Goodbye Brexit, hello battaglione”. A Londra preparano gli scarponi, a Bruxelles lucidano le medaglie. Secondo quanto trapela da fonti ben oliate, la prossima settimana Ue e Regno Unito presenteranno un patto congiunto di difesa e sicurezza, roba da far impallidire i falchi della Brexit e mandare in tilt Nigel Farage.
Esatto: Londra si infila nella politica di difesa europea. E non si tratta solo di una stretta di mano: l’accordo prevede che la Gran Bretagna partecipi a pieno titolo alla politica di sicurezza e difesa comune dell’Ue, quella che – sulla carta – permette agli Stati membri di schierare truppe europee in missioni di pace e autodifesa collettiva.
Una svolta che sa tanto di “Bre-entry”: fuori dall’Unione con i dazi, ma dentro con l’elmetto. Un piede a Londra, l’altro a Strasburgo, con Downing Street che improvvisamente riscopre l’attrattiva del coordinamento continentale, specie ora che l’aria geopolitica puzza di guerra (Russia, Medio Oriente, mar Cinese solo per citare i principali).
Ma cosa c’è davvero dietro il ritorno in scena della Regina (ora Re)? Secondo voci di corridoio, l’accordo sarebbe parte di un piano più ampio per riallacciare i rapporti post-Brexit, almeno sui fronti che contano: difesa, sicurezza, intelligence e capacità militari. L’Europa si rafforza, Londra si riavvicina e Washington (forse) osserva compiaciuta.
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I conti della Chiesa cattolica non sorridono. I bilanci recenti, segnati da cifre in rosso e da donazioni in calo, hanno acceso più di un campanello d’allarme oltre le mura leonine. E se da un lato Papa Francesco ha operato tagli e riforme per garantire maggiore trasparenza, dall’altro – secondo alcuni ambienti della Curia – avrebbe finito per trascurare equilibri storici e realtà chiave nella raccolta di fondi. «Ha voluto fare pulizia, e va bene. Ma non si può ignorare chi ogni giorno gestisce la cassa», spiega un cardinale italiano, non nuovo a posizioni critiche, che chiede l’anonimato.
Il riferimento è soprattutto al rapporto con le diocesi economicamente più rilevanti, in particolare quella di Milano, rimasta senza cardinale da oltre un anno. «È stato un errore grave – spiega un altro porporato – Milano è la capitale italiana della finanza, ha una tradizione di generosità unica verso la Chiesa. Lasciarla senza un cardinale significa perdere peso politico e, soprattutto, capacità di raccolta. È un vuoto che il nuovo Papa deve colmare subito. Anche per dare un segnale di riconoscimento a chi ha sempre sostenuto Roma, non solo con la fede».
Il caso milanese è il simbolo di un malcontento più ampio che attraversa le stanze vaticane. Le riforme volute da Francesco – dalla stretta sulle pensioni fino al riassetto delle fondazioni – sono state accolte con favore sul piano dell’immagine, ma ora molti si interrogano sulla sostenibilità economica del sistema.
«Papa Francesco ha avuto il merito di mettere fine a certe opacità, ma la macchina vaticana ha bisogno anche di benzina», conclude un economo di Curia. «E oggi, senza una rete forte e riconosciuta nei territori, il rischio è di restare in panne».