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16 marzo, 2026I dissidenti in esilio negli Stati Uniti Roozbeh Farahanipour e Alireza Jafarzadeh auspicano un cambiamento guidato dall’interno. Per evitare il rischio di un nuovo Iraq
Roozbeh Farahanipour ricorda come fosse ieri quella mattina. Nel 1979 è un bimbetto di sette anni e sua madre lo sta accompagnando alla Don Bosco, la scuola cattolica italiana di Teheran. Si sta consumando la Rivoluzione e la radio trasmette i nomi dei giustiziati della notte. Tra loro c’è anche suo zio. La macchina frena di colpo e fa inversione, si torna a rifugiarsi a casa. Qualche mese dopo, i Guardiani attaccano l’istituto. Arrestano il preside e alcuni sacerdoti, altri li ammazzano. È tra quei banchi che nasce il suo odio per la Repubblica Islamica. Da quel momento non smette più di combatterla. Negli anni Novanta diventa uno dei leader del movimento studentesco contro il regime. «L’istante più luminoso della mia vita è stato il 13 luglio 1999 – ricorda a L’Espresso – quando Ali Khamenei apparve in tv e pianse sopraffatto da tutto quello che stavamo facendo con il movimento». Il giorno dopo, la ritorsione. «Piombarono a casa, sfondarono la porta e mi arrestarono. Fui condannato a morte, ma riuscii a fuggire».
Oggi ha la cittadinanza americana e vive a Los Angeles, in un’area soprannominata “Tehrangeles”, casa della più grande comunità iraniana al mondo fuori della madrepatria. Ha aperto una serie di ristoranti, ma è ancora impegnato a sostenere la lotta. Come milioni di iraniani dentro e fuori il Paese, Farahanipour si interroga su cosa verrà dopo i missili americani e israeliani. Le emozioni si accavallano, si mescolano, si scontrano. C’è chi ha accolto gli attacchi del 28 febbraio e l’uccisione della Guida Suprema Khamenei come l’unica via percorribile, dopo anni di repressione e le ultime proteste di dicembre e gennaio scorsi soffocate nel sangue. E c’è chi non accetta l’idea di altri morti iraniani, di una transizione dettata da Washington, di bombe straniere che distruggono la nazione.
Donald Trump auspica uno schema simile a quello venezuelano: lasciare in piedi l’impalcatura rimpiazzando le posizioni apicali con personaggi malleabili. Ma l’Assemblea degli Esperti ha già indicato la nuova Guida. Sarà Mojtaba Khamenei, figlio del defunto ayatollah. Uno sberleffo al presidente Usa che aveva bocciato e definito il rampollo “un peso leggero”.
«Il regime è nel momento più debole della sua storia, non ha le risorse per combattere su tutti i fronti. Mentre il popolo iraniano, dopo il massacro di quarantamila vittime, è pieno di rabbia. Credo che questo sia l’attimo migliore per gli Stati Uniti per dichiarare vittoria e abbandonare la regione, lasciando che il popolo finisca il lavoro», ragiona Farahanipour. «Ma se la guerra continua e i civili cominciano a morire, il sentimento della popolazione potrebbe cambiare».
Lo spettro che aleggia è il rischio di un nuovo Iraq, di un altro Afghanistan. Di un vuoto di potere che nessuno sa come riempire. «Abbiamo già visto cosa succede (quando gli Stati Uniti intervengono direttamente). Se proviamo la stessa strategia ancora una volta, probabilmente avremo lo stesso risultato o anche peggiore», avverte.
È dello stesso avviso Alireza Jafarzadeh, vicedirettore dell’ufficio statunitense del National council of resistance of Iran (Ncri), la principale coalizione d’opposizione in esilio, guidata da Maryam Rajavi, che porta avanti la causa di una repubblica democratica, laica e priva di armi nucleari.
«Nessuno vuole una guerra infinita – ci dice quando lo raggiungiamo – per evitarla bisogna fare affidamento sulla resistenza interna, su coloro che combattono il regime da quarant’anni e hanno la fiducia della popolazione».
