Mondo
27 gennaio, 2026L’intero Iran è a lutto, la conta delle vittime è quasi impossibile. Gli Ayatollah sostengono di aver vinto, ma i dissidenti non smettono di mobilitarsi
Sangue, morte, dolore e un grande silenzio. Cosa accade in Iran? «Accade che la gente non riesce più a uscire per strada. È chiusa in casa, terrorizzata. Ha paura di finire come in Corea del Nord. Senza contatti con l’esterno, isolata dal resto del mondo, schiacciata dall’orrore che vede ovunque. Hanno riaperto internet dopo 12 giorni. Ma è una rete interna. Serve per le cose di tutti i giorni. L’Iran è molto tecnologico, si fa tutto con il web: dalle transazioni, ai pagamenti, ai semplici appuntamenti. Si usa per prendere un taxi, per ordinare cibo, per lavoro. La vera rete, quella esterna, è destinata solo a chi è fedele al regime. Questo non toglie che sul web interno siano riapparse foto e video spaventosi. Girano voci che devono essere verificate ma sono insistenti. Arrivano da ogni angolo dell’Iran: molti cadaveri delle persone uccise non hanno più alcuni organi. Hanno tolto fegati, milze, reni, occhi… Corpi gettati nei cortili degli ospedali, delle caserme, degli obitori come manichini di pezza e usati per i traffici più turpi. Siamo sconvolti».
Trema di rabbia e paura la voce di Azadeh Oghba, artista e influencer iraniana riparata in Italia. Fa parte di quel nucleo di donne raccolte attorno al movimento “Donna, vita, libertà”, tratto da un famoso slogan in lingua curda. È diventato un grido di richiamo durante le proteste del 2022 nate a seguito delle morte di Mahsa Amini, arrestata per non aver indossato correttamente l’hijab e deceduta in circostanze mai chiarite nel commissariato di polizia dove era stata condotta e interrogata.
Come Azadeh tante altre donne continuano a mobilitarsi in queste ore per tenere accesa l’attenzione su una battaglia che il regime degli Ayatollah già dichiara di aver vinto. È così? chiediamo. «No, la battaglia continua», ci assicura questa dissidente cresciuta con ideali di sinistra trasmessi dalla madre e da una famiglia progressista. «Continua nelle case, con grida dalle finestre, slogan di condanna per questo regime assassino responsabile di un massacro che non ha eguali nella storia del nostro Paese. La gente non vuole, non può uscire dal suo buco. Rischi di prenderti subito una pallottola. A Teheran le manifestazioni si facevano di sera. Ma è stato imposto un coprifuoco a partire dalle 17. Devi restare tappato tra quattro mura, basta affacciarti dal portone per ricevere un proiettile. Anche solo sbucare da un vicolo. E poi guai a salire sui tetti».
Ci sono ancora i cecchini? «No, c’è la polizia segreta. Bussano ai portoni, si spacciano per addetti al servizio gas, chiedono di controllare i contatori. Invece salgono fino ai tetti e distruggono tutte le antenne con cui si comunica, quelle di Starlink. In strada girano i ragazzini. Non hanno ancora un filo di barba ma impugnano già un Ak-47. Hanno iniziato a usare i droni. Prima servivano a tracciare chi protestava, adesso sparano direttamente sul bersaglio».
L’intero Iran è a lutto. Non c’è città o paesino di campagna che non pianga le sue vittime. La conta è quasi impossibile. Secondo l’agenzia Hrana 2677 persone sono state assassinate. Ma qualcuno si spinge fino all’iperbole dei 16mila. È una mattanza. Su questo non ci sono dubbi. Sul resto è calato il silenzio. È accaduto con lo scià Mohammad Reza Pahlavi, l’ultimo della sua stirpe che regnò sull’Iran dal 1941 al 1979. Accade adesso con l’ayatollah Ali Khamenei, designato al comando del Paese dalla Guida Suprema Ruollah Khomeyni, protagonista di una rivoluzione che molti speravano offrisse nuovi spiragli di democrazia e libertà. La storia si ripete in questa meravigliosa terra, culla di arte e letteratura, di antichissime tradizioni, rifugio della diaspora sciita cacciata da Kerbala, in Iraq, con l’onta di non aver difeso Hussein, figlio di Alì, unico rappresentante della famiglia del Profeta Maometto, ucciso con un colpo di spada avvelenata in testa.
È dalla metà del VII secolo che i seguaci del partito di Alì (shi’ah, significa appunto partito) parlano con voce rotta dal pianto dei particolari di quel massacro che pesa sulla loro esistenza. Minoranza nella grande famiglia musulmana dominata dai sunniti, gli sciiti vagano inseguiti da pogrom, povertà e uccisioni. Una parte di essi si dirige verso Est, passa il Tigri e l’Eufrate, attraversa i monti Zagros e raggiunge l’altopiano desertico dell’Iran. Sfinito da guerre secolari con Bisanzio, il Paese è stato appena conquistato dagli arabi che propagano una nuova fede: l’islam. È un processo lento che avviene in un clima di lotta. Finora i persiani hanno avuto una loro religione ufficiale, lo zoroastrismo, legata alla dinastia regnante dei Sasanidi. Stremati, miserabili, appaiono a questo punto gli sciiti che si identificano con chi sta subendo l’imposizione dei nuovi padroni.
