Il motto scelto per il "Liberation Day", come l'ha rinonimato Donald Trump, è stato “Make America Wealthy Again”: dopo settimane di annunci e passi indietro, minacce e trattative, il presidente degli Stati Uniti ha scoperto le carte sui dazi reciproci per (quasi) tutti i Paesi. La definizione più sintetica l’ha data proprio Trump, parlando dal Rose Garden della Casa Bianca: “Significa che noi facciamo a loro ciò che loro fanno a noi, molto semplice”. Poi, con in mano una lavagnetta e alle spalle la bandiera americana, è passato a snocciolare tutte le imposte che, dopo dopo la firma dell'ordine esecutivo in diretta mondiale e tra gli applausi del pubblico, entreranno in vigore dal 5 aprile. Ai 27 Stati dell’Unione europea verranno applicati dazi del 20 per cento su tutte le merci. “Ci hanno derubato per anni, sono patetici”, il commento del tycoon. Ma il Vecchio Continente, insieme a tutti gli Stati del mondo, verrà anche colpito con un dazio del 25 per cento “su tutte le automobili costruite all’estero” e importate negli Usa. L'imposta base sarà del 10 per cento per tutti, anche per il Regno Unito, ma sale nel caso di Paesi specifici: al 34 per cento per la Cina, al 24 per il Giappone, al 46 per il Vietnam (il Paese più colpito tra i "worst offenders", come li ha chiamati Trump).
"Gli Usa sono stati saccheggiati per anni"
Il 2 aprile 2025 è “uno dei giorni più importanti della nostra storia” e “sarà ricordato per sempre come il giorno in cui l'industria americana è rinata - ha esordito Trump -. Per decenni il nostro Paese è stato saccheggiato, depredato, violentato e depredato da nazioni vicine e lontane. Oggi finalmente mettiamo l'America first, al primo posto, e difendiamo i lavoratori americani”. Gli Stati Uniti per ora “non intendono negoziare” con nessuno, ha sottolineato il tycoon, aggiungendo anche che verrà dichiarata “un’emergenza nazionale sul commercio” perché il deficit è a tutti gli effetti “una minaccia alla sicurezza nazionale”. Poi un appello ai leader del mondo: “ A tutti i presidenti stranieri, primi ministri, re, regine, ambasciatori e chiunque altro chiamerà presto per chiedere esenzioni da queste tariffe, dico: ‘Eliminate le vostre imposte, abbassate le vostre barriere, non manipolate le vostre valute’”. Il discorso di Trump è stato un’alternarsi tra presentazione dei nuovi dazi (quelli base al 10 per cento entreranno in vigore dal 5 aprile, per altri 60 Paesi saranno previste imposte addizionali dal 9 aprile) e attacchi agli altri Stati. Come alla Cina, che avrebbe "tratto un enorme vantaggio dagli Stati Uniti".
La risposta europea
La risposta europea non si farà attendere: alle 5 del 3 aprile Ursula von der Leyen annuncerà i controdazi da Samarcanda, dove è volata per il vertice Ue-Asia centrale. Secondo quanto riferito dalla portavoce del governo francese, Sophie Primas, l'Ue risponderà "prima della fine di aprile" e lo farà in due fasi: la prima come conseguenza delle imposte già in vigore "su acciaio e alluminio. Poi ci sarà uno studio preciso, settore per settore, e una decisione europea dovrebbe venire annunciata entro la fine aprile, in modo condiviso, unito e forte dall'Ue". "Per i nostri amici americani, oggi non è il giorno della liberazione, è il giorno del risentimento - ha scritto su X il presidente del Partito popolare europeo, il tedesco Manfred Weber -. I dazi di Donald Trump non difendono il commercio equo, lo attaccano per paura e danneggiano entrambe le sponde dell'Atlantico. L'Europa è unita, pronta a difendere i propri interessi e aperta a colloqui equi e fermi". Per i socialisti europei è ora di alzare al massimo la pressione su Trump: "Questo è il giorno dell'inflazione, non della liberazione - ha scritto su X il gruppo S&D -. A causa della decisione dell'amministrazione Trump di imporre dazi del 20% sulle esportazioni dell'Ue, esortiamo la Commissione europea a fare tutto il necessario per aumentare al massimo la pressione sugli Stati Uniti e difendere gli interessi dell'Ue". "I dazi sconsiderati di Trump segnano l'inizio della sua caduta. Imponendo questa assurdità, danneggia non solo l'Europa, ma anche le aziende e i consumatori americani, che non lo perdoneranno. Risponderemo con forza e unità", ha sottolineato la presidente, la spagnola Iraxte Garcia Perez.
