Mondo
19 gennaio, 2026La rivolta popolare ha saldato l’insofferenza per la crisi economica alle aspettative di libertà dall’oppressione teocratica. Mentre la repressione semina morte per le strade, Trump valuta un intervento guidato esclusivamente da un calcolo di interesse. Con il rischio di moltiplicare il caos
Il regime, adesso, ha paura di crollare. Gli ayatollah sanno che questa protesta non è come le altre. Ci sono già passati. Con la “Rivoluzione Verde” durante le controverse elezioni presidenziali del 2009, con le ondate di gravi disordini del 2019 e del 2022. Sanno che è diverso, che rischiano di implodere, di soccombere sotto il peso di una rivolta generale che potrebbe spazzarli via. È presto per fare qualsiasi pronostico. Ci sono segnali di cedimento, richieste di trattative con gli Usa, di ripresa dei negoziati per evitare un intervento armato straniero. Ma la reazione durissima degli apparati repressivi, con migliaia di morti per le strade colpiti dai proiettili delle Guardie della Rivoluzione, è il sintomo di una debolezza che l’Iran non avvertiva da quasi mezzo secolo, dai tempi in cui questo Paese di 90 milioni di persone si ribellò a uno scià, feroce e accecato dal suo potere di monarca assoluto, per aprire la strada alla guida suprema Rohullah Khomeini e avviare la lunga stagione di una repubblica teocratica sciita.
L’Iran è immerso nell’oscurità. Dopo 15 giorni di manifestazioni sempre più massicce, al momento in cui scriviamo, filtrano pochissime immagini che restano comunque eloquenti su quanto sta accadendo. Il blocco totale di internet non impedisce di mostrare al mondo le scene raccapriccianti filtrate grazie alla rete satellitare Starlink. Si vedono decine di migliaia, forse centinaia di migliaia di uomini e di donne che riempiono le strade e le piazze di città e piccoli centri. Le valutazioni dei gruppi per i diritti umani affermano che le forze di sicurezza hanno compiuto autentiche stragi. Nei video postati sul web si osservano i pasdaran che avanzano con i fucili a pompa, sparano proiettili veri e non più di gomma. Le ondate umane che lanciano sassi, qualche bottiglia incendiaria ma poi indietreggiano; e tornano a radunarsi, alzano le mani, sollevano i cellulari, illuminano con le torce, come fossero lucciole, l’oscurità della notte. Quindi intonano le canzoni e gli inni nazionali, che rimbombano tra i colonnati delle piazzette, lungo le grandi arterie di Teheran, di Mashhad, Isfahan, Shiraz, Tabriz, Rasht, Kerman.
Almeno cento città sono in rivolta. Diecimila gli arrestati. Forse fino a mille uccisi. Difficile fissare cifre attendibili. Si immortalano le scene di dolore e di angoscia davanti agli ospedali dove madri e padri cercano disperatamente i propri figli, aprendo e coprendo in modo trepidante i sacchi neri che avvolgono i corpi delle vittime. Qualcuno scopre il volto dei propri cari, urla e piange. Altri non trovano tracce di chi stanno cercando e tirano un sospiro di sollievo con il cuore che batte forte nella speranza che forse lo troveranno altrove. Le autorità cercano di rassicurare la popolazione. Puntano il dito sugli Usa e su Israele come protagonisti di questa inarrestabile ondata di protesta.
Mobilitati dal 28 dicembre scorso, spinti dall’improvviso crollo del valore della valuta iraniana, i commercianti si sono visti presto affiancare dagli studenti e dalla media borghesia colpiti da un aumento del costo della vita non più sopportabile. Le richieste si sono rapidamente estese fino a chiedere la fine del regime autoritario e clericale in vigore del 1979. Accadde anche in passato, con la caduta dello scià. Ma il contesto internazionale è cambiato e questo ha modificato anche le condizioni geopolitiche in cui si muove l’Iran. La storia è ricca di esempi di regimi repressivi travolti dai disordini interni dopo pesanti sconfitte militari. Tuttavia, nessuna rivolta ha una sola causa. Teheran ha pagato una serie di svalutazioni monetarie, il calo dei prezzi petroliferi e la decisione della Guida Suprema Alì Khamenei, 86 anni, di continuare a fare gli stessi affari di sempre nonostante le pressioni che lo invitavano al cambiamento dopo la “guerra dei 12 giorni” avviata da Israele. Il regime degli ayatollah non ha modificato la sua politica estera né ha cercato un accordo con Trump sul programma nucleare. La Ue ha ripristinato nel settembre scorso le sanzioni revocate nel 2016 applicando lo “snapback”, il meccanismo previsto in caso di violazione degli accordi del Jcpoa, quelli firmati nel 2015. Una decisione che ha fatto infuriare il regime iraniano e interrotto ogni rapporto a livello internazionale.
