una volta entrati a Sirte, i salafiti hanno distrutto anche il memoriale della guerra contro l’Isis, e con esso la foto del fratello di Abdulhameed, che appena l’ha saputo ha lasciato a casa l’uniforme della dogana, ha riaperto l’armadio, e indossato l’uniforme di Bunyar al Marsous, le forze militari di Misurata, ed è andato al fronte, una volta ancora. Al fronte di Abu Grein lo chiamano Capitano, è rispettato. Dai sacchi di sabbia della trincea guarda le posizioni nemiche: «Sono laggiù vedi? Cinque chilometri soltanto».

Poi riceve una comunicazione radio, un allarme, sono partiti due jet da Jufra. «Due jet di Haftar, sono sopra le nostre teste, è così ogni giorno. Ma noi non attacchiamo, noi ci difendiamo». E lo dice, mentre spera di non essere il terzo figlio, il terzo martire di una guerra, che sua madre piangerà.

Yousef bin Lamin è il capo militare del fronte di Ain Zara, a Tripoli, ha cinque figli divisi su due fronti, tre con lui nella capitale, due ad Abu Grein. Le cose sono cambiate in questi nove anni, e «l’America ormai ci tratta come un figlio rinnegato, è Haftar il figlio prediletto» dice, e li capisce, gli Americani, come capisce quei delegati sauditi ed emiratini che il suo assistente ha incontrato qualche mese fa, affari e politica, alleanze e scenari, gli incontri paralleli, quelli senza photo opportunity e insomma i delegati sauditi e emiratini gli hanno detto che certo, Haftar è un invasore, usa mercenari e bombarda le zone civili, non vede altra soluzione per la crisi che quella militare, ma che insomma avrebbero dovuto mettersi nei panni dei suoi alleati, dei paesi confinanti, nei panni degli affari.

Meglio trattare con un Parlamento che certo è legittimato dalla Comunità Internazionale e rappresenta un tentativo democratico e la costituzione da riscrivere e gli interessi da mediare, o trattare con un solo uomo, un solo rappresentante della Libia, un nuovo uomo solo al comando? La risposta è nei voli quotidiani che dagli Emirati arrivano a Bengasi.

Yousef bin Lamin pensa che sarà lunga, questa guerra, dalla parte di Tripoli sono arrivati i turchi dice, con le armi, l’artiglieria, gli antiaerei e «i loro uomini ad addestrare i nostri». Niente di nascosto, dice lui. E l’embargo? Dico io.

E sorridiamo, mentre versa il caffè e l’odore di cardamomo riempie l’aria. Lui tace un po’, poi mi guarda e dice che è come una tazza di caffè, di più è una droga per i giovani, il conflitto. Combattono una guerra e pensano già a come sarà dopo. Un’abitudine, dico io. No, mi risponde, una dipendenza.

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