L'ingegnere iraniano Mhammad Abedini – arrestato a Milano accusato dagli Usa di terrorismo e poi rimpatriato dopo la liberazione di Cecilia Sala – e il generale libico Najeem Almasri – ricercato dalla Corte Penale internazionale, rispedito a Tripoli, nel pieno di una spy story che coinvolge il governo – pur nella diversità delle loro vicende, hanno una cosa in comune. Sono stati arrestati entrambi in Italia sulla base di red notice, avvisi trasmessi dall’Interpol per detenere provvisoriamente una persona in attesa di estradizione. Le red notice sono un importante strumento di cooperazione giudiziaria internazionale, che, spiega l’Interpol, «dovrebbero contribuire a rendere il mondo più sicuro». Ma è anche vero che questi avvisi vengono utilizzati anche da Stati autoritari per perseguitare all’estero oppositori politici e dissidenti.
È il fenomeno noto come Interpol abuse e consiste nell’esecuzione automatica di red notice nei confronti di rifugiati politici che si trovano quindi, poi, ad affrontare carcerazioni ingiuste e spese legali. In Italia i casi sono parecchi, riferiscono da Unhcr, l’agenzia Onu per i rifugiati. Che raccomanda «di non dare seguito a richieste di estradizione prima che termini l’iter di richiesta dell’asilo».
«È incredibile che l’Italia non riconosca l’Interpol abuse», dice l’avvocato Nicola Canestrini, esperto di Diritto penale internazionale. «Interpol, attraverso le red notice – spiega – ha il compito di identificare ed arrestare in via provvisoria una persona ricercata da un Paese, per consegnarla all’autorità giudiziaria in attesa di una richiesta di estradizione. Ma, sulla base dell’articolo 718 del codice di procedura penale, il ministro della Giustizia ha la facoltà di revocare le misure cautelari e non concedere l’estradizione». Una prerogativa che nel caso Abedini è stata esercitata con il diniego all’estradizione negli Usa. Nel caso Almasri, Carlo Nordio non è intervenuto, come ha sottolineato la corte d’Appello di Roma scarcerando il generale libico.
Analogamente è accaduto in ambiti diversi che hanno determinato altre gravi storture. C’è, ad esempio, il caso di Devrim Akcadag di cui L’Espresso si è già occupato lo scorso anno. Il giornalista di nazionalità tedesca e di origini curde, fu arrestato nell’agosto del 2023 mentre era in vacanza in Italia su richiesta della Turchia per «partecipazione ad associazione terroristica», accusato di affiliazione al Pkk. Prima di essere fermato in Italia, per ben tre volte in Germania, era stato sottoposto a indagini archiviate per insussistenza degli addebiti. Dopo l’arresto, il suo legale, Nicola Canestrini, aveva scritto al ministro Nordio, chiedendone la scarcerazione, ma non aveva ricevuto risposta. Era stato il sottosegretario all’Interno Emanuele Prisco, rispondendo a un’interrogazione parlamentare dei deputati Avs Bonelli e Zanella, a riferire che il governo Meloni era intervenuto per il mantenimento della misura cautelare e aveva inoltrato alla Corte di Appello di Sassari la richiesta turca. L’odissea di Akcadag è finita quando la procura generale della Sardegna ha rigettato la richiesta di estradizione, motivandola con il rischio di violazione dei diritti fondamentali in Turchia. Un pasticcio evitabile, se il ministro fosse intervenuto e che è costato al giornalista – che per questo ha chiesto di essere risarcito – il carcere e più di un mese di domiciliari, con conseguenze devastanti sulla vita personale.
Non una vicenda isolata. Nell’elenco delle vittime di red notice strumentali c’è anche l’iraniano Amin, (nome di fantasia) arrestato all’aeroporto di Fiumicino con un mandato internazionale e richiesta di estradizione sollecitati dalle autorità del suo Paese. Qui la politica non c’entra. Amin era dovuto fuggire insieme con la sua compagna, perseguitato dall’ex marito di lei che non voleva concederle il divorzio. La coppia era stata oggetto di violenze e di una denuncia per un’inesistente truffa, utile a instaurare contro Amin un processo penale persecutorio del regime iraniano. Amin aveva chiesto protezione internazionale in Svizzera ma, per effetto del regolamento di Dublino era stato spedito in Italia. Soltanto l’intervento dell’avvocato Gennaro Santoro e del garante regionale dei detenuti, Stefano Anastasia ha permesso a lui e alla compagna di ottenere lo status di rifugiati in Italia. Il prezzo? Anche qui un’ingiusta detenzione, dal momento che la coppia avrebbe dovuto essere accolta come richiedente asilo. «Ma non è la sola illegittimità», nota l’avvocato Santoro: «L’assenza di diritto è una caratteristica più generale che interessa il procedimento di estradizione quando il Paese richiedente è noto per il non rispetto dei diritti umani».
«In Italia poi si continuano a eseguire red notice anche quando le forze di polizia hanno in mano documenti relativi allo status di rifugiato», aggiunge l’avvocato Canestrini. «In altri Paesi – spiega – c’è una verifica preventiva che tenta di evitare la persecuzione politica per via giudiziaria, cosa che in Italia non accade».
Emblematica è la storia di un altro iraniano, attivista per le libere elezioni nel suo Paese, riconosciuto come rifugiato in Gran Bretagna e che, trovatosi in albergo in Italia, al momento dell’irruzione della polizia, ha tentato il suicidio. Malgrado la sua condizione fosse facilmente verificabile, la polizia ha comunque dato corso alla red notice dell’Interpol motivata da un’accusa fasulla di corruzione sostenuta dall’Iran. «La reazione estrema – racconta Canestrini – si giustifica solo con il ricordo ancora vivido del trattamento riservato ai dissidenti politici in Iran». Il legale è riuscito a ottenere la scarcerazione e l’archiviazione del caso e ha citato in giudizio l’Italia non solo per l’ingiusta detenzione, ma per il danno cagionato al dissidente, atterrito dall’idea di finire di nuovo sotto tortura. «Il nostro Paese – dice Canestrini –deve colmare questo vuoto che inghiotte persone non estradabili».