Il governo teocratico è stato plasmato dalla sanguinosa guerra durata otto anni contro l’Iraq di Saddam Hussein. Esisteva un patto sociale che puntava a superare quel trauma: gli iraniani avrebbero sopportato difficoltà e restrizioni in cambio di uno Stato forte che li avrebbe protetti dagli attacchi stranieri. L’attacco del 7 ottobre di Hamas contro Israele e la spaventosa rappresaglia che ne è seguita, non solo su Gaza ma sul Libano, ha rotto quel patto in modo quasi traumatico. Lo Stato ebraico, sostenuto dagli Usa, si è scagliato anche sull’Iran. I bombardamenti hanno distrutto gran parte della leadership militare e inferto un duro colpo al programma nucleare. Si è trattata di un’umiliazione per un regime che aveva investito una montagna di risorse su una rete di protezione studiata proprio per scoraggiare una simile aggressione.
Donald Trump ha minacciato di intervenire se i Guardiani della Rivoluzione avessero iniziato a sparare e a uccidere i dimostranti. Ma non ha ancora deciso come e quando. La Cia ha messo a punto vari scenari, compreso quello di uccidere la Guida Suprema. Ma l’Iran non è il Venezuela e Alì Khamenei non è Nicolás Maduro. Ci sono anche esigenze militari: la maggioranza della flotta Usa è tuttora impegnata nel Mar dei Caraibi. Difficile dirottare delle unità verso il Golfo Persico. Il paese degli ayatollah è considerato il terzo detentore della più vasta riserva di petrolio al mondo con i suoi 157,5 miliardi di barili. Un dettaglio, non certo irrilevante, che condiziona le mosse del presidente Usa. Russia e Cina sono i migliori clienti degli ayatollah, ma non sono disposti a investire su sicurezza e impianti del greggio.
Ci sono poi le conseguenze da valutare di fronte a un intervento militare esterno. Molti Paesi della Regione temono che l’Iran sprofondi in una guerra civile simile a quanto accaduto in Siria, con rivolte separatiste nelle province popolate da curdi, baluci e altre minoranze. La maggioranza preferisce trattare con un governo che conosce piuttosto che con qualcosa di nuovo che crea instabilità. Le monarchie arabe spingono per indebolire la teocrazia persiana ma hanno timore di ritrovarsi con una realtà politica nuova e imprevedibile. È poco probabile, pensano, che un cambio di regime porterebbe a qualcosa di più amichevole.
La stessa autocandidatura a governare da parte di Reza Ciro Pahlavi, figlio dell’ultimo scià di Persia, Mohammed Reza, che incita dagli Usa a intensificare la rivolta, viene accolta con scetticismo. Donald Trump l’ha esclusa per il momento. La soluzione più auspicabile resta un cambio al vertice. Rimuovere Alì Khamenei potrebbe offrire al resto del regime l’occasione per un approccio più pragmatico. Riforme, revoca delle sanzioni e nuova sicurezza di difesa da attacchi esterni. Ma cambiare la testa preservando il resto del corpo sarebbe difficile da accettare per chi lotta e spesso muore sulle strade in questi giorni. Libertà e diritti civili in cambio del libero accesso al petrolio da parte Usa? Questa volta è diverso: per milioni di iraniani il baratto non funziona.
LEGGI ANCHE
L'E COMMUNITY
Entra nella nostra community Whatsapp
L'edicola
Polveriera Iran - Cosa c'è nel nuovo numero de L'Espresso
II settimanale, da venerdì 16 gennaio, è disponibile in edicola e in app



