Rimpatri di massa!», urlavano ai comizi di Donald Trump. Ma ora che la stretta sull’immigrazione prende forma, il partito dei muri fa i conti con la realtà: se arresti chi cucina, costruisce, pulisce o raccoglie frutta, difficilmente troverai americani disposti a farlo. E alle stesse condizioni.
Se n’è accorto anche il presidente, costretto a frenare il falco Stephen Miller, vicecapo di gabinetto e regista della linea dura. Su Truth il commander in chief ha assicurato l'intenzione di sospendere una parte dei raid, non tanto per le manifestazioni dei progressisti indignati o per le marce No Kings, quanto per le rimostranze delle lobby di agricoltori, ristoratori e albergatori. La stretta stava paralizzando settori vitali, trasformandosi in un boomerang. Ammorbidimento durato poco, però, perché nel giro di qualche giorno, Trump ordina all’Ice, la polizia federale per l’immigrazione, di intensificare le operazioni nelle città governate dai democratici.
«Non mi sorprenderebbe se gli avessero detto semplicemente: “Ma cosa stai facendo? Questi sono lavoratori!”», dice a L’Espresso Dean Baker, economista del Center for Economic and Policy Research di Washington, non i criminali che aveva promesso di espellere. In agricoltura, ci spiega, circa il 40 per cento delle persone è senza documenti. Al di là degli slogan, l’economia americana ha bisogno di più immigrati di quanti ne possa accogliere legalmente: la domanda di manodopera si scontra con un sistema legislativo paralizzato. «Tra i farmer molti hanno sicuramente votato per Trump. Sospetto non credessero davvero che avrebbe tentato rimpatri di massa: era una formula del primo mandato, mai davvero concretizzata».
L’economia non vive di propaganda, ma di braccia. E senza quelle, anche le convinzioni Maga si inceppano. Perché l’immigrazione è un asse portante degli Stati Uniti. A dirlo non è un politico, ma l’economista Tarek Hassan della Boston University, che ci anticipa uno studio in pubblicazione sull’American Economic Review destinato a smontare molti luoghi comuni. «Il primo è che gli stranieri tolgono occupazione. Non è vero. In un’economia che funziona – riflette – ogni persona genera il proprio impiego. Quando allontani un immigrato, fai evaporare pure quel posto». Al contrario, i flussi spingono la crescita. «Abbiamo dimostrato che quando diecimila individui si aggiungono a una contea di media grandezza, entro cinque anni aumentano sia i salari sia il numero di brevetti pro-capite. In sostanza, l’arrivo di nuovi lavoratori libera risorse e tempo per altri, che possono così dedicarsi alla ricerca e generare nuove idee».
Uno dei case study è proprio la California. Qui le immagini degli assalti dei militari a volto coperto raccontano meglio di mille discorsi questa nuova America, fatta di famiglie separate, persone ammanettate nei cantieri, nelle fabbriche o arrestate nei tribunali di New York o Chicago dove cercavano di regolarizzare la propria posizione. Come la raccontano i 4.000 membri della Guardia Nazionale e i 700 marines spediti a Los Angeles a contenere le proteste. «Nello Stato ci sono 1,8 milioni di immigrati senza documenti. Se fossero tutti rimossi, il salario medio di chi vi risiedeva prima del loro arrivo diminuirebbe di circa 970 dollari».
I dati raccolti in un rapporto dei democratici al Congresso (dicembre 2024) confermano quanto sostiene Hassan: per ogni mezzo milione di espulsi anche 44mila americani perdono il lavoro. Gli immigrati – legali e no – creano occupazione, non la rubano. Ma soprattutto hanno una capacità di spesa di circa 1,6 trilioni all’anno. Rimuoverli dall’equazione potrebbe far crollare il Pil fino al 7,4 per cento entro il 2028 e far impennare i prezzi del 9,1 per cento.
Uno schiaffo alle idee preconcette del mondo Maga, che si somma a un’altra convinzione infondata: immigrazione uguale aumento della criminalità. Tra il 2022 e il 2024, meno del 22 per cento dei fermati dall’Ice aveva precedenti penali. A cadere è altresì il mito della sostituibilità. Lo dimostra il periodo post-pandemia: 12 milioni di posti restavano vacanti nonostante milioni di persone in età lavorativa risultassero inattive. Ma c’è un altro dato che chi vota per Trump preferisce ignorare: anche gli illegali pagano le tasse, tanto che nel 2022 hanno versato 100 miliardi di dollari. Con un paradosso: contribuiscono alla previdenza e alla sanità per gli anziani, ma non ne avranno mai diritto. Chi ha lavorato con documenti falsi è un fantasma.
«Solo immigrati legali!», ripete la Casa Bianca. Ma nei fatti, la stretta di Trump colpisce in parte pure loro. Dall’inizio del secondo mandato, il presidente ha firmato ordini esecutivi che hanno sospeso le procedure di richiesta d’asilo e smantellato i programmi umanitari per rifugiati da Cuba, Haiti, Nicaragua e Venezuela. Espulsioni accelerate, senza udienze. Poi è toccato agli studenti internazionali: ambasciate e consolati hanno bloccato i colloqui per i visti. Il primo caso fu quello di Harvard, ufficialmente per “motivi di sicurezza nazionale”. Oggi la misura è generale e si inscrive in una più ampia campagna di restrizioni, con divieti all’ingresso. Le università denunciano danni economici enormi.
In materia di immigrazione, il partito repubblicano è cambiato molto: «Già dal tempo di Ronald Reagan o del presidente George W. Bush – ragiona con noi Nicholas Eberstadt, economista del think tank conservatore American Enterprise Institute – In passato il Gop era più strettamente associato al mondo degli affari rispetto a quanto lo sia oggi con le sue inclinazioni populiste. C’era maggiore interesse alla possibilità di dare occupazione a persone la cui documentazione potesse essere non del tutto in regola. Nessuno invitava a infrangere la legge, si chiudeva un occhio». L’esperto indica tra le motivazioni di questo cambiamento non solo il ritorno di Trump alla Casa Bianca, ma anche «lo shock che gli elettori hanno vissuto sotto l’amministrazione Biden con un esperimento di confini quasi aperti, con l’afflusso incontrollato in aree metropolitane come New York City e Chicago».
Tra gli economisti c’è la consapevolezza di un sistema gravemente compromesso. Per Dean Baker, l’unica strada per riformare una legislazione obsoleta è quella di ritornare alla bozza bipartisan del 2006 sotto l’amministrazione Bush che non divenne mai legge per il disaccordo tra le Camere. «Abbiamo bisogno di permettere a chi è qui da tempo di intraprendere un percorso verso la cittadinanza; dobbiamo capire quanti ingressi vogliamo consentire su base continuativa; e serve una verifica, in modo che, se arrivi qui senza autorizzazione, ti sarà molto difficile essere assunto». Alla fattibilità di un progetto concreto in questo contesto politico non crede Nicholas Eberstadt. «Il Congresso sembra troppo debole per fare il suo lavoro». Il punto, riflette, è che le politiche migratorie, piuttosto che essere stabilite da leggi federali, vengono dettate dagli ordini esecutivi del presidente. «Si oscilla dalle preferenze di Obama, a quelle di Trump, di Biden, fino a tornare a quelle di Trump. Non c’è stabilità. Il nostro sistema congressuale è pensato per favorire il compromesso, ma nell’ambito dell’immigrazione non accade da quarant’anni». E conclude: «La mia speranza è avere confini sicuri. Ma vorrei anche vedere più immigrazione legale, perché è positiva per il Paese e l’economia, buona per la società».