La notizia un tempo avrebbe riempito le prime pagine, a essa avrebbero brindato nelle sale operative dei servizi segreti di tutto il mondo. Invece è passata quasi in silenzio. L’Afghanistan non è più la centrale della droga del pianeta. Il 90 per cento delle coltivazioni di papavero da oppio è stato distrutto: le rilevazioni aerofotogrammetriche della Cia non mostrano più le province centrali di Helmand e Nangarhar colorate nel colore convenzionale viola, ma in verde e marrone, i colori dei campi coltivati a grano, orzo, avena. I talebani, che guidano il Paese dal giorno del ritiro delle truppe occidentali – quel 15 agosto 2021 rimasto nella memoria per le immagini delle folle accalcate all’aeroporto di Kabul che tentano disperatamente di partire – sono riusciti in quello che gli americani non erano stati in grado di fare nei vent’anni precedenti. Ma perché la notizia è stata accolta con tanta freddezza? E perché i talebani si sono impegnati a “ripulire” il terreno da coltivazioni che valevano almeno 3 miliardi di dollari, il 14 per cento del Pil afgano, in grado di generare – stando ai calcoli dell’United Nations Office on Drugs and Crime – non meno di 650 tonnellate di eroina («qualità export», scrive l’Unodc) e 6.800 di oppio?
Nelle risposte a queste domande sta una svolta geopolitica dal potenziale dirompente. La risposta alla prima questione è abbastanza semplice e sta nella diffidenza verso il regime di Kabul e nella paura che questa riconversione agricola sia solo un momento di qualche lotta di potere interno, pronta a rientrare, come scrive Foreign Affairs, rivista e think tank vicinissimi all’amministrazione Usa. La seconda risposta, invece, l’ha tentata la rivista altrettanto autorevole Time, è molto più articolata e parte, viceversa, dal presupposto della genuinità della svolta. I talebani saranno anche i chierici rozzi e medievali che hanno portato il loro Paese all’ultimo posto fra i 190 dell’Onu nel trattamento delle donne, però si rendono conto dei costi insostenibili dell’isolamento internazionale. Metà della popolazione (40 milioni in tutto) è al di sotto del livello di sopravvivenza.
Nella ricerca di un Paese in grado di aiutare si è fatta viva come al solito la Cina, che ha chiesto come minimo sindacale la “ripulitura” dei campi di oppio e poi è passata sopra alle mille altre violazioni dei diritti civili e umani, persino alla preoccupazione che i talebani possano promuovere la ribellione islamica nella turbolenta provincia cinese dello Xinjiang, a ridosso del confine fra i due Paesi. Così il governo di Pechino ha firmato con i talebani un contratto da 10 miliardi di dollari per sfruttare il litio, minerale indispensabile per la transizione ecologica di cui il sottosuolo afgano è incredibilmente ricco (la Rand Corporation calcola in mille miliardi il valore delle riserve), dopodiché ha sottoscritto un accordo da 3 miliardi per la produzione di rame nella miniera di Mes Aynak. E poi immancabilmente ha consacrato l’adesione dell’Afghanistan alla “Nuova via della seta” (Belt and road initiative) con tutte le promesse di infrastrutture di cui il Paese ha disperato bisogno (strade, ferrovie, aeroporti) e che ne valorizzerebbero la posizione al centro dell’Asia.
Un attivismo che non poteva passare inosservato. I primi a scuotersi sono stati gli indiani, in sfrenata competizione con la Cina per la palma di seconda economia mondiale: nei mesi scorsi, Nuova Delhi ha rinforzato con un nutrito gruppo di tecnici e progettisti la sua ambasciata a Kabul; i due Paesi già si sono accordati per il completamento di una ventina di antichi progetti infrastrutturali sepolti da decenni di guerre, in quella che è a tutti gli effetti la risposta indiana alla Bri di Pechino. Il gioco è ancora più sottile: l’India è storicamente divisa da un’acerrima rivalità con il Pakistan, la “seconda patria” dei talebani (Osama bin Laden è stato catturato ad Abbottabad nel 2011). Sennonché anche qui gli schieramenti stanno cambiando: Kabul e Islamabad sono diventate nemiche (per una terra contesa chiamata Durand Line, informa la Rand) e nello scorso febbraio è scoppiato il primo conflitto armato con cinque soldati pakistani uccisi. Così l’India vede la possibilità di presentarsi a Kabul come un’altra “patron country”.
E gli Usa? Persino Washington, che aveva disposto d’imperio all’indomani della ritirata l’embargo mondiale al Paese e il taglio di tutti gli 8 miliardi di aiuti internazionali di cui viveva l’Afghanistan (il 40 per cento del Pil), sta lentamente rivedendo le sue posizioni. Nel febbraio 2022 ha autorizzato le agenzie internazionali a erogare un miliardo di aiuti, diventati oggi già 3 miliardi. Poi sta centellinando la fine delle sanzioni per diversi settori, fra cui quello bancario, se non altro per non lasciare il Paese in mano alla Cina e/o all’India. Ma l’operazione è delicatissima e gli americani, che hanno già pagato il prezzo più alto immaginabile, non vogliono cascarci un’altra volta: nella seconda metà degli anni ’80, quando il Paese era occupato dai sovietici, pur di sbarazzarsene gli Usa segretamente finanziarono e armarono le formazioni più agguerrite di guerriglieri islamici nazionalisti, i mujahideen, cui presto si unirono gli ancora più violenti talebani. Come racconta magistralmente Tiziano Terzani nei suoi libri, questi gruppi nel 1989 riuscirono a cacciare i sovietici, poi, anziché sciogliersi, continuarono a covare il loro rancore guerresco che presto (11 settembre 2001) si scatenò contro gli “altri” imperialisti: gli americani. Con questo agghiacciante precedente deve misurarsi la riapertura all’Afghanistan.