A pagare il prezzo più alto sono i minori. Ne sono morti più di 6 mila dallo scorso 7 ottobre. E ora che la tregua tra Israele e Hamas è finita, ricominciano i combattimenti nella Striscia

Serve il cessate il fuoco duraturo, non è bastata una tregua. La distruzione diffusa delle infrastrutture a Gaza porta le persone a morire anche se le bombe non cadono. C’è «una disperata mancanza d’acqua, materiale fecale sparso in insediamenti densamente popolati, un’inaccettabile carenza di bagni pubblici e grandi difficoltà per l’igiene personale, anche solo per lavarsi le mani, e per la pulizia», spiega il portavoce dell’Unicef, James Elder: «Senza carburante sufficiente assisteremo al collasso dei servizi igienico-sanitari. Una tempesta perfetta per la diffusione di malattie».

 

Nella Striscia il rischio di epidemie è alto, ancora di più da quando è arrivato il maltempo: piove sui corpi senza vita intrappolati tra le macerie di scuole, ospedali, interi quartieri ormai rasi al suolo. Spettrali, più simili alla luna che alla Terra, a guardare le immagini dei satelliti. Oltre 41 mila case, il 45 per cento del patrimonio, sono distrutte e non sono più abitabili, secondo l’Onu. Così, anche se c’è chi vorrebbe approfittare della pausa nei combattimenti per tornare al Nord, «per vedere cosa è rimasto della vita prima della guerra, anche solo una bombola di gas per cucinare» – racconta Sami Abu Omar, coordinatore del Centro italiano di scambio culturale “Vik Vittorio Arrigoni” – tanti sanno di non avere più niente.

 

Piove lungo le strade piene di immondizia, che le ruspe fanno fatica a portare via. Fiumi di liquami attraversano le città prima di riversarsi nel sistema fognario, che era arrivato al limite in molte aree del Sud della Striscia prima che l’accordo per una tregua tra Israele e Hamas favorisse l’ingresso degli aiuti umanitari. A bordo di camion che dallo scorso 7 ottobre sono entrati con il contagocce dal valico di Rafah; e anche adesso non sono sufficienti per le necessità della popolazione che sopravviveva già prima della guerra grazie agli aiuti: cibo, acqua, medicine e carburante che serve per tutto. Per l’elettricità, per pompare l’acqua nelle case, per desalinizzare quella del mare e renderla potabile, per drenare le fognature. «Ci vorrebbero duecento camion al giorno per almeno due mesi per poter aiutare tutti», ha dichiarato Adnan Abu Hasna, portavoce dell’Unrwa.

 

Piove sugli sfollati. Oltre un milione e 700 mila persone, su due milioni e 300 mila abitanti della Striscia, che hanno trovato riparo nelle case di altri, nelle chiese, nelle moschee, negli ospedali. Nelle scuole soprattutto: l’81 per cento degli istituti oggi contiene un numero di persone quattro volte superiore alla capienza massima. Persone che non sapevano dove andare: «Nei primi giorni di guerra siamo fuggiti da casa sotto un intenso bombardamento israeliano», racconta una donna che preferisce, per paura, non rivelare la sua identità. Ha trovato rifugio in una delle 186 scuole gestite dall’Unrwa, a Khan Yunis, dove, sebbene sia nel Sud della Striscia e migliaia di civili vi abbiano trovato riparo, non sono mancati i bombardamenti. «Abbiamo corso per le strade per raggiungere l’istituto, era pieno. Ma eravamo troppo in pericolo, non potevamo andarcene. Così, con mio marito e i bambini abbiamo allestito una tenda. Anche nei centri per rifugiati, però, la situazione è disperata come fuori. L’igiene è scarsa, cucinare è impossibile. Lavare i vestiti è un compito arduo visto che c’è poca acqua e siamo in tantissimi. Il freddo durante la notte non ha pietà, avvolge in un abbraccio gelido i bambini. Loro urlano, hanno il sonno pieno di incubi. Si diffondono le infezioni. Chi sembra ammalato viene isolato».

 

Sono almeno 800 mila i minorenni rimasti senza una casa, secondo Unicef, 12 mila i feriti e più di 6 mila i morti dal 7 ottobre. «Ma sono solo quelli di cui si ha il nominativo. È probabile che ce ne siano altri non ancora identificati, da estrarre dalle macerie», spiega Dina Taddia, consigliera delegata dell’ong italiana WeWorld, presente sia nella Striscia sia in Cisgiordania dal 1992: «I nostri interventi oggi, in emergenza, sono mirati soprattutto alla distribuzione di beni. In una seconda fase, come facevamo prima della guerra, torneremo a gettare le basi per interventi più strutturali. Ricostruendo una rete idrica, ad esempio, o allestendo punti di gioco per i bambini: quando questo conflitto sarà finito, dovremo fare i conti con i traumi di una generazione spezzata. Metà della popolazione di Gaza ha meno di 18 anni e, anche se in questo momento la priorità è sopravvivere, non possiamo non pensare a chi è senza accesso all’istruzione. Perciò WeWorld è parte della Campagna globale per l’Educazione che chiede all’Italia di impegnarsi a proteggere e promuovere il diritto all’educazione in contesti di emergenza e crisi protratte». 

 

Non solo a Gaza, ma anche in Afghanistan, Repubblica democratica del Congo, Ucraina, Siria, Sudan, Yemen: nel mondo sono 222 milioni i minori che hanno urgente bisogno di sostegno per la loro istruzione. Erano 75 milioni nel 2015, secondo i dati del fondo delle Nazioni Unite “Education Cannot Wait”, per cui l’educazione non è un lusso da garantire solo dopo il superamento dell’emergenza. Ma una priorità dell’intervento umanitario.

 

Nella Striscia, almeno trecento scuole sono state danneggiate durante i bombardamenti, il 61 per cento del totale. Come l’Abu Hussein School, nel campo profughi di Jabalia, colpita il 23 novembre scorso, cioè il giorno prima che iniziasse la tregua, da un attacco israeliano che ha causato 30 morti tra i palestinesi che vi si rifugiavano. Sono 625 mila gli studenti che, a causa delle bombe, sono finiti fuori dal sistema educativo all’improvviso, da quasi due mesi. 

 

«In pratica, la totalità. Tradizionalmente la società palestinese dà molta importanza all’educazione. La maggior parte delle scuole organizzava le lezioni su due turni per riuscire ad accogliere tutti gli studenti. E, infatti, nella Striscia ci sono molti professionisti. Non si tratta di una zona povera per mancanza di risorse, ma per l’impossibilità di sviluppo a causa della situazione attuale», spiega Andrea Sparro, membro dell’unità d’emergenza di WeWorld, mentre ricorda la gioia di un ingegnere conosciuto qualche anno fa. Che per la prima volta, a 35 anni, aveva ottenuto un permesso per uscire dalla Striscia e visitare Ramallah, la capitale de facto del suo Stato: «È stato fortunato. Ha avuto il permesso perché lavorava per un’ong. Oggi sembra che la vita precedente al 7 ottobre fosse rosea, ma gli abitanti di Gaza sono prigionieri da anni. E da anni sono i più piccoli a pagare il prezzo più alto: per le morti, le ferite, i traumi di guerra che restano indelebili. Perché privati della possibilità di sviluppare le loro potenzialità. E da oltre 50 giorni anche della possibilità di frequentare la scuola, non solo luogo di studio, ma soprattutto spazio essenziale per costruire il futuro delle comunità». Uno spazio che dovrebbe essere sicuro, non preso a bersaglio.

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