Meloni: "Misura che non conviene a nessuno"
Per Giorgia Meloni "l'introduzione da parte degli Usa di dazi verso l'Unione Europea" è una misura "sbagliata e che non conviene a nessuna delle parti. Faremo tutto quello che possiamo per lavorare a un accordo con gli Stati Uniti - ha scritto la premier sui suoi canali social -, con l'obiettivo di scongiurare una guerra commerciale che inevitabilmente indebolirebbe l'Occidente a favore di altri attori globali. In ogni caso, come sempre, agiremo nell'interesse dell'Italia e della sua economia, anche confrontandoci con gli altri partner europei". Sulla stessa linea anche Antonio Tajani: "Occorre evitare una guerra commerciale fatta di dazi Usa che danneggerebbe i cittadini statunitensi ed europei - ha scritto su X il vicepremier e ministro degli Esteri -. Siamo già al lavoro con la Ue e i partner europei per una prima valutazione e una risposta comune: domani (3 aprile, ndr) a Bruxelles vedrò il commissario Sefcovic . È necessaria una risposta basata su un approccio pragmatico, basato sul dialogo. Serve un negoziato costruttivo, con la schiena dritta, che tenga conto delle preoccupazioni americane ma tuteli i sacrosanti interessi europei. Il governo - ha aggiunto - non lascerà indifeso il sistema produttivo italiano". Nessun commento, per ora, da parte dell'altro vicepremier, il segretario della Lega Matteo Salvini, quello che più all'interno della maggioranza di governo è stato timido sull'ipotesi (ora diventata realtà) di barriere commeriali volute da Trump.
L'impatto dei dazi sull'Italia
Prima di capire quale sarà la risposta europea e l’impatto sull’economia del Vecchio Continente, Italia compresa, ci sono i numeri. Nel 2024 il nostro Paese - con 64 miliardi di euro di scambi - è stato il secondo nell’Unione europea per export verso gli Stati Uniti dopo la Germania: un valore che pesa circa il 3 per cento del Pil. Secondo un rapporto del centro studi di Confindustria, con un’imposta base del 20 per cento l’Italia potrebbe perdere fino allo 0,4 per cento nel 2025, e fino allo 0,6 nel 2026. Nelle scorse settimane Svimez aveva calcolato, in caso di dazi al 10 per cento, una perdita di 27 mila posti di lavoro e una riduzione del 4,3% dell’export. Con imposte al 20 per cento l’impatto sarebbe il doppio.
Tutti i dazi introdotti da Trump, Paese per Paese
Ecco l'elenco completo diffuso dalla Casa Bianca. Alla Cina dazi del 34%; Unione europea 20%; Svizzera 31%; Regno Unito al 10%; per il Vietnam dazi del 46%; a Taiwan 32%; Giappone 24%; India 26%; Corea del Sud 25%, Thailandia 36%. A seguire, Indonesia 32%; Malesia 24%; Cambogia 49%; Sud Africa 30%; Brasile 10%; Bangladesh 37%; Singapore 10%; Israele 17%; Filippine 17%; Cile 10%; Australia 10%; Pakistan 29%; Turchia 10%. E ancora, Sri Lanka 44%; Colombia 10%; Perù 10%; Nicaragua 18%; Norvegia 15%; Costa Rica 10%; Giordania 20%; Repubblica Domenicana 10%; Emirati Arabi 10%; Nuova Zelanda 10%; Argentina 10%; Ecuador 10%; Guatemala 10%; Honduras 10%; Madagascar 47%; Myanmar 44%; Tunisia 28%; Kazakistan 27%. Alla Serbia gli Usa impongono dazi del 37%; Egitto 10%; Arabia Saudita 10%; Salvador 10%; Costa d'Avorio 21%; Laos 48%; Botswana 37%; Trinidad e Tobago 10%; Marocco 10%. Il tutto prevedendo anche una base minima del 10% di tariffe su tutti i prodotti stranieri. Separatamente verranno imposti dazi del 25% sulle auto prodotte all'estero.