Trovano un linguaggio comune, abbracciano la loro fede. «In questo adattamento si svela la loro intelligenza e lo spirito d’indipendenza», scrive Ryszard Kapuścinski nel suo Shah-in-Shah, utile da rileggere in questi giorni.
Per secoli l’Iran è stato governato da regimi che dipendevano da potenze straniere. Laici e religiosi hanno rappresentato sempre due poteri distinti. Una convivenza priva di grandi scossoni tranne che nei momenti di rivolta. Solo a metà del secolo scorso il Paese vive la sua prima esperienza di democrazia con la nomina di Mohammad Mossadeq, fervente nazionalista, a primo ministro. Si respira finalmente aria nuova, piena di speranze. Tuttavia, il leader politico commette un errore che aprirà al golpe del 1953 e al ritorno sul trono dello scià Mohammad Reza Pahlavi: osa nazionalizzare la britannica Anglo-Iranian Oil Company e occupa la grande raffineria di Abadan nel Golfo Persico. Dietro la sua destituzione c’è lo zampino della Cia. Ossessionati dal comunismo e dal timore che l’Iran potesse finire sotto l’influenza dell’Urss, gli Stati Uniti organizzano il complotto.
A Teheran i comunisti del Tudeh sono fortissimi e radicati, Mossadeq si era mostrato troppo tollerante verso di loro. Hanno costretto lo scià a lasciare la capitale. L’esercito esce dalle caserme, la Cia fa mobilitare dagli agenti dei servizi segreti un’accozzaglia di contestatori che in corteo attraversa il bazar inneggiando allo scià. Reza Pahlavi ritorna dal suo esilio romano, Mossadeq viene arrestato, i capi del Tudeh trucidati.
Ma sarà proprio l’ultimo re a saccheggiare gli enormi (almeno due miliardi di dollari l’anno) introiti del petrolio. Metà per sé e chi gli sta attorno, metà per comprarsi la protezione dell’esercito. I miliardi diventano presto dieci e per dieci si moltiplicano anche gli acquisti, quasi folli, che Reza ordina in giro per il mondo per mettere a punto il suo progetto di rinnovamento: la Grande Civiltà. Diventerà il suo slogan. Punta a diventare la quinta potenza mondiale, ma allargherà il fossato tra i ricchi sempre più ricchi e i poveri costretti a restare ai margini delle decisioni. Lo scià compra di tutto, armi sofisticate in modo particolare, che nessun iraniano sa usare. Si deve ricorrere a personale straniero, ne arrivano a frotte. Sono ben pagati, frequentarli è un privilegio. Questo ferisce l’orgoglio dei locali, di chi vede tanta ricchezza, lusso, esclusività senza poterli toccare. La società iraniana è spaccata in due.
Per gestire al meglio il suo dissennato piano di sviluppo, lo scià deve eliminare ogni forma di protesta e dissenso. Affiderà questo compito alla Savak, i temibili servizi segreti che incuteranno morte e terrore. Fino a quando, nel silenzio imposto ovunque, si alza la voce di un imam. Si chiama Khomeyni. Nessuno lo conosce. A poco serve incarcerarlo, spedirlo in esilio. Tornerà acclamato da una popolazione che guidata dai “bazari”, i commercianti del grande bazar di Teheran, lo accolgono al suo arrivo da Parigi sotto una pioggia di fiori e di urla piene di felicità.
Gli iraniani passano dalla padella alla brace. «Tutti erano raggianti», ci racconta Azadeh. «Compresa la stessa sinistra che oggi si mostra tiepida, incerta se condannare quello che accade in questi giorni. Molti inneggiano allo scià che ci incita a combattere dagli Usa. È un sentimento diffuso tra la popolazione. Ma per opportunità: non abbiamo un leader che possa guidare il trapasso di regime. C’è grande delusione per il mancato intervento annunciato da Trump. Abbiamo bisogno del sostegno del mondo libero, di chi può aiutarci a conquistare la nostra di libertà. Ci possono essere dubbi su una battaglia per il più sacrosanto dei diritti civili? Noi siamo stremati e confusi. Ci uccidono, ci arrestano, ci sterminano. Adesso vogliono isolarci e farci precipitare in un buco nero. Tocca a voi, del mondo libero, a rompere ogni legame con questo regime criminale».
LEGGI ANCHE
L'E COMMUNITY
Entra nella nostra community Whatsapp
L'edicola
Non passa lo straniero - Cosa c'è nel nuovo numero de L'Espresso
II settimanale, da venerdì 23 gennaio, è disponibile in edicola e in app



