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12 gennaio, 2026La fine del regime sarà possibile solo con la sollevazione dei militari. L’ingerenza esterna rafforza il nazionalismo, sostiene il docente della Columbia Hamid Dabashi
Da domenica 28 dicembre, il bazar di Teheran è diventato il punto di partenza di una nuova ondata di proteste, le più imponenti dal 2022 in Iran. Ma, avverte Hamid Dabashi, professore di studi iraniani alla Columbia University «il regime iraniano non può essere riformato. La soluzione che gli iraniani troveranno è affare loro. L'America che aiuta gli iraniani sarebbe il bacio della morte».
Come nelle ondate precedenti, il dissenso ha rapidamente superato i confini della capitale dell’Iran e si è propagato in oltre novanta città, coinvolgendo sindacati, studenti universitari e pensionati. Tutti uniti dalla frustrazione per la drammatica situazione economica che attanaglia il Paese. La scintilla è stata innescata dal collasso della valuta nazionale, con una perdita di valore superiore al 56 per cento in appena sei mesi. L’inflazione è fuori controllo e i prezzi dei generi alimentari risultano in media più alti del 72 per cento rispetto all’anno precedente. L’attuale salario minimo mensile, di circa 104 milioni di rial, non basta a pagare un mese di affitto. Le iniziali rivendicazioni socioeconomiche si sono ben presto trasformate in una contestazione politica più ampia contro la Repubblica Islamica e il sistema di potere su cui si fonda, soprattutto nelle regioni emarginate, tra cui le aree a maggioranza curda, turkmena e araba. Nelle regioni a predominanza di lingua persiana, con i più alti livelli di rappresentanza all'interno dell'élite politica e un maggiore accesso alle risorse socioeconomiche, sono stati invece scanditi slogan a sostegno della monarchia Pahlavi, scalzata nel 1979. Difficile dire se la protesta rientrerà. Nel 2019, un aumento del prezzo del carburante scatenò rivolte violente nei distretti che ospitano infrastrutture petrolifere e del gas. Nel 2022, invece, l’uccisione di Mahsa Amini provocò la sollevazione delle donne che si tolsero pubblicamente il velo intonando lo slogan “Jin, Jiyan, Azadi” — “Donna, Vita, Libertà”.
«L’attuale sollevazione popolare – analizza Dabashi – è un insieme di segnali diversi. Le cause principali sono due: da un lato il peso delle sanzioni internazionali, frutto di una lunga e sistematica pressione economica esercitata dagli Stati Uniti, dall’Europa e dalle Nazioni Unite; dall’altro una cattiva gestione dell’economia da parte delle stesse autorità iraniane. Le spese militari in teatri come il Libano, la Palestina, la Siria o lo Yemen gravano in modo sproporzionato sul bilancio dello Stato».
Il presidente riformista Masoud Pezeshkian ha incontrato i rappresentanti di alcune corporazioni e i sindacati, promettendo di migliorare la situazione economica. Il primo passo è stato la sostituzione di Mohammad Reza Farzin, governatore della Banca Centrale nominato dall’ex presidente ultraconservatore Ebrahim Raisi, con Abdolnasser Hemmati, economista di orientamento riformista ed ex ministro delle Finanze. Secondo molti osservatori, tuttavia, è difficile che il nuovo governatore possa incidere realmente. Il problema principale resta infatti il peso delle sanzioni internazionali, che lasciano alle autorità iraniane margini di manovra estremamente limitati e che finiscono per rafforzare le frange più radicali e conservatrici del sistema legate ai Pasdaran, le quali sfruttano la situazione per arricchirsi e consolidare il proprio potere economico e politico.
Nonostante le iniziali aperture verso i manifestanti, la repressione delle forze di sicurezza iraniane è diventata sempre più violenta. Il presidente Pezeshkian, che non ha controllo diretto sulle forze di sicurezza si trova di fronte a una situazione complessa. In diverse città le autorità hanno sparato sui manifestanti. Dopo l’arresto illegale del presidente venezuelano Nicolás Maduro, il presidente americano Trump ha minacciato a più riprese un intervento militare, mentre Netanyahu e i suoi ministri spingono da tempo verso un regime change favorevole agli interessi di Tel Aviv.
Secondo Dabashi, la Repubblica Islamica oggi si trova in una fase di autoconservazione. «Si comporta come un istrice: quando percepisce un pericolo, risponde con una linea più dura, facendo della propria sopravvivenza l’obiettivo principale. Allo stesso tempo, la stragrande maggioranza degli iraniani, pur essendo stanca di un sistema impossibile da riformare, si dichiara contraria a qualsiasi forma di intervento straniero. Durante la guerra dei 12 giorni scatenata da Israele si è potuta osservare una manifestazione di nazionalismo iraniano che non aveva nulla a che fare con il sostegno al regime».
Per Dabashi lo scenario più plausibile, in caso di caduta del regime, sarebbe quello di una giunta militare guidata dai Pasdaran. «La vera domanda è se riusciranno a organizzare un colpo di stato militare, rovesciando del tutto la facciata del clero. Se ci riusciranno, lo scenario iraniano potrebbe assomigliare a quello del Pakistan o dell’Egitto, dove una giunta militare controlla di fatto il Paese. Ad ogni modo, ciò che salverà l’Iran non saranno né gli Stati Uniti né Trump, ma un cambiamento profondo nel carattere della sua politica».
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