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8 gennaio, 2026Human Rights Watch accusa Londra di aver limitato il diritto di manifestare con misure sempre più restrittive contro le mobilitazioni per Gaza. Più di 1.600 arresti preventivi e le leggi speciali metterebbero a rischio le "certezze legali" del Paese, mentre nelle carceri prosegue una protesta estrema
Diritto di protesta “gravemente limitato”, misure repressive che “erodono gli obblighi democratici” e la minaccia di un nuovo ordine nazionale “senza certezze legali”. Dopo i primi ammonimenti del Consiglio d’Europa, questa volta è Human Rights Watch (Hrw) a pungere il governo britannico e le ultime strette del premier Keir Starmer sulle manifestazioni a sostegno della Palestina.
Nel rapporto intitolato “Silencing the Streets”, l’Ong americana - impegnata nella difesa dei diritti umani - prende di mira le norme restrittive dell’esecutivo laburista. Che invece di allentare le leggi sul diritto di contestazione - come richiesto dalla Commissione per i Diritti Umani del Parlamento britannico nel 2022 - le ha serrate. E così negli ultimi due anni anche azioni "non violente" hanno portato manifestanti ad essere "sempre più spesso arrestati, accusati e in alcuni casi condannati”, si legge nel rapporto.
legge antiterrorismo
È accaduto anche a Greta Thunberg, finita in manette a Londra lo scorso 23 dicembre. L’attivista svedese era rea di aver violato “la legge antiterrorismo del Regno Unito”, come spiegato da un portavoce del gruppo Defend our juries, che ha riportato le ragioni fornite dalla polizia locale. Il motivo? Il supporto agli attivisti incarcerati del gruppo Palestine action, considerato illegale oltremanica dopo alcuni atti di disobbedienza civile. Diversi esperti delle Nazioni Unite hanno però sottolineato come i reati commessi non rientrerebbero tra quelli che violano il Terrorism Act del 2000 - la legislazione antiterrorismo del Regno Unito -, ma andrebbero considerati crimini e infrazioni ordinarie.
Insieme a Thunberg, più di 1.600 attivisti sono stati arrestati dopo la stretta laburista. Tanti di loro, riferisce Hrw, avrebbero “semplicemente esibito cartelli con scritto ‘Mi oppongo al genocidio e supporto Palestine Action’”, come fatto dalla stessa ambientalista 22enne durante un sit-in.
sciopero della fame
L’allarme lanciato dall’Ong riguarda anche le condizioni di chi si trova in stato di reclusione. Quattro militanti sono in sciopero della fame da più di 60 giorni. Una di loro, Heba Muraisi, avrebbe “spasmi muscolari e difficoltà a respirare”, mentre Kamran Ahmed starebbe “progressivamente perdendo l’udito” - è la versione del Guardian. Il ministro di Stato per le prigioni Lord Timpson sostiene che il governo sia “avvezzo ad affrontare i digiuni di protesta, ne vediamo più di 200 ogni anno e li trattiamo con cura”. Finora però si tratta del più lungo sciopero della fame nelle carceri britanniche dal 1981: alcuni membri di Palestine Action hanno persino superato il primato del nordirlandese Bobby Sands. All'epoca lui e altri nove compagni morirono di stenti dopo il rifiuto di Margaret Thatcher di riconoscere il loro status di prigioniero politico. All’epoca il digiuno di Sands durò 66 giorni, ad oggi - 8 gennaio - Muraisi è a quota 67.
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