L’occupazione in Cisgiordania e i raid a Gaza sono resi possibili dagli investimenti internazionali che sostengono il bilancio di Israele. E la ricostruzione è un affare che fa gola

Più di 400 vittime solo nelle prime ore. Dopo due mesi di cessate il fuoco sembra impossibile, eppure è vero: Israele ha ripreso a bombardare la popolazione civile nella Striscia di Gaza. Soprattutto al nord, dove le condizioni di vita erano già al limite del sopportabile. Per la maggior parte, come è stato dall’inizio dell’offensiva lo scorso ottobre, le vittime sono donne e bambini.

 

In Cisgiordania intanto continua l’operazione “Muro di Ferro”, con cui l’Idf ha aperto un secondo fronte a gennaio, e si torna a vivere con il rombo costante dei caccia diretti a Gaza sopra la testa. Mentre a poche decine di chilometri sono ricominciati i bombardamenti, qui proseguono le violenze dei coloni. Dall’inizio dell’anno, secondo i più recenti dati Ocha, più di 90 palestinesi sono stati uccisi in Cisgiordania e più di 500 sono rimasti sfollati a causa delle demolizioni.

 

Nel frattempo in Occidente si continua a percepire l’accusa di genocidio come un fatto distante e non correlato. Per trovare legami, implicazioni, e soprattutto responsabilità, basta però guardare all’economia, a come il governo israeliano è in grado di sostenere lo Stato e le sue scelte belliche: dal 1980 al 2024 il bilancio del governo israeliano ha registrato un calo medio del pil del 5,32 per cento. Nel 2024, a causa delle spese militari, il calo è stato del 6,9. In questo contesto, spiega il movimento Boycott Disinvest Sanction (Bds), «gli investimenti internazionali nel debito pubblico e nell’economia israeliana hanno un’importanza fondamentale».

 

È sempre grazie a investimenti internazionali che Israele si può permettere lo stato di guerra: «I finanziamenti degli Usa, con circa 14,5 miliardi di dollari extra nel 2024, oltre ai 3 miliardi di aiuti annuali, sono fondamentali, ma una parte importante delle spese militari è stata finanziata dall’emissione di debito interno». Su cui poi intervengono fondi internazionali. La questione non riguarda solo gli Usa: secondo quanto riporta The Electronic Intifada, da ottobre 2023 la European Investment Bank (Eib) ha concesso a Israele un totale di oltre 847 milioni di dollari in prestiti. Immediata e chiara la risposta della Eib: «Le controparti finanziarie di questi progetti sono aziende private e banche, questo finanziamento è pienamente in linea con il diritto europeo e internazionale».

 

Serve poco per rendersi conto che è proprio il sistema internazionale a sostenere l’Occupazione, rendendo possibili guerra, attacchi, pulizia etnica, genocidio: «L’Occupazione è una questione di affari» commenta Hussain Hurraini, attivista di Youth of Sumud e ricercatore per la Ong Al Haq, «se venissero applicate sanzioni economiche nei confronti degli insediamenti, l’intero progetto coloniale verrebbe messo in difficoltà, perché Israele non sarebbe in grado di sostenere le colonie». Hurraini, che è nato e vive in area C, sotto controllo civile e militare israeliano secondo gli accordi di Oslo, conosce bene i meccanismi dell’Occupazione: «Le colonie sono illegali secondo il diritto internazionale, gli avamposti anche secondo il diritto di Israele». Questo non è sufficiente a disincentivare le aziende internazionali – «che pure dovrebbero rispondere a precisi codici di condotta sui diritti umani» – dal fare affari con le colonie.

 

Così, «i macchinari di Hyundai e Caterpillar vengono utilizzati per le demolizioni. Dovrebbero essere concepiti per costruire un futuro migliore, ma qui questi strumenti sono parte dell’Occupazione, usati per sfollare i civili, distruggere le loro case» spiega Hurraini. E continua: «Così il sistema economico internazionale diventa parte dell’Occupazione in Palestina».

 

Ci sono poi le grandi aziende che facilitano in maniera diretta la vita negli insediamenti illegali, «come il colosso francese Carrefour, che apre supermercati nelle colonie». L’esatto contrario di quello che imporrebbe il diritto internazionale: «Invece di boicottare l’Occupazione, di imporre sanzioni, l’azienda europea apre attività commerciali all’interno delle colonie, normalizzando la realtà degli insediamenti illegali».

 

A tutto questo si aggiunge la questione dello sfruttamento delle risorse: «Occupando la Cisgiordania, Israele ne controlla le risorse naturali. I palestinesi non possono nemmeno estrarre l’acqua, mentre le colonie la sfruttano per creare allevamenti e produrre cibo, come ciliegie o avocado, che poi viene venduto qui e all’estero». Quest’anno, in linea con i precedenti, si attende una produzione di avocado di circa 100.000 tonnellate. Il 30 per cento viene consumato in loco, mentre il 70 per cento viene esportato. I maggiori importatori sono Francia, Regno Unito, Germania, Paesi Bassi e scandinavi. Gli avocado sono prodotti principalmente negli insediamenti illegali e i prezzi, che rendono competitivi i prodotti israeliani sul mercato internazionale, sono bassi anche grazie al fatto che nelle colonie acqua ed elettricità sono fornite gratuitamente dallo Stato.

 

A Gaza, dove il governo israeliano ha ripreso l’offensiva totale, come dimostrato dagli assurdi progetti trumpiani per la “riviera del Medioriente”, gli interessi economici sono più allettanti che mai. Anche qui, i legami sono chiari: secondo il sito Puck, specializzato in relazioni tra potere e politica, la mente del progetto sarebbe Jared Kushner, il genero di Trump. Kushner è anche il fondatore di Affinity Partners, società di investimento recentemente entrata in maggioranza nell’israeliana Phoenix Insurance, parte del gruppo Phoenix, noto per gli interessi nei territori occupati. Phoenix sarebbe realisticamente coinvolto nella ricostruzione di Gaza, con immensi profitti per la cerchia del tycoon. Prima, però, bisogna finire di demolire.

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