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«Sì, la rimonta di Joe Biden alle elezioni di Midterm ora è possibile»

Fino a poco fa il voto di novembre era una sconfitta annunciata per i democratici. Ora invece i pronostici danno un testa a testa anche grazie alle leggi su inflazione, energia e sanità. Dialogo con Joe Podesta, l’uomo della svolta green degli Stati Uniti

«Le prossime elezioni di metà mandato più che un referendum su Biden, saranno una scelta sul tipo di società in cui vogliamo vivere». John Podesta, padre nobile del partito democratico statunitense, prende una pausa dagli impegni istituzionali per riflettere con L’Espresso sulle insidie alla democrazia e sulla posta in gioco nella tornata elettorale di novembre, quando il Paese sarà chiamato a rinnovare la Camera e un terzo del Senato. A lui Joe Biden ha appena affidato il compito di traghettare gli Usa nella nuova era dell’energia pulita. Podesta supervisionerà, infatti, l’imponente investimento da 370 miliardi di dollari per le politiche ambientali incluso nell’Inflation Reduction Act. La legislazione sul clima più incisiva mai approvata. Previsti crediti d’imposta e incentivi alle industrie che sviluppano energia eolica e solare, ma anche agli americani che installano pannelli solari o acquistano pompe di calore e veicoli elettrici.

 

Un successo che ha finalmente premiato il presidente nei sondaggi, dopo mesi bui segnati da un indice di popolarità ai minimi; e che ora il partito cercherà di giocarsi al meglio alle elezioni di metà mandato. Tappa fondamentale, questa, anche per capire quale direzione prenderà la corsa verso la Casa Bianca del 2024. «I democratici hanno dimostrato di essere in grado di ridurre inflazione e deficit, di contenere i costi della sanità, dell’energia. Due mesi fa si prevedeva che sarebbero stati sostanzialmente massacrati alle elezioni di novembre. Invece sarà un testa a testa».

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Classe 1949, John Podesta cammina sicuro nei corridoi del Palazzo sin dalla fine degli anni Sessanta. La politica come professione, prima al Congresso, poi alla Casa Bianca. Bill Clinton lo ha voluto come capo gabinetto della sua amministrazione; per Barack Obama, invece, ha coordinato le politiche ambientali. A lui nel 2016 Hillary Clinton aveva affidato il timone della campagna elettorale presidenziale. Il suo mezzo secolo di esperienze politiche e amministrative è incapsulato nel Center for American Progress, il pensatoio liberal che ha fondato a Washington, tra i più influenti think tank in circolazione.

 

«Ho iniziato a lavorare in politica nel ’68, sono piuttosto anziano», dice ridendo, quando lo raggiungiamo via Zoom nella sua residenza californiana. E sembra venire davvero da un’altra epoca, tanto da ricordare quando ancora tra repubblicani e democratici esisteva un “terreno comune” d’intesa. Niente a che vedere con il “tribalismo” di oggi.

 

Persino una legge come quella sul clima è stata votata senza cooperazione repubblicana. L’obiettivo dell’Inflation Reduction Act è la lotta al cambiamento climatico, ma anche la riduzione dell’inflazione. Quando i primi risultati? Gli americani sapranno pazientare?
«Lo scopriremo tra meno di due mesi. Credo che la gente sostenga questo piano; però, come in Europa, è preoccupata per l’aumento dei costi, soprattutto del carburante. Ma sa che è un passo avanti. Non risolverà il problema dell’inflazione da un giorno all’altro, ma nel corso di un decennio ad esempio farà risparmiare un migliaio di dollari all’anno alle famiglie sul prezzo dell’energia. Ci sarà più stabilità, mentre ora ci siamo trovati davanti a una fluttuazione selvaggia, innescata dall’invasione russa dell’Ucraina».

 

Può funzionare da modello per l’Europa che cerca di sganciarsi dalla dipendenza russa?
«Prima che passasse questa legge, l’Europa era più avanti degli Stati Uniti con il pacchetto “Pronti per il 55%”. A questo proposito vorrei ricordare la memoria di Mauro Petriccione, direttore generale del Dipartimento per l’Azione Climatica della Commissione Europea, un attore cruciale. La domanda che ci dobbiamo porre è se sarà possibile rimanere sulla giusta strada, viste le pressioni sul sistema energetico a seguito della guerra e dell’uso, da parte di Putin, di petrolio e gas come armi. Il cambiamento climatico è una questione critica per la sicurezza ed è importantissimo che l’Europa si attenga al programma».

