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7 ottobre, 2025Le fasi principali di una guerra che va avanti da quasi un secolo
Quella del 7 ottobre 2023 è stata una strage terribile, in cui circa 1.200 civili israeliani hanno perso la vita a causa dell’attacco terroristico di Hamas, nel territorio confinante con la Striscia di Gaza. Le immagini dei kibbutz assaltati e distrutti e dei ragazzi in fuga dai proiettili sparati durante il festival musicale Supernova sono una ferita nella memoria collettiva e la condanna delle uccisioni e del rapimento di 250 ostaggi (alcuni, dopo due anni, ancora in mano all'organizzazione palestinese) non può che essere unanime.
Il 7 ottobre, però, non può essere considerato un avvenimento isolato, ma un tremendo episodio del conflitto che contrappone da quasi un secolo israeliani e palestinesi. Lo scontro tra i due popoli è il risultato di tensioni politiche e rivendicazioni territoriali che vanno avanti da 78 anni, senza che nessun negoziato sia mai riuscito a risolvere la questione e a dar seguito alla proposta, auspicata da più parti, dei “due popoli, due Stati”.
Nel 1947, le Nazioni Unite - con la risoluzione 181 - approvarono la spartizione della Palestina mandataria in due Stati, uno ebraico e uno arabo. Gli ebrei accettarono, mentre la comunità araba respinse la decisione. L’anno seguente, con la fine del mandato britannico e la nascita di Israele (il 14 maggio 1948, guidato dal primo ministro David Ben Gurion), esplose la prima guerra arabo-israeliana. Alla fine del luglio 1949, Israele aveva preso il controllo del 72% del territorio della Palestina (contro il 56% previsto dall’Onu). Centinaia di migliaia di palestinesi furono costretti a un esodo forzato, dando origine alla cosiddetta Nakba, la “catastrofe”. Da allora, la regione è rimasta intrappolata in un ciclo di guerre e fallimenti diplomatici.
Nel 1967, con la guerra dei Sei Giorni, Israele occupò Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est, oltre che l’intera penisola del Sinai e le alture del Golan. Gli insediamenti ebraici, intanto, si moltiplicavano. Il conflitto riprese nel 1973, con la guerra dello Yom Kippur (giorno sacro per la religione ebraica), quando una coalizione di Stati arabi, ancora una volta guidati da Egitto e Siria, attaccò Israele a sorpresa. Ma anche questa volta Tel Aviv ebbe la meglio.
Vent’anni dopo la guerra dei Sei Giorni, nel 1987, avvenne quella che viene definita la “Prima Intifada”, la “rivolta” di un popolo, quello palestinese, che continuava a vivere senza un reale Stato. Nel 1993, gli Accordi di Oslo sembrarono aprire uno spiraglio: la foto storica del 13 settembre in cui Yitzhak Rabin (premier israeliano) e Yasser Arafat (leader dell’Olp) si strinsero la mano alla Casa Bianca sembrava il simbolo di un patto che avrebbe dovuto avviare un processo di pace, dopo 40 anni di conflitto tra i due popoli. Ma l’assassinio di Rabin e l’espansione delle colonie fecero naufragare l’intesa.
Da lì la tensione andò accumulandosi, fino a scoppiare nella seconda Intifada, nel 2000. L’evento scatenante era stata la visita, il 28 settembre di quell’anno, del leader del Likud, Ariel Sharon, alla Spianata delle Moschee di Gerusalemme, tra i luoghi più importanti per l’Islam, dopo la Mecca, e devo sorge anche il muro del pianto. Quella passeggiata fu una provocazione, poiché fu violato uno spazio sacro accessibile solo alle persone di religione islamica.
Il giorno successivo, dunque, migliaia di fedeli musulmani affollarono la Spianata, dove si verificarono violenti scontri con le forze di polizia israeliane (6 morti e oltre 200 feriti tra i palestinesi). Da lì a poco, la protesta palestinese dilagò rapidamente a Gaza e in Cisgiordania, trasformandosi in una rivolta contro l’occupazione israeliana e per l’indipendenza della Palestina. La durezza della repressione che è stata messa in atto dal governo israeliano ha ricevuto forti condanne anche dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. La seconda Intifada si concluse poi nel 2005, con almeno 5 mila morti palestinesi e circa mille israeliani.
In quello stesso anno, Israele si ritirò da Gaza, dopo quasi quarant’anni di occupazione e il territorio passò sotto il completo controllo dell’Autorità Nazionale Palestinese (l’Anp, erede dell’Olp). Nel 2006, alle elezioni legislative in Palestina, vinse a sorpresa il gruppo di Hamas, identificato da molti Stati come un’organizzazione terroristica e dichiarato da Israele come una “entità ostile” (mentre, dall'altra parte, Hamas non ha mai riconosciuto legittimo lo Stato ebraico). Il suo principale avversario fu Fatah, partito moderato guidato da Mahmoud Abbas, con cui però non riuscirono mai a trovare un accordo per formare un governo.
Nel giugno del 2007, a Gaza, ci furono violenti scontri tra i militanti di Hamas e i sostenitori di Fatah: Hamas impose con la forza il suo controllo sulla Striscia, mentre Fatah rimase a governare sui territori della Cisgiordania, creando una frattura politica che continua ancora oggi.
Nell’estate del 2014, in un conflitto noto con l'appellativo "operazione Margine di protezione”, alcuni membri di Hamas rapirono e uccisero tre adolescenti israeliani che vivevano in una colonia in Cisgiordania. A questo episodio seguirono bombardamenti e lanci di missili da entrambe le parti e Israele iniziò un’invasione di terra con il tentativo di distruggere la rete di tunnel sotterranei di Hamas. La guerra durò circa 50 giorni e persero la vita altri 2.200 palestinesi, tra cui moltissimi civili, e 71 israeliani. Il cessate il fuoco arrivò il 26 agosto, ma come la maggior parte di quelli sottoscritti negli anni passati, neanche questo venne mai davvero rispettato.
Il 7 ottobre 2023 è stato solo uno degli ultimi episodi di violenza che hanno caratterizzato la guerra arabo-israeliana, sfociata poi nel vero e proprio assedio di Gaza da parte di Israele. Che, da ormai due anni, si sta configurando come un genocidio a danno del popolo palestinese.
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