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19 gennaio, 2026Il numero di nascite per mille persone è sceso a 5,63, aggiornando il record negativo di 6,39 del 2023. Intanto il governo promuove il modelle di famiglia tradizionale e tassa al 13% i contraccettivi
L’andamento demografico cinese continua la sua lunga inversione di marcia. Secondo i dati dell’ultimo rapporto dell'Ufficio nazionale di statistica, il tasso di natalità registrato nel 2025 è il più basso della storia della Repubblica popolare. Il numero di nascite per mille persone è sceso a 5,63, aggiornando il record negativo di 6,39 del 2023. Sempre più decessi rispetto ai nuovi nati, con i 7,92 milioni di neonati (nel 2024 erano 9,54 milioni), superati dagli 11,31 milioni di morti. Una forbice che ha fatto scendere la popolazione di 3,39 milioni. Gli esperti delle Nazioni Unite prevedono che il numero di cittadini cinesi si ridurrà di 109 milioni entro il 2050.
Le contromisure del governo cinese
È dal 2016 - il primo anno in cui le nascite hanno iniziato a diminuire - che il governo sta tentando di arginare il fenomeno. Nel 2023 - anno in cui l’India ha strappato alla Cina il titolo di Paese più popoloso al mondo - l’agenzia britannica Reuters forniva alcune motivazioni economiche del fenomeno: “Nel Paese si è indebolita la voglia di fare figli, la disoccupazione giovanile ha raggiunto livelli record, i salari di molti impiegati sono diminuiti e la crisi nel settore immobiliare, dove sono investiti più di due terzi della ricchezza delle famiglie, si è acuita”. Un quadro che non sembra essere cambiato e che ha spinto Pechino ad adottare alcune misure per invertire la rotta.
Prima fra tutte, l'introduzione di una tassa sui contraccettivi. Da gennaio 2026 è stata posta un’iva del 13% su preservativi e farmaci come pillole anticoncezionali, prodotti che dal 1993 erano venduti esentasse. La notizia ha avuto risonanza soprattutto sui social - con commenti spesso ironici da parte degli utenti - ma gli esperti temono che la misura possa causare l’aumento delle malattie sessualmente trasmissibili.
È dal 2021 che il governo tenta di promuovere quella che definisce “la nuova cultura del matrimonio e della maternità”, che incoraggia la formazione di famiglie tradizionali. Da un lato, Pechino ha introdotto sussidi economici destinati ai neo genitori, ha ampliato i servizi di assistenza all’infanzia ed esteso i congedi di maternità e paternità.
Ma ci sono anche misure che non riguardano il miglioramento del welfare, come le campagne per limitare il numero degli aborti, che il governo classifica come “trattamenti non essenziali”. Inoltre, nei media e nelle scuole i modelli famigliari tradizionali sono i più diffusi e e giovani sono incoraggiati a sposarsi “in età adeguata”.
Gli effetti della one-child policy
Eppure, appena dieci anni fa, la politica cinese in fatto di nascite era esattamente opposta a quella contemporanea. La one-child policy fu uno degli esperimenti sociali e demografici più importanti degli ultimi decenni. Fino al 2016, infatti, a ogni famiglia cinese era permesso di aver solo un figlio. “Uno è meglio, al massimo due, con una distanza di tre anni tra loro”, diceva uno slogan diffuso dal partito comunista nel 1978, anticipando quella che nel 1980 sarebbe diventata una legge di Stato che aveva l’obiettivo di contenere il sovrappopolamento delle aree più urbanizzate. Durante la sua attuazione, la norma ha avuto come conseguenza fenomeni come aborti illegali, abbandoni e bambini cresciuti senza essere registrati, mentre i primogeniti cinesi nati nella stessa epoca si guadagnavano il soprannome di “piccoli imperatori”, coccolati come figli unici da famiglie residenti in un Paese il cui Pil cresceva del 10% all’anno. Oggi, con un aumento annuo del 5%, il più basso negli ultimi vent’anni e quasi il 16% della popolazione che supera i 65 anni di età, la Cina sta ancora pagando il prezzo di una legge messa da parte un decennio fa.
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