«Nome e cognome» chiede una voce fuori campo. «Dadaev Rizvan Salambekovich». Le mani sono dietro la schiena, lo sguardo basso, il volto è sudato e la voce impaurita, sembra uscire dal mutismo solo dopo aver pesato le parole. «Perché sei stato fermato?», chiede un poliziotto in ceceno. «Perché volevo incontrare un ragazzo». «Perché?». Silenzio. «Perché cazzo volevi incontrarlo?!» insiste un’altra voce fuori campo. «Perché volevo fare sesso con lui». «Ci dirai i nomi di altri uomini gay e ce li porterai qui?» «Sì».
Una testimonianza viva che risale al 25 luglio. La prima documentata con un video (sfuggito di mano dalla polizia cecena che lo ha fatto rimbalzare sui gruppi Telegram come un vanto da esibire), di quello che accade agli uomini gay in Cecenia dal 2017.
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Perseguitati, torturati, “misteriosamente” scomparsi - il che vuol dire morti ammazzati. È solo una storia ordinaria di quello che è la Cecenia per le persone Lgbt, una goccia in un mare di sangue e omotransfobia.
Di Rizvan, che nel video trema di fronte alla polizia, non si hanno più notizie. Con lui sono scomparsi pochi giorni dopo altri due conoscenti. Le persone Lgbt vengono attirate nelle prigioni segrete, rinchiuse, torturate. Un inferno di unghie strappate, percosse, scosse sui genitali, sedie elettriche fino a che non fanno altri nomi di altre persone Lgbt. Quando qualcuno confessa, parte la “zaciska” che in russo vuol dire “pulizia”, il termine viene usato dalle truppe russe per definire le loro spedizioni punitive e i sequestri di persone.
I video son due. Il primo è stato ripreso dall’attivista per i diritti umani Igor Kochetkov, diffuso su Facebook. Dopo la sua pubblicazione è sbucato un altro video che vede la polizia controllare i contenuti del cellulare di Rizvan, il suo profilo VK (il social network russo) che riporta chat e conversazioni con altri omosessuali. Poi si stringe l’accordo: darai appuntamento ai tuoi amici omosessuali e li porterai qui.
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Quello che è successo dopo non lo sappiamo. Ma la Cecenia dei diritti violati sceglie da anni «la tranquilla indifferenza e si chiude in uno spazio illusorio», come scriveva Anna Politkosvkaja.
«Rizvan non ha una famiglia che lo cerca, perché in Cecenia nessuno dei familiari vuole sapere dove si trova il proprio figlio se gay». Spiega Miron Rozanov, addetto stampa di Crisis Group “NC SOS”, organizzazione che dal 2017 aiuta la comunità Lgbt+ del Caucaso del Nord (tra queste la Cecenia) a lasciare il paese e salvarsi da una sorte certa. «Nel 2022 (solo in sette mesi) abbiamo ricevuto 43 richieste di aiuto da persone che erano in pericolo di vita. Le abbiamo aiutate, portate fuori dalla Russia e dato loro aiuto psicologico e finanziario».
Il modus operandi della polizia cecena ha un copione rigido: dopo averli sequestrati e massacrati, li costringe a organizzare finti incontri che si rivelano trappole per altri omosessuali. Chi si rifiuta viene ucciso, oppure, spiega Rozanov: «Vengono prodotti dei falsi reati che portano queste persone all’ergastolo. Molti sono stati restituiti alle proprie famiglie affidandosi all’arma classica, antica e brutale del delitto d’onore. Ai genitori la polizia cecena chiede di firmare un modulo: "Mio figlio / fratello (nome) ha lasciato la repubblica di lavorare a Mosca alla fine di febbraio. Reclami alla polizia cecena non ha”. Un salvacondotto».
L’attivista più importante per i diritti delle persone Lgbt in Russia, Igor Kochetkov ha denunciato la sparizione di Rizvan al Comitato Investigativo russo: «Dopo questa denuncia abbiamo ricevuto molti messaggi di sparizioni che stiamo ancora verificando, la polizia russa non ci aiuta, dal 2017 nessuna indagine è stata portata avanti sulla persecuzione delle persone Lgbt in Cecenia. Ma possiamo dire che almeno due persone sono state imprigionate dopo Rizvan. Persone che lo conoscevano e lo avevano frequentato in precedenza».
“NC SOS” in solitudine e dal 2017 ha registrato 614 richieste di aiuto, salvato 343 persone Lgbt dalla Cecenia e di questi solo 274 hanno ottenuto asilo politico: «Speriamo che la politica internazionale e le organizzazioni possano indagare su questo inferno, perché certo non possiamo contare sulla Russia. Almeno potrebbero aiutarci a rendere più facili le evacuazioni delle persone Lgbt dalla Cecenia».
Su questo “inferno”, come lo chiama Miron, pesa la guerra in Ucraina: «Ha ridotto la possibilità per noi di aiutarli. Moltissimi paesi rifiutano le nostre richieste per il visto per queste persone e naturalmente i luoghi (che noi usavamo per fa fuggire le vittime) sono stati chiusi. Al momento le persone Lgbt che vivono in Cecenia rischiano di essere imprigionate e poi trasportate in Ucraina per combattere. Anche su questo stiamo lavorando».