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29 gennaio, 2026A dieci anni dall’uscita dall’Ue, la Gran Bretagna riapre agli scambi degli studenti e fa i conti con la fuga dei milionari in un mercato profondamente cambiato
Nonostante la consueta frenesia della City le luci natalizie sfavillanti che hanno illuminato Londra da metà novembre fino a pochi giorni fa, a chi conosce la capitale britannica e osserva da tempo le conseguenze dal referendum sulla Brexit nel Regno Unito – ormai quasi dieci anni fa – non sono sfuggiti i segnali di crisi interna e di apertura all’Unione europea. Non solo per la ripresa del programma Erasmus, che coinvolge gli studenti universitari degli Stati membri dell’Ue, o per le ombre della crescita rallentata che pesa sul futuro dei britannici. L’ineludibile riavvicinamento tra Bruxelles e Londra è in atto da mesi.
Ma ormai da tempo, aziende e magnati di altissimo profilo hanno deciso di abbandonare la capitale britannica. Su tutti, un dato rileva e traccia in modo indiscutibile il cambio di passo degli investimenti dei “milionari” che scelgono l’Europa sia come residenza che come luogo elettivo per gli affari. Per la prima volta in un decennio di rilevazioni, nel 2025 l’UK ha registrato -16.500 presenze di personalità facoltose. «Attorno a questo numero ruota un effetto domino: se Londra smette di essere il “default” della ricchezza internazionale in Europa, le piazze europee si riposizionano», sostengono gli analisti di “Henley & Partners / New World Wealth” che hanno registrato e divulgato le nuove stime.
Ma se i milionari fuggono dal Regno Unito, emerge l’entusiasmo di una giovane e intraprendente fascia di imprenditori, pronta a sfruttare l’occasione degli spazi lasciati vuoti per ampliare e sviluppare il proprio mercato. Andrea Puccio, 28 anni, partito dalla Sicilia poco più che diciottenne, in soli dieci anni è riuscito a creare e far crescere un’azienda, l’agenzia turistica “La tua Londra”, che oggi è un vero e proprio riferimento nel settore e conta 20 dipendenti. «Prima della Brexit era molto più facile entrare, cercare lavoro o avviare un proprio business a Londra – spiega – Oggi tra impedimenti vari, richieste di sponsorizzazioni e salari minimi, tutto è più complicato. Le opportunità per i giovani italiani, ed europei in generale, sono limitate. Al contempo è evidente che chi ha radicato da tempo un’attività propria ha maggiori opportunità di crescita e sviluppo. Dal punto di vista sociale, in varie aree del Paese si è registrato un aumento di povertà per l’innalzamento dei prezzi e per gli affitti. In particolare appare proibitivo per una larga parte della popolazione l’acquisto di immobili. La crisi provocata dalla Brexit, prima, e dal Covid poi, ha modificato radicalmente tanto il mercato immobiliare quanto le opportunità lavorative, rendendo più difficile la vita a chiunque voglia trasferirsi o rimanere a Londra».
A fronte delle difficoltà a “entrare” nel Paese, appare altrettanto evidente la necessità di figure professionali che si fa fatica a reperire nel Regno Unito, in particolare nei settori della sanità, della tecnologia e dell’ingegneria. Una forte domanda arriva anche per elettricisti e idraulici. Quest’ultimo dato fa sorridere ripensando a uno dei cavalli di battaglia dei pro Brexit, ovvero l’utilizzo strumentale “dell’idraulico polacco” come simbolo della campagna a favore dell’uscita dall’Ue, alimentando la paura di una concorrenza sleale da parte di lavoratori europei, disposti ad accontentarsi di salari più bassi rispetto ai “cittadini britannici”. Ironicamente, dopo la Brexit, molti polacchi hanno lasciato il Regno Unito per tornare nel Paese di origine, in piena crescita economica, invertendo la tendenza migratoria e sottolineando un'inversione di rotta economica e sociale che oggi manifesta le sue dirette conseguenze.
