La pena di morte è una delle tante idee incluse nel manuale del populismo: semplicistica, stupida, venduta come soluzione a un problema complesso. Non c’è nulla di nuovo, Donald Trump non è di certo il primo a pensarla in questo modo». Il sorriso aspro di Clive Stafford Smith, leggendario avvocato britannico per i diritti umani, è un misto di sdegno e rassegnazione. Da oltre quarant’anni difende condannati negli Stati Uniti e ha visto oscillare il pendolo della giustizia tra moratorie e furore punitivo. Pendolo che oggi sembra battere forte dalla parte dell’estremismo.
Prima di lasciare il timone, il democratico Joe Biden aveva commutato la pena di 37 dei 40 condannati federali, gli unici su cui il presidente ha giurisdizione, non potendo fare nulla per i circa 2.250 condannati a morte reclusi nei penitenziari statali, soggetti alla legislazione locale. Dall’inizio del secondo mandato Trump, invece, le esecuzioni non solo sono aumentate – dieci fino a oggi – ma si sono fatte anche più polimorfe. Se in Texas, Florida, Arizona e Oklahoma è stata utilizzata l’iniezione letale, in Louisiana e Alabama si è scelto di impiegare l’ipossia da azoto, mentre nella Carolina del Sud è tornato in funzione il vecchio plotone d’esecuzione dopo quindici anni, con il condannato contro il muro e un bersaglio sul cuore. L’America “Maga” sperimenta, innova.
Una recrudescenza che porta il marchio del nuovo padrone della Casa Bianca. Appena varcata la soglia dello Studio Ovale, Trump ha impugnato il celebre pennarello nero e, tra i primi ordini esecutivi, ha firmato il “Restoring the Death Penalty and Protecting Public Safety”. Le esecuzioni federali messe in stand-by da Biden riprenderanno senza indugi, con la garanzia che anche a livello statale ci siano scorte sufficienti di farmaci letali (procurarsi i medicinali diventa sempre più complesso visto che le aziende farmaceutiche rifiutano di fornire strumenti per ammazzare esseri umani). Il decreto stabilisce la pena capitale per chiunque uccida un agente delle forze dell’ordine e per gli immigrati illegali che commettano reati federali. Non solo. Il presidente ha ordinato alla ministra della giustizia Pam Bondi di smontare qualsiasi precedente della Corte Suprema che possa ostacolare le condanne. «La responsabilità più solenne del governo è quella di proteggere i suoi cittadini da atti abominevoli – dice motivando il provvedimento – La mia amministrazione non tollererà sforzi per ostacolare ed eviscerare le leggi che autorizzano la pena di morte contro coloro che commettono orribili atti di violenza contro i cittadini».
Al momento nella prigione federale di Terre Haute in Indiana rimangono tre reclusi per crimini di interesse nazionale: i “mostri” che Biden aveva scelto di escludere dal suo atto di clemenza. Dylann Roof, il suprematista bianco che nel 2015 massacrò nove fedeli in una chiesa di Charleston; Dzhokhar Tsarnaev, l’attentatore della maratona di Boston del 2013; e Robert Bowers, l’antisemita responsabile della strage alla sinagoga di Pittsburgh nel 2018. «Trump cercherà di ucciderli, ovviamente. Nulla rispetto all’ultima volta quando ne fece giustiziare tredici in un anno. Stavolta il vero pericolo non è l’ordine esecutivo in sé, quanto l’influenza che il presidente esercita sui governatori repubblicani», avverte Stafford Smith quando lo raggiungiamo, mentre prepara le valigie per tornare negli Stati Uniti. Da quando, negli anni Ottanta, ha iniziato a difendere condannati a morte, ha rappresentato oltre quattrocento persone, “perdendone” solo sei. Il suo Life and Death in the Courtrooms of America resta oggi una bibbia per gli abolizionisti.
«In Louisiana il governatore Jeff Landry, figura senza particolare rilievo, non stava facendo nulla riguardo alla pena di morte. Al Super Bowl, però, ha incontrato Trump e il giorno dopo ha fissato una data di esecuzione per Jessie Hoffman». Non un caso, per l’avvocato. Anche perché tanti altri governatori potrebbero schiacciare il piede sull’acceleratore. Ma un nodo fondamentale oggi, forse il più sostanziale, è quello dei nove saggi di Washington. «La Corte Suprema sta semplicemente permettendo che tutti i condannati vengano giustiziati, è successo già quattro volte quest’anno», sottolinea Clive Stafford Smith, riferendosi al consesso a maggioranza conservatrice (grazie ai giudici nominati da Trump) che tende a respingere gli appelli last-minute, ed è anche riluttante a interrompere le esecuzioni sulla base di contestazioni relative al loro metodo o di rivendicazioni per la salute mentale e fisica degli imputati. «La Corte si sta muovendo nella direzione opposta rispetto alla popolazione, va verso l’aumento delle esecuzioni».
Il sostegno negli Stati Uniti è, infatti, in costante calo da tre decenni. Nel 1994, circa l’80 per cento degli americani era a favore della pena capitale, ma nel 2024 Gallup ha riportato che la percentuale era scesa al 53 per cento, il livello più basso in oltre 50 anni. Il declino, soprattutto tra Millennial e GenZ, è guidato dalle crescenti preoccupazioni per le condanne ingiuste, le disparità razziali (un imputato nero ha quasi quattro volte più probabilità di essere condannato a morte rispetto a un bianco) ed economiche e i dubbi sull’efficacia come deterrente. La fiducia nel sistema giudiziario si è erosa, con quasi otto americani su dieci che temono che persone innocenti possano essere giustiziate.

Ci sono, inoltre, stati guidati dal partito repubblicano che propendono per l’abolizione come Indiana, Kansas, Kentucky e Ohio. Oggi ventitré stati e Washington Dc, hanno abolito la pena capitale, quattro l’hanno messa in pausa. Le esecuzioni sono concentrate in Alabama, Missouri, Oklahoma e Texas, che nel 2024 hanno rappresentato collettivamente il 76 per cento delle 25 esecuzioni complessive. «Gli Usa stanno attraversando un periodo di rivalutazione», spiega a L’Espresso Austin Sarat, considerato uno dei massimi studiosi della pena di morte, della teoria giuridica e dell’intersezione tra diritto e cultura. «Dal 2007, più Stati le hanno abolite rispetto a qualsiasi altro periodo simile nella storia americana. Sicuramente avere un presidente entusiasta della pena di morte non aiuta. A mio avviso, però, non c’è nulla che l’amministrazione Trump possa fare per annullare lo slancio verso l’abolizione». Nei prossimi quattro anni, le condanne federali potrebbero aumentare, ma Trump non invertirà la tendenza nazionale. Anche senza una legge federale – che in Congresso resta un miraggio – il vento abolizionista continuerà a soffiare.
«In questo momento storico molte persone credono che il sistema politico sia corrotto e vogliono che qualcuno agisca. Pur non apprezzano determinate cose, plaudono al fatto che Trump faccia qualcosa. Gli annunci sulla pena di morte sono un po’ come quelli sulla Groenlandia. È un modo per mostrare che sta lavorando». Non pagherebbe, ci spiega il professore, costruire un messaggio più complesso, come ad esempio proporre di fermare la criminalità costruendo un sistema educativo migliore o alleviando la povertà. «Per capire la politica degli Stati Uniti oggi, bisogna afferrare quanto sia simile al teatro, un teatro con conseguenze serie».