Mondo
12 gennaio, 2026La repressione delle manifestazioni si intensifica mentre il blackout informativo e il blocco di internet oscurano i numeri reali. Sullo sfondo, Washington alza la pressione e il figlio dell'ultimo scià prova a capitalizzare la crisi dall'esilio
In Iran lo scontro tra popolazione e regime è entrato in una fase di aperta rivolta, accompagnata da una repressione sempre più violenta. Una sete di rivoluzione che deve fare i conti con i metodi sanguinari delle autorità. Secondo la Human Rights Activists News Agency (Hrana), agenzia di stampa con sede all’estero - considerata affidabile a livello locale -, i morti sarebbero almeno 544, mentre gli arresti avrebbero superato quota 10mila. Ma circolano stime ancora maggiori, con almeno 580 decessi da accertare. Il blocco quasi totale di internet, imposto dall’ayatollah Ali Khamenei, rende difficile una ricostruzione indipendente. Chi l’ha aggirato è riuscito a diffondere video che mostrano sparatorie contro la folla e corpi ammassati sulle strade.
“È come una zona di guerra, le strade sono piene di sangue. Stanno portando via i cadaveri sui camion”, ha raccontato un testimone da Teheran a Bbc Persian. La stessa tensione tra protestanti e repressori si trascina in altre parti del Paese. In un video verificato dal New York Times, a Zahedan (nell'Est) uomini delle forze di sicurezza sparano contro i manifestanti. A Mashhad, immagini diffuse sui social mostrano agenti posizionati su un ponte pedonale che aprono il fuoco contro persone in cerca di riparo lungo la carreggiata. Negli ospedali, secondo le testimonianze raccolte dalle Ong, l’afflusso di feriti e cadaveri ha messo sotto pressione strutture già provate da settimane di scontri.
squilli da washington
Sul piano politico, Teheran continua a muoversi tra fermezza e spiragli di aperture strategiche. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha dichiarato che l’Iran è “pronto alla guerra” così come “al dialogo”, ma sostiene che le proteste sarebbero diventate violente per offrire agli Stati Uniti un pretesto di intervento. Non è tardata la replica da Washington. Il presidente Donald Trump afferma che l’Iran avrebbe “superato la linea rossa” e che sono al vaglio “opzioni molto forti”, comprese ipotesi militari. In un messaggio sul social Truth ha scritto che “l’Iran vuole la libertà come forse mai prima d’ora” e che gli “Stati Uniti sono pronti a dare il proprio aiuto” per ottenerla.
il figlio dello scià
Uno scenario che vedrebbe la partecipazione e, secondo molti analisti, anche il diretto insediamento dell'esiliato Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià di Persia ed esponente dell’opposizione. In un’intervista a Fox News ha detto che i manifestanti si sentono “incoraggiati” dalle parole di Trump e ha sollecitato un sostegno diretto degli Stati Uniti contro la Repubblica islamica. Pahlavi, figura divisiva tra gli oppositori del regime, ha invitato le forze di sicurezza e i funzionari statali iraniani a schierarsi con la piazza, mentre in diverse città sono comparsi slogan e graffiti in suo favore. Tra le strade in tanti accompagnano alle bandiere dell'Iran anche quelle di Israele.
Più controllati i toni da Bruxelles: la presidente della Commissione europea Ursula von Der Leyen ribadisce su X che “l’Europa è al fianco del popolo iraniano nella sua legittima lotta per la libertà”.
Nel frattempo, il numero delle vittime continua a salire in un contesto in cui la verifica dei fatti è sempre più difficile. Secondo Hrana, quasi 500 dei morti sarebbero manifestanti, mentre una parte più ridotta appartiene alle forze di sicurezza. Un altro osservatorio, Iran Human Rights, con sede in Norvegia, fornisce cifre più basse ma conferma una repressione su larga scala. Le autorità iraniane non hanno diffuso dati ufficiali e attribuiscono le violenze a “elementi armati al servizio dei nemici del Paese”, mentre accusano Stati Uniti e Israele di fomentare i disordini.
Le proteste, iniziate a fine dicembre dopo il crollo della valuta (il rial) e l’aumento dei prezzi, si sono estese con rapidità a decine di città in tutte le province iraniane. In un attimo la contestazione ha messo nel mirino il potere della guida suprema Khamenei. Gli slogan contro il regime e le richieste di cambiamento politico si sono affiancati alle rivendicazioni economiche. La risposta dello Stato ha seguito uno schema già visto in passato: arresti di massa, uso di munizioni vere e oscuramento delle comunicazioni.
Con il blackout della rete che supera ormai le 80 ore, la crisi iraniana resta sospesa tra piazze ancora attive e un confronto sempre più teso con l’esterno. Come Bruxelles e soprattutto Washington, dove l’allerta è ormai estrema.
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