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12 gennaio, 2026Ziobro ha accettato l'offerta di Budapest dopo la revoca della sua immunità: è accusato di 26 reati. Per il governo polacco è stata "una fuga da codardi"
Nel salotto dei sovrani c’è sempre spazio sui troni. Soprattutto se il palazzo appartiene ai vicini di casa. Tra Varsavia e Budapest ci passano poco più di 800 chilometri e la sola Slovacchia di mezzo, ma persino l’ex ministro della Giustizia polacco ha trovato nell’Ungheria il suo porto sicuro.
Si tratta di Zbigniew Ziobro, per otto anni (2015-2023) volto dei governi nazionalisti targati Szydło-Morawiecki, poi coinvolto in diversi casi giudiziari. Su di lui pendono 26 accuse, tra cui abuso di potere, gestione illecita di fondi pubblici e la guida di un gruppo criminale. Costretto alla fuga dalla Polonia, ora il premier ungherese Viktor Orbán gli ha aperto le porte e offerto asilo politico. Lo stesso era già accaduto nel 2024 con l'ultimo viceministro di quel governo, Marcin Romanowski, per cui era stato emesso un mandato d'arresto europeo.
Chi è Ziobro
Ziobro è uno degli uomini simbolo della stagione in cui il partito Diritto e Giustizia (PiS) - alleato di Fratelli d'Italia in Europa - ha portato la Polonia allo scontro con Bruxelles sulla riforma della giustizia, accusata di aver messo i tribunali sotto controllo politico. Dopo la sconfitta elettorale del PiS nel 2023 e l’arrivo al governo di una coalizione guidata da Donald Tusk, Varsavia ha avviato una resa dei conti sulle presunte irregolarità degli anni precedenti. Il nome di Ziobro è diventato centrale nelle indagini: i magistrati lo accusano di aver usato il Fondo per la giustizia - creato per assistere le vittime di reato - come cassa politica per finanziare organizzazioni vicine al suo partito e per l’acquisto del software di spionaggio Pegasus, impiegato contro avversari interni.
La sua immunità è durata fino a novembre. Una volta revocata dal Parlamento, i pubblici ministeri ne hanno chiesto l’arresto temporaneo. A dicembre gli sono stati invalidati i passaporti per impedirgli di lasciare il Paese, ma Ziobro è riuscito comunque a raggiungere Budapest. Lunedì ha annunciato su X di aver accettato l’asilo ungherese perché, a suo dire, la Polonia sarebbe diventata una “cripto-dittatura” sotto Donald Tusk, accusato di condurre una “vendetta personale” contro di lui. La sua difesa sostiene che non avrebbe un processo equo in patria.
Il sistema Ziobro e la mano di Orbán
Il quadro tracciato dalla procura, però, è molto diverso. Secondo gli atti consultati dall’emittente Tvn24, i 26 capi d’imputazione ruoterebbero attorno a un presunto sistema organizzato dentro il ministero della Giustizia per pilotare bandi, favorire fondazioni vicine al PiS e deviare decine di milioni di zloty verso soggetti politicamente allineati. Tra i beneficiari spuntano fondazioni legate al mondo cattolico conservatore e a figure di primo piano della destra polacca. Un ex alto funzionario del ministero ha accettato di collaborare con gli inquirenti e fornito documenti, email e registrazioni che ricostruirebbero il meccanismo.
Per Orbán la scelta di concedere l’asilo non è solo giuridica, ma politica. Budapest e Varsavia sono state per anni alleate nel braccio di ferro con l’Unione europea sullo stato di diritto. Ziobro era tra gli architetti di quelle riforme giudiziarie che hanno portato Bruxelles a congelare miliardi di fondi europei e ad aprire procedure per quello che gli esperti hanno definito un “legal Polexit”. Nella sua carriera da ministro, aveva più volte dichiarato che la Polonia non avrebbe dovuto restare nell’Ue “a qualsiasi costo”.
Ora il caso rischia di trasformarsi in un nuovo fronte di tensione tra Varsavia e Budapest. Il governo polacco ha definito l’asilo concesso a Ziobro una “fuga da codardi” e ha ribadito che le indagini continueranno. L’Ungheria, dal canto suo, sostiene di proteggere persone vittime di “persecuzione politica”. Nel mezzo resta una figura che per anni ha plasmato il sistema giudiziario polacco - è la ricostruzione del Guardian - e che oggi, non lontano dal confine, guarda il suo Paese da esule. Sempre comodo sul trono dei sovranisti.
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