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8 gennaio, 2026Algeciras è il terminale andaluso delle rotte della droga sudamericana. Qui si combatte per mare e via terra la lotta ai narcos che inondano di carichi tutta Europa
«Quando qui è arrivata la cocaina ha distrutto ogni cosa». José lo sa bene: ne è responsabile. Poco più che trentenne, è un trafficante internazionale di droga. Fa parte della principale organizzazione criminale che gestisce l’import dal Sud America all’Europa. Dopo una ricerca durata mesi, si fa avvicinare presso la foce del fiume Guadalquivir, in Andalusia. «Ti do cinque minuti, poi te ne devi andare. Se qualcuno ci vede, siamo morti entrambi», avvisa, mentre indossa un passamontagna. Il rischio è reale. L’appuntamento è a Sanlúcar de Barrameda, sul fronte sud-occidentale della penisola iberica. Un’area che secondo una fonte dell’Interpol «sta diventando la zona rossa dei narcos» in Europa. Poche ore prima diversi agenti antidroga sono rimasti gravemente feriti durante un blitz. I trafficanti li hanno attaccati con fucili Ak-47. Usare armi da guerra è tragicamente comune. Si registrano spesso morti e feriti e si respira un’atmosfera da Medellin.
«Non posso dirti quanti siamo, ma di sicuro siamo molto impegnati. Il traffico è cresciuto enormemente e la cocaina va fortissimo. Ogni tanto vince la polizia, ogni tanto noi». Migliaia all’anno le tonnellate di droga che vengono trafficate in Europa e solo una parte viene intercettata. Le rotte sono diversificate. «Dal Sud America ci sono tre vie primarie: arrivare direttamente al porto di Algeciras tramite containers, sbarcare prima in Marocco e poi in Spagna oppure raggiungere le nostre coste tramite sottomarini che poi scaricano su imbarcazioni più piccole».
Ogni spedizione ha un costo diverso e c’è un coordinamento costante tra le controparti latinoamericane che inviano e quelle europee che ritirano e distribuiscono. La destinazione finale? Qualsiasi Paese. Secondo l’Agenzia dell’Ue sulle droghe, quasi tutta la cocaina entra proprio tramite l’Andalusia. La ragione è soprattutto geografica. «La droga arriva ogni giorno. Anche mentre sto parlando con te ho spedizioni in corso», sottolinea José che teme l’arresto e la morte, ma «fa parte del gioco. Tutti i giorni metto in conto la possibilità di finire in prigione o di perdere la mia famiglia. Questa è la mia vita».
Una sirena in lontananza lo mette in allerta e interrompe bruscamente il dialogo. La regione spagnola che ospita alcune tra le più incantevoli spiagge europee pullula di covi di narcotrafficanti nascosti. «Rischiamo di essere colonizzati dalla cocaina, la situazione è ormai fuori controllo», ha denunciato recentemente il sindacato spagnolo della polizia, dopo aver registrato le ennesime vittime tra le sue fila.
Il porto di Algeciras, il più grande di Spagna, è tra i maggiori dell’Occidente. Tra Atlantico e Mediterraneo è scalo strategico e crocevia della droga tra continenti. Qui nel 2024 la polizia ha effettuato il più grande sequestro di sempre in Europa: tredici tonnellate di cocaina in un container di banane dell’Ecuador. Lo ha scoperto un giovane agente del Servicio de Vigilancia Aduanera. L’equivalente dell’italiana Guardia di Finanza. «Siamo in guerra. La cocaina che arriva qui, in trenta ore raggiunge le strade di Parigi, Roma e Londra. È un’enorme emergenza europea, ma l’Unione ci lascia soli a fronteggiare criminali armati fino ai denti», dice Lisardo Capote, a capo dell’unità speciale antidroga di Algeciras, dalla sala di controllo portuale.
Di notte, con gli agenti speciali si va a caccia di narcos sul pattugliatore Fenix. Dall’intelligence di Madrid è arrivata una soffiata e l’elicottero della polizia ha individuato un’imbarcazione piena di cocaina diretta verso la costa. L’orologio segna le tre. «Li abbiamo trovati, preparate le armi», urla il comandante quando lo scafo ha un sobbalzo. Il gommone dei narcos ha tentato una manovra diversiva per destabilizzarci. In mare aperto parte l’inseguimento mentre da terra, via radio, arrivano coordinate aggiornate. Dagli schermi a infrarossi si vedono però i trafficanti allontanarsi tra le onde alte. Viaggiano a cinquanta nodi contro i 43 del Fenix. «Succede spesso, purtroppo – dice uno degli agenti togliendosi il giubbotto antiproiettile – ma presto avremo una sorpresa per loro». Dopo sei ore nello Stretto di Gibilterra, all’alba si torna alla base per prendere il largo la notte successiva. Questa volta va meglio: l’elicottero ha avvistato un peschereccio utilizzato dai trafficanti e lo segue mentre un gommone lo accosta. Gli agenti salgono a bordo e con i fucili spianati intimano ai narcotrafficanti di arrendersi. La droga viene poi catalogata. Si torna al porto, di fianco un cimitero di barche abbandonate. «Sono alcuni dei nostri sequestri», spiegano gli agenti. «La cocaina invece viene bruciata».
Il giorno seguente il programma prevede di andare al seguito di una delle unità di terra che lavorano sotto copertura. La loro missione è mimetizzarsi e intervenire non appena i narcos sbarcano, ma il poliziotto che li guida spiega anche che dispongono di informatori per provare a intercettarli prima dell’arrivo. Un collega mostra una mappa piena di punti rossi: «Sono i nostri occhi e le nostre orecchie».
Un’altra squadra di agenti si sposta a ispezionare alcuni containers arrivati poche ore prima. I cani antidroga hanno fiutato qualcosa. Sulla fiancata di un semirimorchio ci sono alcune mosche morte. «Sono rimaste incollate sopra della vernice fresca che non si è asciugata in tempo», spiegano i militari. Un modernissimo scanner passa ai raggi X il carico in cinque minuti. «Abbiamo trovato la droga», dicono. Il resto procede nella massima segretezza. A pochi chilometri dal porto, nel frattempo è stato scoperto un deposito con diciotto narco-droni. Dentro, ad allestire il carico, c’erano nove persone, tutte arrestate.
Va così, tutti i giorni. In una battaglia che sembra non terminare mai. E che deve tenere fuori da questa trincea la sfiducia. «Altrimenti – conclude uno degli agenti – che futuro daremo al nostro Paese?».
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