Dalla chiusura totale nel 2020, alle nuove intese tra Londra e Bruxelles, il passo è dunque sembrato scontato, inevitabile.
Quello dello scorso 17 dicembre è stato un annuncio senza precedenti, che ha segnato un punto di svolta nelle relazioni tra UK e Ue. Dalla rottura netta, marcata dal referendum del 2016, e dalla rapida individualizzazione britannica rispetto all’Europa, le due sponde della Manica sembrano ora decise a guardare avanti, superando le ferite di una separazione lunga e complessa.
La riapertura del programma Erasmus, la volontà di dialogo su temi economici e di sicurezza e la condivisione di una visione comune rispetto alla crisi in Ucraina, sono i primi passi di un nuovo corso che sta prendendo forma.«Siamo alla fine di un’era e all’inizio di una nuova fase, con la rinascita di un dialogo – sottolinea l’analista Richard Brennan – Il referendum del giugno 2016, con il risultato che portò alla Brexit, aveva diviso profondamente Londra e Bruxelles. Una frustrazione inimmaginabile, generata dagli anni di negoziati complessi ed estenuanti, tensioni politiche e incertezze economiche. Oggi la nostalgia dell’epoca pre-Brexit, è palese. In una parte importante della popolazione, che aveva votato per restare (il 48,11 per cento) non si è mai spenta. La volontà di ricostruire ponti tra le due sponde emerge con forza nel contesto attuale. La ripresa del programma Erasmus, rappresenta un vero e proprio reset, un punto di partenza per ricostruire relazioni che, sebbene non preludono a un ritorno nell’Unione Europea, mirano a una collaborazione rafforzata in ambiti chiave come economia, sicurezza e geopolitica. Il premier britannico Keir Starmer, leader del Labour, ha confermato la volontà di allentare le tensioni e di lavorare per una stabilità che favorisca interessi comuni nel continente e oltre», sottolinea Brennan.
Dal canto suo, Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Ue, ha accolto con favore questa apertura, evidenziando come il quadro internazionale, segnato dalla guerra in Ucraina, abbia imposto agli europei di ripensare le proprie relazioni con Londra. «La condivisione di valori e di un’unica strategia di fronte alle minacce di instabilità e aggressione militare accelerano il desiderio di superare le divergenze passate», è la convinzione di Von der Leyen.
Quali altri passi possano essere compiuti, al momento, ė imperscrutabile: ammantati da una condivisa cautela.
Un fatto è certo. Le principali personalità europee e britanniche hanno lavorato insieme con tenacia e determinazione, unendo le forze anche di fronte al difficile rapporto transatlantico con gli Stati Uniti di Donald Trump. La coalizione dei volenterosi, che ha visto Starmer e i leader europei sostenere compatte il presidente ucraino Zelensky durante le recenti occasioni pubbliche e summit multilaterali, evidenzia il senso di unità ritrovato, che rappresenta una svolta storica rispetto alle divisioni passate.
Il viaggio iniziato a maggio, con un vertice che ha sancito il progressivo riavvicinamento, era fino ad oggi impensabile. Ed è qualcosa di più di una speranza per milioni di cittadini britannici.
«La storia recente ci ricorda come le divisioni possano essere superate, quando le ragioni di interesse comune si fanno più forti delle divergenze ideologiche o dei passati rancori», aggiunge Brennan concludendo la sua analisi.
Il futuro tra Londra e Bruxelles appare come un nuovo capitolo, in cui il dialogo e la cooperazione sono tornati al centro delle relazioni, consapevoli che le sfide globali richiedano risposte condivise e comuni. L’atteggiamento della società civile e della stampa britanniche, che tendono a minimizzare i “cambiamenti”, soprattutto per non ammettere ripensamenti ed errori, è apparso alquanto freddo rispetto alle posizione governative. Tuttavia, il segnale di apertura manifestato con la ripresa dell’Erasmus nel 2027, indica che recuperare fattivamente il rapporto con l’Europa per Downing Street sia una priorità.
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