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22 gennaio, 2026Sono in tutto trentadue le vittime dell’ICE dall’inizio del 2025. Lo stesso anno in cui l’amministrazione Trump ne ha raddoppiato le dimensioni e legittimato le brutalità. Ma c’è ancora chi resiste
Nello sconvolgimento internazionale, con Teheran in fiamme e le bandiere iraniane che sventolano in molte città anche da questa parte dell’oceano contro il regime della Repubblica Islamica, l’America si ritrova ancora una volta a fare i conti con se stessa. Le strade tornano a gremirsi. Stavolta per la morte della trentasettenne Renee Nicole Good, poetessa e madre di tre figli, uccisa nella sua Honda Pilot lo scorso 7 gennaio a Minneapolis, dalla pistola d’ordinanza di Jonathan Ross arruolato nell’Immigration and Customs Enforcement. Freddata mentre protestava contro i metodi della polizia preposta al controllo delle frontiere e dell’immigrazione.
Ma tutti sapevano che prima o poi ci sarebbe scappato il morto. Nel secondo mandato di Donald Trump, i raid si sono moltiplicati nelle città democratiche suscitando malcontento e rabbia. L’ICE ha raddoppiato dimensioni in un solo anno, con l’assunzione di 12mila nuovi agenti e rivendica oltre mezzo milione di rimpatri. A gonfiarne i muscoli un’iniezione di 75 miliardi di dollari, spalmati fino al 2029 e stanziati dal Congresso nella famigerata maximanovra One Big Beautiful Bill.
All’indomani dell’uccisione, il governo ha fatto testuggine. Il vicepresidente J.D. Vance ha definito l’azione dell’agente legittima difesa; la ministra della Sicurezza interna Kristi Noem ha bollato Good come “terrorista”, mentre il presidente Donald Trump ha rilanciato la narrazione secondo cui la donna avrebbe avuto intenzione di «investire» il militare. Versione smentita da video e testimonianze. «Non avevo mai visto il potere esecutivo allinearsi in questo modo», dice Lee Merritt, noto avvocato per i diritti civili e costituzionalista. A basirlo sono anche le dichiarazioni della ministra della Giustizia. «Pam Bondi e altri esponenti dell’amministrazione hanno lasciato intendere che Good fosse stata addestrata come membro di una rete di presunti terroristi interni. Ma dalla descrizione si trattava semplicemente di attivisti per i diritti civili».
Come quelli che aderiscono agli “ICE Watch”, un arcipelago di organizzazioni di base che segnalano la presenza di agenti federali nei quartieri. Sui social, su chat di gruppo e materialmente con fischietti (come quelli che Becca, moglie di Renee, ha raccontato di aver portato con sé quella maledetta mattina). Gli osservatori, contro cui l’ICE si scaglia accusandoli di intralcio alle operazioni, spiegano di esercitare il Primo Emendamento della Costituzione, come qualche tribunale ha già riconosciuto. Oltre all’attività di monitoraggio, c’è altresì un servizio pubblico visto che i militari usualmente si trattengono dall’usare la forza se c’è qualcuno che filma. A Minneapolis sono attivi numerosi gruppi, alcuni superano il migliaio di membri attivi. Un sistema di allerta civile che però fa i conti con un apparato sempre più repressivo, in piena deriva autoritaria. «Stanno criminalizzando il dissenso», denuncia Merritt. È questo il punto.
Ciò che spiazza è che questa nazione ha sempre avuto una solida tradizione di disobbedienza civile. Dal movimento nonviolento per i diritti civili di Martin Luther King Jr. alle proteste contro la guerra in Vietnam, l’opposizione è stata parte riconosciuta del gioco democratico. Oggi, invece, nel secondo Trump, prende forma un progetto politico che non tollera critica. Nel lessico Maga chi protesta non è che un vile “anti-americano” o peggio simpatizza con i contestatori “Antifa” della “sinistra radicale” che meritano gas lacrimogeni e manganellate, quando proteggono gli immigrati “criminali”.