 

Il pacchetto sul clima, il successo in politica estera con l’uccisione del capo di Al Qaeda al-Zawahiri, ma anche l’apprensione degli elettori liberal per i diritti civili, sembra stiano dando nuova linfa al partito democratico. Non solo i successi personali del presidente, quindi: alle elezioni di metà mandato quanto peseranno le ultime decisioni della Corte Suprema, estremamente sbilanciata a destra?
«La prossima tornata elettorale smetterà di essere solo un referendum sull’operato di Biden. E poi appunto, il ribaltamento della sentenza Roe vs. Wade, con cui la Corte ha abolito il diritto federale all’aborto; ma anche i pronunciamenti sulle armi che aumentano la difficoltà per gli Stati a regolamentarne l’uso; e poi la posizione presa nel caso West Virginia contro Epa che ostacola la capacità dell’agenzia federale di proteggere l’ambiente, ha reso evidente all’opinione pubblica che questa spinta verso destra del partito repubblicano ha avuto come risultato la produzione di candidati estremi, i cosiddetti “Maga” (dallo slogan coniato nel 2016, Make America great again”), seguaci di Donald Trump, che ancora negano i risultati delle elezioni del 2020 e suggeriscono che non li rispetteranno in futuro».

 

Se le midterm dovessero andare meglio del previsto, questo ottimismo potrebbe convincere Biden a correre per un secondo mandato?
«Dipende da lui. Ci sono tante speculazioni su una possibile ricandidatura, sull’età, sugli eventuali sfidanti alle primarie. Credo che la sua presidenza sia stata fino a ora importante, a partire dalla legge bipartisan sulle infrastrutture approvata la scorsa estate. Si tratta del più grande investimento infrastrutturale dai tempi in cui Eisenhower creò il sistema autostradale. Poi c’è stata la recente legislazione sul clima. Se si candiderà, nessun democratico proverà a sfidarlo. Se deciderà di non ripresentarsi, allora sì, assisteremo a una vigorosa competizione per chi gli succederà».

 

Il partito lo spingerà a ricandidarsi?
«Resta forte la sensazione che sia lui l’uomo che ha battuto Donald Trump, una minaccia per l’America e per il mondo. E che quindi lui potrebbe essere ancora la persona migliore a fermarne il ritorno. A influenzare decisivamente la scelta di Biden, sarà la possibilità che Trump corra per i repubblicani».

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Quanto è credibile una ricandidatura di Trump, anche alla luce delle ultime indagini che lo vedono coinvolto? Dai documenti riservati sequestrati dall’Fbi nella tenuta di Mar-a-Lago, all’accusa di ostruzione della giustizia, alle indagini per l’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021, fino a quelle per presunti reati finanziari.
«Abbiamo esempi in tutto il mondo di amministratori che cercano di rimanere in carica o tornarci per evitare di essere perseguiti. E lui non fa eccezione. Penso che in questa fase non sia in grado di dominare in una campagna nazionale, ma il nucleo centrale del partito repubblicano lo teme ancora. Trump mantiene il sostegno della base, in particolare tra l’estrema destra. Bisogna prenderlo sul serio».

 

Tra le donne spiccano due nomi. Liz Cheney, la repubblicana che ha pagato con un seggio al Congresso la decisione di votare a favore dell’impeachment di Trump; e la vice presidente Kamala Harris, che però sembra non brillare. Che possibilità reali avrebbero?
«Non credo che Cheney avrebbe reali possibilità. Harris, invece, ha una grande forza politica, nonostante la gente pensi che sia stata all’ombra nella Casa Bianca di Biden. Se il presidente decidesse di non ricandidarsi, potrebbe essere una candidata formidabile».

 

Attraverso il suo think tank ha avvertito che la democrazia è sotto attacco. Il segretario di Stato Antony Blinken ha detto che bisogna agire con “umiltà e sicurezza”.
«Da un decennio gli Stati Uniti sono sotto una pressione che non avevo mai visto in vita mia. Non credo che tutto sia cominciato con Trump, bisogna andare indietro nel tempo. Avevamo avuto prima Newt Gingrich, l’avanzata della destra oltranzista al Congresso. Ma solo in tempi recenti abbiamo visto quanto siamo stati pericolosamente vicini a un fallimento del processo democratico delle elezioni. La minaccia è seria. Ci sono legislature statali che stanno cercando di limitare il diritto di voto. Credo che sia fondamentale che le persone in buona fede, repubblicani e democratici, si battano per il principio di elezioni eque».

 

Anche l’Italia si appresta ad elezioni importanti. In un editoriale, il New York Times ha sollevato preoccupazione per l’ipotesi di un governo guidato da Giorgia Meloni. Cosa ne pensa?
«Il popolo dovrà scegliere in quale direzione vuole che vada l’Italia. Vogliono che resti integrata con l’Europa, che mantenga lo slancio democratico, che continui con un programma economico basato sulla prosperità condivisa? Oppure preferiscono una sterzata a destra?».

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