In questo scenario, c’è una forza che Jafarzadeh e il Ncri considerano decisiva: le donne. «La nostra leader ha coinvolto un’intera generazione nella lotta. Negli ultimi trent’anni molti dei principali comandanti sono state donne. Storicamente le iraniane sono state pesantemente oppresse, sia sotto lo Shah sia sotto i mullah. Crediamo che per rovesciare il regime sia necessario averle al comando».
Nessuna fiducia in Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Scià deposto dalla Rivoluzione nel ‘79, che da decenni vive in esilio negli Stati Uniti e si propone come figura di transizione. «Non ha alcun legame reale con l’Iran se non quello di essere erede di un dittatore che torturò dissidenti e intellettuali; molte persone a me vicine finirono nelle sue prigioni. Il figlio non ha mai costruito nulla, mai avuto un lavoro. Vive del denaro che la famiglia portò fuori dall’Iran. Ora appare improvvisamente dicendo di voler guidare il Paese. Non si rovescia un regime facendo interviste», dice tagliente. «L’Iran ha 93 milioni di abitanti e 31 province. Tra il 35 e il 40% della popolazione appartiene a minoranze nazionali, curdi, azeri, beluci e altri, e molte di queste comunità sono contrarie al ritorno della monarchia. La sua presenza nella scena politica iraniana è divisiva, impedirebbe l’unità».
Ma c’è un altro tema che preme a Jafarzadeh, autore del libro “The Iran Threat”, ed è la questione del programma nucleare iraniano. Nel 2002 fu lui a rivelare l’esistenza dei siti di Natanz e Arak, strutture che Teheran aveva tenuto nascoste alla comunità internazionale. Quelle rivelazioni portarono a indagini dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) e contribuirono a dimostrare che l’apparato aveva dimensioni molto più avanzate di quanto dichiarato ufficialmente dal governo. «Il programma nucleare è sempre stato finalizzato alla costruzione della bomba, non alla produzione di energia – afferma – In quasi tre decenni il regime ha sviluppato un programma estremamente complesso e sofisticato. Si stima che sia costato circa due trilioni di dollari, una cifra superiore all’intero reddito petrolifero dell’Iran dal ‘79. Anche se alcuni siti sono stati colpiti e gravemente danneggiati, il regime cercherà di ricostruirlo». E denuncia: «Per decenni abbiamo messo in guardia su nucleare, terrorismo, guerre per procura e uccisioni dei propri cittadini. Ma in Occidente, sia negli Stati Uniti sia in Europa, ha prevalso la politica della riappacificazione. Concessioni su concessioni, denaro, legittimità. Al contempo il popolo iraniano e l’opposizione organizzata venivano ignorati».
E mentre il conflitto ha trascinato nel caos un’intera regione, c’è fermento al confine tra Iran e Iraq. Le milizie curde, supportate dalla Cia, sembrano prepararsi a diventare il braccio armato di quella sollevazione popolare che Trump auspica. Una prospettiva che rimette al centro il nodo delle minoranze etniche iraniane e del ruolo che potrebbero giocare nel futuro del Paese.
È osservando questo scenario che, dal suo ufficio di Pennsylvania Avenue, a due passi dalla Casa Bianca, Alireza Jafarzadeh si augura che questa sia davvero la volta buona per un cambiamento. Anche sulla sua testa pende una sentenza di morte. Nel 2018 il regime inviò due agenti negli Stati Uniti per ucciderlo. I sicari furono poi arrestati dall’Fbi.
«Sogno di tornare un giorno in un Iran libero. Mi piacerebbe andare in Piazza della Libertà, a Teheran, e celebrare la fine della dittatura. Poi vorrei visitare il cimitero di Khavaran, dove sono sepolti molti prigionieri politici uccisi negli anni Ottanta, tra cui anche miei amici». Ma soprattutto desidera rivedere Mashhad a Nord-Est, dove è nato. «Spero di poter contribuire alla ricostruzione. Sono un ingegnere, mi impegnerei a sviluppare soprattutto i villaggi più poveri. Mi piacerebbe guardare negli occhi i bambini che hanno perso i genitori e i loro cari. Vorrei vederli sorridere, guardare al futuro».


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