La morte di Good ha fatto emergere un altro fattore che continua a pesare nel racconto pubblico. «Si tratta di una donna bianca. E negli Stati Uniti la violenza contro le bianche riceve più attenzione mediatica rispetto a quella contro i membri di altre comunità e minoranze». Questa visibilità, aggiunge, ha avuto un effetto a catena: «Ha dato l’opportunità alle altre trentadue vittime di essere notate». Tante, infatti, sono le morti nel registro dell’ICE nel 2025, l’anno più tremendo da un ventennio. Si tratta di persone decedute mentre erano sotto custodia. Insufficienze respiratorie, infarti, ictus. E poi suicidi. I familiari parlano spesso di cure mancate, richieste ignorate, soccorsi arrivati tardi.
È anche su questo che oggi si concentra la rivolta. Non su un singolo episodio, ma su un intero sistema. «Quello di Good non è un caso isolato. Questa dinamica si ripete all’interno di una cultura di polizia che fa ricorso alla violenza e alla forza letale con una frequenza superiore a quella della maggior parte delle nazioni moderne. Solo lo scorso anno, circa 1.400 persone sono state uccise dalle forze dell’ordine e questo numero cresce anno dopo anno», afferma l’avvocato.
Renee Good è caduta non lontano dal punto esatto in cui, nel 2020, morì George Floyd, l’afroamericano che con il suo respiro spezzato dal ginocchio dell’agente di polizia di Minneapolis Derek Chauvin, aprì una stagione di proteste senza precedenti. Cinque anni dopo, stessa città, stessa sensazione di sopraffazione.
«Sotto l’amministrazione Trump, in risposta alle critiche esplose dopo la morte di Floyd, è stata promessa un’immunità totale agli agenti. In realtà, oggi godono già dell’immunità qualificata, una protezione legale che rende estremamente difficile, per un avvocato per i diritti civili, renderli responsabili dei loro crimini. Superare questo scudo è possibile solo nell’1 per cento dei casi, circa». Ma, avverte Merritt, l’effetto di questo approccio andrebbe ben oltre il piano giuridico. «Così facendo, non si sta solo incentivando un uso più aggressivo della forza, ma si stanno eliminando pure le poche barriere rimaste alla responsabilità e al controllo delle forze dell’ordine». Quel che sta accadendo in quest’America trumpiana, avverte il legale, è una progressiva erosione delle tutele costituzionali fondamentali, a partire dal giusto processo. «E si pretende che tutti lo accettino perché, dicono, è per il bene del Paese».
Ma questo torchio, osserva, non produce solo paura o rassegnazione. «Nella mia esperienza, la pressione esercitata sulle comunità emarginate, che sono la vera spina dorsale degli Stati Uniti, provoca una reazione. È proprio sotto questa pressione che le persone si uniscono e imparano a organizzarsi in modo più efficace».
Insomma, l’oppressione scatena la resistenza. Ne è convinto anche l’artista e comico bostoniano Rob Potylo, in arte Robby Roadsteamer, arrestato questa settimana per la seconda volta dall’ICE durante una delle sue irriverenti performance di protesta a Minneapolis, dopo un primo fermo l’anno scorso a Portland, in Oregon. «Forse arriverò a scuotere qualcuno di quegli agenti dal grilletto troppo facile, cresciuti a forza di videogiochi come Call of Duty – dice quando lo raggiungiamo al telefono – Se non ci riesco, pazienza. Nessun rimpianto. Amo l’America. Sono disposto a usare la mia arte, la mia anima, perfino a morire per questo Paese».
Ma scendere in strada non è più un gesto leggero per l’attore. «Ho paura, certo. Molte persone care mi chiedono di stare più attento». Il suo giudizio sull’ICE è netto: «Non ha regole, è crudele». Precisa di avere amici nelle forze dell’ordine e di stimare la Capitol Police di Washington, «ma questa è una razza diversa». Una struttura, aggiunge, che punta a instillare terrore. «Vuole che gli americani credano che l’agenzia possa farla franca con tutto, così che abbiano paura di andare a votare».
Proprio per questo, conclude, continuare a mobilitarsi è l’unica strada. «Purtroppo, c’è tantissima politica passiva. Alle ultime elezioni sono andate alle urne quindici milioni di persone in meno, perché non c’era stata una tragedia come quella di George Floyd e non c’era stata una pandemia con milioni di morti». Ora, dice, c’è di nuovo una possibilità. «Dobbiamo dimostrare che non abbiamo paura come Paese. Non basta una petizione online. Bisogna uscire di casa, mostrare che si fa parte della soluzione. Spero davvero che entro le elezioni di metà mandato di questo novembre riusciremo a ritrovare la nostra anima».
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